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MA CONDIVIDERE SIGNIFICA DAVVERO "CONDIVIDERE"?

Sempre con l'intento di esorcizzare i peggiori demoni che infestano le dinamiche organizzative, oggi ci occupiamo di una famiglia di termini che sta godendo probabilmente della fase di maggior fortuna da quando – oltre duemila anni fa – è apparsa nei nostri vocabolari: quella del verbo “condividere” e i suoi derivati “condivisione”, condiviso”, eccetera.
Come suggerisce l'etimologia, “condividere” significa letteralmente “dividere con”, ossia spartire, mettere a disposizione il nostro e poter usufruire dell'altrui.
Nel millennio dei social, “condividere” ha assunto una tonalità ulteriore: pubblicare un contenuto a beneficio di terzi, il cui numero tende ad infinito. In alcuni casi si tratta semplicemente di rendere noto il proprio attimo, a parole ma più spesso con immagini, mentre in altri si tratta di richiamare l'attenzione su un contenuto proprio o altrui. E' interessante notare come questa pratica abbia poco di “condiviso”, trattandosi in sostanza di un atto unilaterale con il quale si chiama a raccolta il pubblico su un contenuto che si ritiene meritevole di conoscenza diffusa. Non si tratta, in assoluto, di una pratica commendevole: se così fosse queste righe che gli amici del “Casello” stanno leggendo sarebbero in profonda contraddizione con sé stesse. E' però una constatazione, una presa d'atto su come vadano le cose.
Dove però si tende a fare scempio del significato più autentico della condivisione è nelle organizzazioni strutturate e gerarchizzate.
Qui il più delle volte – ma verrebbe da dire: sempre – chi comanda chiede ai sottoposti di “condividere” un atteggiamento, un'idea, una strategia, e non certo nel senso di “spartire” il proprio e l'altrui. Il senso invece è: voglio che tu sia d'accordo che su questo punto si debba fare così.
E' assai diffusa la pratica di “condividere” con i propri collaboratori una serie di concetti calati dall'alto, che il ricevente deve semplicemente fare propri. “Condividerli”, secondo il senso che se ne dà oggi in questo genere di dinamiche.
L'aspetto bizzarro è che alla fine di questo processo di imposizione di visioni e di strategie (non poi dissimile dalla condivisione “social”) chi detiene ruoli apicali sia effettivamente convinto di aver “condiviso” il cammino con i propri sottoposti, semplicemente per averli messi a parte dei propri programmi (“Volevo condividere con te la necessità che tu faccia...”). Il che è l'esatto opposto della vera “condivisione”, che – come rileva qualcuno – non si riferisce soltanto alla propria “roba”, ma significa spartire con gli altri anche quello che “è degli altri”.
Esistono studi ad ogni livello che dimostrano come la vera “condivisione” - nella quale si può ascoltare l'eco della congiunzione “con”, ma anche del sostantivo “visione” - giovi profondamente a tutte le realtà organizzate, dalla famiglia alla scuola, dall'associazionismo alla politica, e fino al mondo del lavoro. Permette a ciascuno che se la senta di mettersi in gioco, di assumersi reponsabilità, di collaborare per ottenere risultati migliori. “Condivisione” significa, in ultima istanza, dare e ricevere fiducia, investendo nelle persone e nelle relazioni.
Ma questo salto di qualità culturale presuppone la presenza al timone di figure che abbiano autorevolezza e non semplice autorità, e che senza striduli isterismi siano anzitutto in grado di ascoltare e non sentano insidiato il loro ruolo, che altrimenti si riduce semplicemente al grado che ricoprono.
Il contrario di “condivisione”? Eccolo: “Chiacchiere e distintivo”.

UN FALSO MITO, UN NEMICO SUBDOLO E VERO: LA MERITOCRAZIA.

