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IL VIRUS E LA SOCIETA' OMBELICALE

Lo spunto, devo dire, non è originale. Il Casellante deve dire grazie al sig. Lorenzo, che ha postato questo concetto in un gruppo su Whatsapp dove si parla di politica. Ma gli argomenti sembrano davvero meritevoli di essere riproposti e condivisi.
La sostanza è questa: l'aspetto che più avvilisce in questi giorni dominati dai fantasmi del Coronavirus, con sessanta milioni di infettivologi, “ho saputo da mio cugggggino...”, mascherine che non si trovano, aperitivi all'Amuchina, ministri che pronunciano Coronavairus” e grandi quantità di fagioli in scatola scomparse dai supermercati, è leggere e ascoltare frasi come: “...ma guarda che il Coronavirus sta risultando letale solo per gli anziani, i malati, le persone deboli, gente che ha già altre patologie”, scritte o declamate con un malcelato senso di sollievo.
Premesso che si tratta del solito luogo comune, che sarà anche statisticamente vero ma che scientificamente è tutto da dimostrare, la piega più umanamente triste di questo assunto risiede nel fatto che le persone malate, gli anziani, i deboli in generale, vengano considerati con sufficienza individui di seconda qualità, quasi degli “inferiori” di fantozziana memoria. Persone che possono anche prenderselo, 'sto virus, perchè tanto sono già spacciate, e quindi – se proprio dobbiamo sacrificare un qualche centinaio di morti sull'altare di questa epidemia – per fortuna che abbiamo questi sottoprodotti umani i quali - volontariamente o no – ricopriranno il ruolo di vittime senza tanti rimpianti da parte di chi invece ha da fare, girare, produrre, creare statistiche, pretendere risultati.
Ecco, questa è l'umanità che potremmo definire “ombelicale”, nel senso che guarda solo ed esclusivamente il proprio privatissimo orticello, e diciamo “ombelico” per evitare trivialità, e se cade un albero si limita a spostarsi. Un'"umanità disumana", che – questa sì – avanza e contagia ogni giorno un numero sempre maggiore di persone, e lascia sul terreno di un continuo imbarbarimento molte più vittime di quante ne faccia un virus che, per pericoloso che sia, tra qualche mese sarà solo un ricordo beffardo, come l'”Aviaria” o la “Suina”, e giù grasse risate...
Chi si sente giovane, sano e forte, e non necessariamente perchè lo è, dovrebbe anzitutto prendersi cura di chi è più debole. Non dovrebbe provare sollievo nel sapere che una data patologia ha effetti deleteri solo su chi è malato, anziano, e in generale più fragile.E tutto questo perchè dietro ad ogni vicenda c'è una persona, una replica – per chi ci crede – del volto di Dio, con i suoi sogni, le sue speranze (ad esempio, quella di guarire e di tornare ad una vita normale); con le sue ansie, le sue preoccupazioni e le sue paura, che sono certamente – e in questo momento più che mai – superiori a quelle di chiunque altro. Persone che dovrebbero essere ancor più difese dalla propria comunità di appartenenza, se questo termine avesse ancora un senso.
Chi ha in dono l'età, l'energia, l'intelligenza e soprattutto la salute dovrebbe avvertire il senso del dovere nei confronti di chi è più debole, e non sentirsi meno preoccupato perchè un virus “quiddam” verosimilmente lo lascerà in pace e si sfogherà solo su qualche sfigato.
Perchè i “deboli” potrebbero essere figli di nostri vicini di casa, o nonni di un amico, vecchi compagni di scuola o di militare. E, un giorno, potremmo essere noi.

ADDIO GIAMPAOLO, UOMO LIBERO.