Tutte le parole che portano la desinenza "-crazia" si accompagnano ad un rischio che pochi sono in grado di riconoscere: essere mitizzate, assolutizzate e trasformate quindi in valori, quando in realtà sono mezzi o, meglio ancora, metodi organizzativi.
È un discorso complesso, e sicuramente troveremo spazio e tempo per parlarne in futuro.
Oggi, al "Casello", ci vogliamo concentrare su una di queste parole, che sta diventando una sorta di mantra nel pubblico e nel privato, fino ad assurgere allo status di feticcio, sempre invocata come panacea di tutti i mali mentre, al contrario, si dimostra spesso un pericoloso strumento di indirizzo, controllo, inclusione e soprattutto esclusione sociale e individuale.
Questo parola è "meritocrazia".
È un concetto introdotto, con accezione negativa, dal sociologo inglese Young, sul finire degli anni cinquanta. E già questo avrebbe dovuto far comprendere molte cose.
Poi, come spesso capita per quanto di peggio offra ciò che proviene da cuiture del tutto estranee alla nostra tradizione, la meritocrazia è stata adottata, riconfigurata e promossa in prima linea da quella sorta di "senso comune" di manzoniana memoria, per il quale un concetto non è vero perché dimostrato, ma perché - rimbalzando da una portineria ad un salone da parrucchiere, fino a qualche interminabile riunione, meglio se a distanza - considerato vero da sempre più ampi cerchi concentrici di popolazione, per lo più di scarsa cultura e ancor meno buon senso. E, sia ben chiaro, a prescindere dal titolo di studio, che spesso - anzi - costituisce un'aggravante. E a prescindere persino dalla possibilità di effettivo accesso ai ruoli che si ambirebbe a ricoprire, giacché la meritocrazia è questione di élite. Anzi, è uno strumento in mano alle elite che ne hanno contaminato innumerevoli ambiti sociali partendo dal mondo degli affari, in concreto tra i meno meritocratici in assoluto, superato forse solo dalla politica, il cui principale criterio di allocazione degli spazi risulta essere - come sottolinea spesso Paolo, uno dei grandi amici del Casello (lui si riconoscerà) - quello della coda (chi è in lista d'attesa da più tempo).
Il governo di chi "merita" è un'utopia, ma se non lo fosse sarebbe la più crudele delle bugie. Perché non c'è nessuna oggettività nel concetto di merito, e quindi la meritocrazia sarebbe semplicemente il regime di chi risponde al meglio a criteri imposti da una regia più alta e remota.
In rete sono reperibili molti saggi sulle storture indotte dall'assunzione acritica della meritocrazia come chiave per il miglior funzionamento di organizzazioni, istituzioni, scuole, aziende. Basta riflettere su quanta incidenza abbiano il caso e le circostanze favorevoli, che il tifoso della meritocrazia tende, con malizia o con superficialità, ad ignorare. Ma senza tornare ad Aristotele o a Sant'Agostino e alla sua intelligente demolizione dell'eresia pelagiana sono sufficienti alcune riflessioni sparse.
Intanto, la prima cosa che salta agli occhi è che il cosiddetto "merito" non è una categoria oggettiva, in altre parole definendosi - eterogenesi dei fini - come il contrario di quanto vorrebbe rappresentare. La valutazione del merito parte dal presupposto che il "meritante" sia in linea con ciò che ci si attende da lui, che compia solo ed esclusivamente - possibilmente in modo acritico - quanto gli viene richiesto, con la prospettiva di essere premiato o non riprovato; e non che sia una persona capace, abile o talentuosa (attenzione, amici che state seguendo questo spunto, a questi aggettivi: sono la tesi di fondo, nonché tenaci avversari del "merito").
Sì innesca quindi un meccanismo perverso, in base al quale solo alcuni comportamenti possono "meritare", e dalla parte del "meritante" sorge una specie di diritto al riconoscimento del merito, vissuto come una forma di giustizia retributiva e come iniquità quando ciò non accade, mentre il "non meritante" vive la doppia frustrazione da un lato di sentirsi escluso e, in qualche modo, spesso vilipeso, e dall'altro di non vedere riconosciute le proprie qualità, perché considerate inutili alla causa.
Il talento è un dono, non un merito. Se invece si iniziano a considerare il talento e le capacità come un merito, selezionandone soltanto alcuni di più immediato ed utilitaristico impiego, va da sé che l'incapacità o la presenza di abilità non considerate funzionali diventano automaticamente demeriti, e - in buona sostanza - colpe. Ecco quindi la meritocrazia assurgere allo status di legittimazione etica della diseguaglianza. Una diseguaglianza, va aggiunto, legata all'accesso al potere, non alle qualità dei singoli. Perché va comunque detto che è diseguaglianza sia trattare in modo differente situazioni tra loro uguali, sia trattare in modo uguale situazioni differenti (il peccato mortale di ogni generalizzazione e di qualsiasi forma di massificazione).
Non è un fenomeno nuovo, anche se oggi vive una fase di forte espansione. In un periodo storico dove appare evidente la volontà di far sentire scomode le persone sulle sedie che occupano, il talento è pericoloso perché sa fare cose diverse rispetto al cliché dominante. Se non si trova il modo di utilizzarlo nell'alveo del prestabilito - quanta ottusità materialista in questa immagine! - va semmai ostacolato, limitandolo o minimizzandolo.
Esiste poi un numero crescente di studi che dimostrano come il credere nella meritocrazia non sia soltanto fallace, ma renda gli individui più gretti, egoisti, autocratici, poco inclini all'autocritica e impermeabili alla verifica costruttiva del proprio operato.
In realtà gli antidoti contro l'usurpata egemonia del merito esistono, e sono di due specie. La prima è costituita dal talento, dalla capacità, dalla conoscenza, dall'abilità, e guarda il merito dall'alto. Non si tratta di una caratteristica unitaria, perché tantissimi sono per l'appunto i talenti, le capacità, le conoscenze, le abilità. La cosiddetta "meritocrazia" vive crogiuolandosi nel proprio potere autoreferenziale - qualcuno dice icasticamente "autocongratulante" - di promuovere alcune - poche - capacità e di ignorarne (quando non stroncarne) molte altre. Ma è sufficiente riflettere su quanti talenti oggi non vengono utilizzati, anche quando sarebbero utilissimi: la mitezza, la riflessività, oppure la capacità di comporre i conflitti, o la dialettica, solo per citarne alcuni.
Appare evidente, quindi, che la "qualitocrazia" costituirebbe una ben più efficace svolta sociale e organizzativa.
La seconda specie guarda alla meritocrazia dal basso, e diventa talvolta un grido di dolore, quasi sempre inascoltato: è la gratuità. Chi non merita - e abbiamo capito cosa significa davvero "meritare" - rimane indietro. Non dispone di mezzi, di accesso, di visibilità, di opportunità, e per giunta è spesso vittima di pregiudizio e preconcetto. Alla valutazione sulla mancanza di merito si associa sovente quella sulla mancanza di qualità, una sorta di riprovazione morale per non aver meritato, mischiando nello stesso calderone due ingredienti che, invece, appartengono a categorie quasi opposte.
La gratuità è la vera, grande nemica della meritocrazia, che la combatte e la evita. Nei meritocrati più intelligenti (e perfidi), negandole gli spazi; nei replicanti più ottusi, immaginando sempre chissà quale dietrologia porti con sé la proposta disinteressata e diversa.
Gratuità e talento sono parenti stretti, perché il talento è dono. Il merito è, al contrario, l'illusione di avercela fatta da soli, il reclamare una retribuzione per la propria volontà di assecondare.
Pensare che il merito
- e non le qualità (tecniche ma soprattutto umane) - possa risolvere i problemi del nostro tempo è come affidare alla Banda Bassotti le proprie finanze. Sappiamo già come andrà a finire.

LA FARSA DEI COSIDDETTI “DIRITTI CIVILI”.



Personalmente lotto da molto tempo contro il pregiudizio laicista imperante. Contro tutti i “pensieri deboli”, le Margherite Hack – requiescat! – gli Odifreddi (Odi + freddi, cognome appropriatissimo per codesto sedicente “scienziato”, che odia e disprezza freddamente, e mi fa francamente un po’ schifo), i Gianni Vattimo, anche i pur spesso lodevoli Gramellini (autore di un disgustoso, patetico e ideologico “Buongiorno” su Carlo Giovanardi, reo solo di essere un cattolico serio e non un “evoluzionista”) e tutti i superstiziosi atei la cui ignoranza è profonda forse anche più della malafede e comunque pari all’acrimonia con cui trattano non “le religioni”, ma “una” in particolare, cosa che smaschera la loro attitudine ad essere servi di un’ideologia “contro”.
Al loro servizio tanti piccoli meschinetti, con le loro strida e le loro apostasie, convinti che essere per la famiglia – quella vera, quella “uomo e donna”, cattolica o civile che sia – sia un atto di ignoranza, di arretratezza, di disconoscimento di “diritti”. I diritti civili, quelli ai quali chi postula una famiglia come rettamente dovrebbe intendersi sembrerebbe opporsi.
Ed è arretrato, ignorante, fuori tempo, opporsi a questi presunti “diritti”. Ti manca qualcosa, perché non capisci, non comprendi, non contieni. Mai sfiorati dal dubbio che chi porta avanti un’istanza come quella – la mia – per la quale “buliccio” rimane un insulto e non può diventare una possibilità può essere intelligente quanto loro, democratico quanto loro, colto quanto loro. Solo, avere idee diverse, che meritano rispetto.
Ma questi campioni della democrazia ad un solo senso di marcia – si può essere pro-diritti civili (espressione che mi fa francamente sorridere: diritti civili sono quelli all’assistenza, alla casa, all’alimentazione, che spesso proprio certi radicalismi di sinistra rifiutano), ma non contro, si può essere antifascisti ma non anti-antifascisti – ci riescono indigesti. La loro democrazia ideale è quella dove su certe cose – famiglia, aborto, eutanasia, bioetica – passa una sola idea, che deve fare da sfondo, da piattaforma comune. A valle di questo, su cuneo fiscale ed età pensionabile, si può anche discutere.
Grazie, no. Preferiamo continuare a rosolarci nella nostra ignoranza.