Con la scomparsa di Giampaolo Pansa esce di scena uno dei principali protagonisti della letteratura italiana del periodo a cavallo dei due millenni. 
Il suo primo, indiscutibile merito è stato quello di aprire una finestra laica, non di parte, sulla storia dell'immediato dopoguerra vissuta dal lato degli sconfitti. La serie di saggi, inaugurata con "Il sangue dei vinti", ha effettivamente aperto una nuova stagione di riflessione storica, e quello che al Casellante è parso particolarmente significativo è  stato vedere le reazioni scomposte, a volte isteriche (ma sul serio, proprio da "persone disturbate"), di quelli che Pansa ha definito i "gendarmi della memoria", figure meschine la cui unica preoccupazione è che nessuno discuta i dogmi che permettono ad una delle fazioni coinvolte di ricoprire anche il ruolo di arbitro. 
Per certi versi sembra di essere tornati ai tempi delle Brigate Rosse: non potevano essere di sinistra, per cui la regia era da cercare in altri ambienti (le "sedicenti", berciava la vulgata ufficiale). Oggi, essendo impossibile che un uomo di sinistra, e per giunta non certo imbecille, possa anche solo criticare l'antifascismo - in Italia, chissà perché, è più grave che pisciare nell'acquasantiera -, chi lo fa o non è più di sinistra, perché comprato dal nemico (c'è da immaginare che Berlusconi vada bene in qualunque occasione, è come un vestito blu) o anche semplicemente rincoglionito, oppure non lo è mai stato.
Ma Giampaolo Pansa era anzitutto e soprattutto un uomo libero, di pensieri e di parole, e come non ha mai lesinato il suo favore per la sinistra politica italiana, così ha avuto il coraggio di dire, con i suoi scritti, che condannare il fascismo non significa automaticamente condannare le persone, e credere nella democrazia e nella costituzione non implica l'accettazione acritica di qualsiasi comportamento dell'antifascismo, specie quello arrivato fuori tempo massimo. 
Credo non possa essere messo in discussione che Giampaolo Pansa fosse un uomo concretamente di sinistra. Quindi, rispetto al Casellante, un avversario. Ad averne, però, di avversari così: talmente acuti da saper leggere anche le ragioni di chi, al suo occhio, aveva torto. 
Onore a lui. Da lassù, scrollerà spalle sentendo starnazzare le oche dell'odio fine a se stesso.

L'AMBIENTALISMO COLLATERALISTA DI CASA NOSTRA

Da molto tempo il Casellante è arrivato alla conclusione che certe associazioni "ambientaliste" siano, in realtà, autentiche quinte colonne di ciò che resta della sinistra massimalista.
Apriorismi, battaglie contro il progresso, scelte incomprensibili (dov'erano questi signori quando si costruiva una delle reti autostradali più estese d'Europa, o quando si regalavano all'autotrasporto merci autentiche praterie? Ah, già... erano dei "loro"...): c'era un tizio, una macchietta, reponsabile di una delle principali associazioni del ramo (è il caso di dirlo), che a inizio duemila si era reso famoso  - e ridicolo, ma pur essendo una caricatura non faceva ridere nessuno, ed era anche piuttosto irascibile - per le sue posizioni di retroguardia su Terzo Valico, nuove linee, eccetera. E la crisi del 2008 era ancora di là da venire.
Ma, vuole un antico adagio, il lupo perde il pelo ma non il vizio. E così, eccoli a sbottare, questa volta contro il prolungamento della metropolitana di Genova. Uno se li aspetterebbe a favore, e magari in crociata contro moto, furgoni, mamme al volante nelle ore di punta. Invece no: perchè la validità del mezzo da utilizzare è anzitutto soggettiva. L'avesse proposta qualcuna delle sciagurate giunte precedenti alti sarebbero saliti i peana. Ma la conclusione dell'iter è legata alla giunta Bucci, e quindi è sbagliata la scelta.
Non ne possiamo più. Ma coviamo la segreta speranza che prima o poi l'ambiente, l'habitat naturale, faccia il suo dovere...

https://www.facebook.com/giuseppe.viscardi.94/posts/10217105205615186?comment_id=10217105739388530&notif_id=1557427785685118&notif_t=feed_comment

ANCHE SU YOUTUBE, NEL NUOVO CANALE DEL CASELLANTE...

https://www.youtube.com/my_videos?o=U

LA CORSA CONTINUA!