LA POVERTA' DELLA MUSICA DEGLI ANNI '70

Mi trovo spesso a pensare a quanto i cantautori italiani abbiano inciso sulla nostra formazione musicale. Quando ero ragazzino, diciamo negli anni settanta e fino ai primi anni ottanta, esistevano in pratica tre generi musicali: il grande rock internazionale, la canzone impegnata, la musica popolare, di facile presa. Quest’ultima era come la Democrazia Cristiana: nessuno diceva di sceglierla perché faceva sfigato, ma in realtà poi l’ascoltavano tutti. Le altre due si dividevano il campo dei ganzi, con scarse o nulle contaminazioni.
Da un punto di vista dell’educazione musicale, purtroppo, il ruolo dei cantautori va giudicato come negativo: la povertà dei loro suoni, i lunghissimi e noiosi pistolotti accompagnati da stornellate elementari, hanno inciso negativamente su una generazione che ha in sostanza scelto le parole – oggi, tra l’altro, desuete e spesso contraddette dai fatti – rispetto alla musica.
Niente da dire su certi testi, specie certe poesie d’ambiente (mentre va considerato nefasto, a questo punto, l’apporto all’agone politico propriamente detto), ma a livello musicale… Il fatto è che “La locomotiva” era alla portata di tutti, mentre “Shine on you crazy diamond” era di difficile portabilità, specie allora che le parole su internet non si riuscivano a trovare. Un po’ per motivi pratici, un po’ per non restare esclusi, ecco che si finiva per accettare quella che sembrava l’unica soluzione. Dalla quale, tra l’altro, rimanevano esclusi autentici fenomeni (riabilitati dalla storia, a volte – purtroppo – quando era tardi) come Rino Gaetano e gli esordi di Vasco Rossi, Zucchero Fornaciari, Enrico Ruggeri.
Gli anni Ottanta, tra i tanti, enormi meriti, hanno per fortuna spazzato via gli anni settanta anche sul piano della musica. Chi cerca sempre di immobilizzare il mondo ha anche accusato alcuni cantautori che hanno avvertito il cambio di passo (come Edoardo Bennato) di essersi prostituiti alla musica commerciale. Ma solo loro.
E sono in buona compagnia: politica e letteratura, tanto per fare un esempio, hanno conosciuto storie simili, con l’aggravante che certe abitudini sono dure a morire.

PICCOLI TROMBONI CRESCONO

Uno dei più gravi fardelli che la cultura italiana (le altre non le conosco a sufficienza) si porta dietro da sempre, e comunque con gran profusione di energie nel dopoguerra, è il trombonismo.
Si tratta di quella sindrome per la quale solo gli eletti (che si autoeleggono) ed i chiamati (che si chiamano a vicenda) possono pontificare su qualunque cosa e fare opinione. La loro posizione di eminenti tromboni li rende ad un tempo custodi e creatori della verità, nonché giudici di altrui tesi. Per capirci, come se le partecipanti a Miss Italia oltre a concorrere valutassero da giurate le avversarie.
Ne abbiamo visti: personalmente, limitandomi al campo socio/politico, ho sempre apprezzato particolarmente poco Norberto Bobbio, sicuramente persona seria e degna ma altrettanto certamente noto e squillante trombone.
Guai ad avversare le tesi di costoro: la difesa corporativa scatta immediata, respingendo con veemenza l’intrusione. Difficile, quasi impossibile farsi accettare, a meno che non si venga cooptati.
L’amico Stefano, uno dei più assidui frequentatori del Casello fin dalla prima ora, mi fa notare lo spiegamento di… trombe (e tromboni) a celebrare la dipartita di Alda Merini, irrequieta ed effervescente poetessa milanese per la quale, subitanei, sono partiti i coccodrilli.
La cosa bizzarra è rilevare che, assurti a tromboni (in erba), si sono mossi alla causa personaggi di certo distanti dall’immaginifica scrittrice dei Navigli (cito, tra gli altri, Jovanotti), per i quali non riesco ad immaginare un’assiduità con i versi di Alda Merini ed eventualmente quella capacità interpretativa che richiede, come minimo, l’ampio possesso del lirismo della defunta poetessa. 50.000 (cinquantamila!) iscritti al neonato Gruppo Facebook intitolato ad Alda Merini: quante poesie avranno letto in media costoro? Per non dire: quante ne avranno comprese? Quanti ne conoscevano esistenza ed opere prima che il circo mediatico ne descrivesse la parabola, fatta di versi, di ricoveri, di salite e di discese?
Però riempirsene la bocca – specie adesso che, poveretta!, non può più difendersi – fa tanto introdotto. Il primo passo nella scalata al titolo di trombone.

IL MURO DI BERLINO, VENT'ANNI FA

Io me lo ricordo bene, il Muro. Quello che è crollato, implodendo nelle sue contraddizioni, una notte di novembre di venti anni fa. Quello che divideva due universi, due culture, due modi di recitare la commedia della vita, due poli magnetici che – spezzando la calamita – si ritrovano in ciascun moncone, il polo positivo e quello negativo.
Io me lo ricordo, quel Muro, perché ero e sono tra quelli che, nel loro raffronto, hanno schifato gli anni settanta ed amato gli anni ottanta: tutto più bello, più colorato, più saporito, dalla moda alla musica, dal cinema all’amore, giù giù fino al mangiare ed al bere.
Quel muro che crollava a Berlino correva anche tra di noi, e divideva in modo non sanabile chi stava di qua da chi stava di là. Chi sapeva che di qua c’era il migliore dei mondi possibili (con tutte le sue imperfezioni), che si era liberi, ci si poteva esprimere sempre e su tutto, e chi ha sempre pensato che avessero ragione loro, dall’altra parte, perché l’idea era quella giusta, e ad essere sbagliata era l’applicazione. Illusioni!
Io me lo ricordo bene, il Muro. Perché ero tra quelli che, fin da subito, intuivano che dietro il pacifismo e la voglia di disarmo unilaterale di metà anni Ottanta c’erano i rubli della disperazione di chi era perfettamente consapevole che il “Sol dell’Avvenire” stava per tramontare. Non c’erano i mezzi per fronteggiare l’Occidente sul piano della tecnologia, mentre i danni procurati dal Papa polacco (non per altro, bersaglio di un attentato) aprivano un fronte interno – quello delle coscienze – non meno pericoloso di quello esterno, quello degli strumenti.
Io me lo ricordo bene, il Muro. E soprattutto non dimentico gli “utili idioti” che – chissà quanto intenzionali – sottolineavano i nostri difetti per distogliere dalle tragedie dell’altra parte. Nelle canzoni, ad esempio, dove Antonello Venditti se la prendeva con Sting perché quest’ultimo si chiedeva se “i russi amano anche loro i bambini”, o dove Luca Barbarossa, con (sua) ironia, osservava “quanto siamo bravi al di qua del Muro” (sottinteso: noi, col nostro trave nell’occhio, che cerchiamo la pagliuzza in quello degli altri.
Io me lo ricordo bene, il Muro. Perché il comunismo non esiste più, e per fortuna anche comunisti ne sono rimasti pochi. Ma il loro metodo è duro a morire, anche oggi.

... PER TUTTO IL RESTO, C'E' MASTERCARD!

Un gavettone alla sindachessa...
Il protagonista di questo gesto (che qualcuno ha definito "di cattivo gusto": mah!) ci aveva già provato con il "gerundio ottimista", senza successo. Ma oggi siamo a ridosso del primo di aprile. Il GSS, grande protagonista di questi spazi, lo festeggia come una ricorrenza.


Il fotoservizio è del bravissimo reporter di Repubblica, al quale giornale è necessario il rimando per la serie completa. Ma un assaggino, cari amici del Casello, secondo me era doveroso....

E BRAVO DIRETTORE!

Mi succede spesso, la domenica, di guardare la rubrica “Benjamin”, la bella vetrina libraria - ve la caldeggio - tenuta in coda al TG1 delle 13.30 dal suo Direttore, Gianni Riotta, giornalista che ammiro molto e che trovo di raro equilibrio in un contesto invece urlato e fazioso.
E’ accaduto in più di un’occasione che i “consigli per gli acquisti” forniti in trasmissione mi siano stati utili tra gli scaffali delle librerie.
Domenica 15 marzo, però, è avvenuto un fatto che ha secondo me dell’eccezionale, e che rafforza ancor più la stima nei confronti di questo eccellente professionista. Uscendo dal clichè mieloso del “tutto bello, tutto utile”, Riotta ha avuto il santo coraggio di compilare una sia pur breve classifica di libri da leggere e libri da NON leggere, rompendo una consuetudine buonista tanto in voga e che fa molto “tv pubblica”.
Ma non è tutto. Ho apprezzato ancor di più che fra gli autori bocciati ci siano firme care agli intellettuali e addirittura qualche intoccabile, come Luciano Canfora e Alberto Asor Rosa. Ha avuto coraggio, il buon Direttore, perché ha toccato due fra i più grandi tromboni del nostro panorama culturale, gendarmi delle verità ufficiali, abituati a parlare “ex cathedra” e a mal tollerare il contraddittorio. Due esponenti di primo piano di quella cultura sinistrorsa dominante che non soltanto ha informato di sé tutto il panorama storiografico e letterario del Paese, ma ha lavorato sodo per emarginare quanti facessero cultura da posizioni politiche diverse.
Tanto per esemplificare: oggi chi attacca Giampaolo Pansa per i suoi libri tende a coprirsi di ridicolo. Canfora è uno di questi. Detto tutto.
Spero ovviamente che non succeda, ma non mi stupirei se nei confronti di Gianni Riotta partissero piccole/grandi azioni di ostracismo, come sempre accade verso quanti dimostrano di non accettare i dettami del dogma (ma sarebbe meglio parlare di regime) culturale dominante, del quale i due autori sopra citati fanno parte a pieno titolo. Nel caso, caro Direttore, non si crucci: la gente – come Lei sa bene - non sta con lorsignori, così come ha sempre preferito Totò alla “Corazzata Potemkin”.

L'importante è protestare...

Si ha spesso l'impressione, di questi tempi, che in mancanza di alternative valide (ad esempio sul piano dei numeri, o su quello dei risultati) l'attuale opposizione cerchi di mobilitare tutte le sue risorse per contrastare in qualche modo l'azione del Governo, a volte attaccandosi a principi diversi e contrapposti (e ci può stare), altre volte al nulla, con effetti grotteschi.
Senza entrare nel merito, in un periodo nel quale uno dei bersagli principali è rappresentato dalla pervicace volontà di cambiamento del Ministro dell'Istruzione Gelmini, si evidenzia per bizzarria tra le molte proteste quella inscenata da un gruppo di docenti, ricercatori e studenti di Scienze Politiche a Firenze, della quale diamo conto nelle righe che seguono.
"Docenti lavavetro, protesta contro il decreto GelminiOggi a mezzogiorno la singolare iniziativa dei professori di scienze politiche. Da ieri ripresa l’attività didattica: «Altri blocchi avrebbero pregiudicato l’anno».Laveranno i parabrezza delle auto e distribuiranno volantini per spiegare perchè sono contrari alle norme introdotte dal governo che riguardano la riduzione del finanziamento pubblico al sistema universitario. Ad attuare la protesta, oggi, dalle 12 alle 13, fra via Forlanini e viale Guidoni, nella zona di Novoli, i ricercatori e i docenti della facoltà di Scienze politiche.Pronta la replica di Forza Italia Giovani, che, in concomitanza con la curiosa manifestazione dei professori, ha indetto un volantinaggio pro 133. «Saremo presenti con il nostro materiale informativo - si legge in una nota per invitare gli automobilisti e non solo a comprendere a fondo l’azione del Governo Berlusconi, senza fermarsi in superficie alla demagogia della sinistra. Le occupazioni e lo stop alla didattica ed iniziative vergognose, quali il blocco dei binari, non servono a niente se non a gettare nel caos un mondo universitario malato che necessita di riforme».«Ribadiremo con il nostro volantinaggio ai semafori aggiungono, quanto andiamo avanti a dire da settimane in difesa della Legge 133. Purtroppo lo sappiamo, anche quando vi sono delle palesi situazioni di antifunzionalità nelle Università, toccare lo status quo è un’ardua impresa che fa immancabilmente scatenare tutti coloro che nello status quo ci vivono. La verità è che questo Governo di centrodestra è l’unico che sta avendo il coraggio di curare l’Università».Intanto il consiglio di facoltà di Scienze matematiche fisiche e naturali ha deciso di cominciare ieri l’attività didattica, «perchè un ulteriore rinvio provocherebbe il blocco dell’anno accademico». Il polo scientifico rimane occupato per continuare a manifestare dissenso contro la legge 133, ma le lezioni non saranno bloccate. «Il polo rimane occupato - affermano gli studenti - perchè l’obiettivo principale, ovvero il ritiro della legge, non è stato ancora raggiunto. Perciò il blocco aule rimarrà occupato e da qui verranno organizzate le iniziative».Anche il Sum di Firenze si associa alla richiesta al Ministro Gelmini. Un provvedimento di sistema per assicurare la messa a regime e il finanziamento delle Scuole Superiori a ordinamento speciale all’interno del sistema universitario e di ricerca del Paese. Lo chiede al Ministro dell’Università e Ricerca, Maria Stella Gelmini, la rete delle Scuole Superiori a Statuto Speciale (tra queste il Sum di Firenze).La lettera è stata resa nota dal coordinatore della rete, Salvatore Settis, direttore della Normale di Pisa. «Quali che siano i futuri assetti dell’università, un punto è comunque irrinunciabile: la necessità di valorizzare e premiare la qualità della ricerca e della didattica, di riconoscere e promuovere il merito e il talento dei giovani, di offrir loro nelle istituzioni pubbliche sicure prospettive di lavoro e di carriera. Solo così potrà essere assicurata la prospettiva di produzione della conoscenza, progresso nella ricerca e nella vita civile, sviluppo nell’innovazione e nell’economia che il Paese ha il dovere di assicurare alle generazioni future», scrivono i direttori delle scuole superiori.«Temi di cruciale importanza per tutti gli Atenei quali incentivare la qualità, promuovere l’internazionalizzazione, valutare rigorosamente i risultati della ricerca, della didattica e delle capacità gestionali, incoraggiare e premiare l’innovazione e la responsabilità possono trovare nelle Scuole Superiori un opportuno campo di sperimentazione avanzata. Perciò riteniamo importante che, nel quadro dei provvedimenti sull’università, la funzione delle Scuole Superiori a ordinamento speciale venga adeguatamente riconosciuta, garantita e promossa mediante un provvedimento di sistema che ne assicuri la messa a regime e il finanziamento, fissandone i parametri sulla base delle consolidate esperienze e indicando standard e criteri di valutazione calibrati sulle peculiari caratteristiche di tali Scuole e coerenti con quelli dell’intero sistema universitario»."
Fonte: Quotidiano Il Firenze del 4 Novembre 2008

La Corazzata Potemkin è una boiata pazzesca!

Tutti ricordiamo la famosa declamazione fantozziana alla proiezione del film per gli “inferiori” vessati dal capo maniaco del cinema d’essai. Un atto di ribellione comico all’interno del film (anche per la contrapposizione con pellicole di tutt’altro genere, tra le quali spicca “Giovannona Coscialunga”), ma anche una vera e propria requisitoria verso quella cultura impegnata – quella così seriosa che nelle università combatteva (combatteva!) la goliardia, quasi provocandone l’estinzione – che, soprattutto nei plumbei e ben poco memorabili anni settanta, riteneva degni di attenzione libri, film, pieces noiosissimi, articolesse paternalistiche, musica inascoltabile che si raccontava addosso. E solo di autori amici (e schierati). Con riverberi persino nelle arti figurative e nel design.
Ne facevano le spese eccellenti musicisti, attori, scrittori, spesso molto più bravi di altri ma, ahimè, non schierati, non sufficientemente impegnati, o magari – anatema! – non di sinistra.
Dato che siamo dichiaratamente revisionisti, faremo revisione anche di questo passato spazzatura. Anche perché odiamo i tromboni (e la nostra cultura ne è sempre stata piena), e perché ancora oggi – anche tra i giovani – c’è chi si ostina a dire che “La Corazzata Potemkin” è un film bellissimo e Totò un guitto da quattro soldi.