http://www.genova3000.it/politica/8866-le-priorita-di-giuseppe-viscardi.html

ITALIA MOSCIA, SOLO L'EMERGENZA CI SCUOTE

Un’Italia strana e silenziosa, quella che si è presentata all’alba dell’anno nuovo. Come se ci fosse una certa resistenza a farsi vedere, a mostrarsi vivi o anche soltanto impegnati e partecipi. In primavera inoltrata si terrà un’importante tornata amministrativa, e ad oggi i cittadini di molti centri importanti non sanno nemmeno chi concorrerà alla poltrona di sindaco. Ben diversa era l’atmosfera nel 2012, quando le liste proliferavano e in molti casi la competizione (anche interna agli schieramenti) sembrava attiva e portatrice di grandi novità. Sarà che le novità non sono arrivate, ma questa situazione soporifera porta davvero i segni della disaffezione verso le istituzioni.
E’ cambiato – in coda ad una netta e tutto sommato meritata sconfitta referendaria – persino il governo centrale, e davvero sembra non sia cambiato niente, se non che tanti (visti gli atteggiamenti della Consulta) sembrano avere una voglia matta di andare a votare, piuttosto senza sistema di conteggio dei voti, purchè lo si faccia: ma allora torniamo al punto precedente, ossia la scarsa voglia di partecipare.
Alla fine l’Italia reagisce solo davanti alle tragedie, come quelle che a più riprese e in più modi hanno colpito il centro del Paese. Quelli che in Liguria sono gli “Angeli del fango” sono gli unici, veri angeli. Un’idea, una provocazione: e se facessimo decidere di più al mondo del volontariato, e meno a quello della politica?

E MAGNAMOCI 'STO MAGNATE!

Gli Stati Uniti hanno eletto nei giorni scorsi il loro nuovo Presidente, nella figura del magnate Donald Trump. Una figura discussa, e discutibile, per molte diverse ragioni, alcune anche condivisibili.
Il casellante non intende entrare nel merito della questione: anzitutto lo hanno già fatto in tanti, dentro e fuori gli USA. Ce ne cresce, direi. In secondo luogo, per una valutazione del merito sarebbero necessari elementi che – allo stato (anzi, agli Stati: Uniti) – non abbiamo, e chi dice di averli mente sapendo di mentire.
Come sempre, l’attenzione si concentra invece sulle reazioni che tale elezione ha suscitato. Proteste, indignazioni, preoccupazioni. Tutte dalle diverse sinistre del mondo, e in rari casi anche da altre provenienze, fino a sfociare in alcuni casi in autentiche proteste di piazza.
Se ne ricavano due impressioni nette. Anzi, tre. La prima è che le sinistre continuino a rivendicare una certa superiorità morale su tutti gli avversari. Se vincono gli altri, vince sempre il peggiore. Su quale piano? Quello etico e ideale. Chi lo dice? Loro. Un arbitro che gioca. Mah.
Le seconda è che sembra che la democrazia funzioni se il risultato è consono a quanto desiderato da lorsignori. Altrimenti si è inceppata da qualche parte. Come noto, al “Casello” non siamo tra coloro che idealizzano la democrazia: è un metodo, uno schema di lavoro, una modalità partecipativa, ma non è né un valore, né un disvalore. Il valore, semmai, è la partecipazione, che può configurarsi in molti modi, uno dei quali è appunto la democrazia. Ma se si decide di usarla, bisogna essere disposti ad accettarne tutte le conseguenze, e fra queste che vinca qualcun altro, senza far seguire gli esiti da predicozzi moraleggianti sul fatto che “la gente non ha capito” o sul fatto che i voti vadano pesati intrinsecamente, invece che contati.
L’ultima, più cronistica che di scenario, è che ogni volta che vince qualcun altro il progressismo mondiale alza barriere. Proteste di piazza, barricate, rifiuto di collaborare, a volte anche di peggio.
Sullo sfondo rimane una domanda: perché non rispettare un po’ le scelte elettorali della gente, che compra il prodotto che in quel momento gli piace di più, a prescindere dalle ragioni che hanno portato a questo effetto?

DEL DISPREGIO DELLA CLASSE DIRIGENTE PER IL PROPRIO POPOLO

Credo che la disaffezione della gente verso la politica non sia mai stata così forte. L’impressione di distacco non è più e solo verso la politica, verso la “partistica”, verso le beghe e le discussioni. Oggi appare chiara la disaffezione verso la partecipazione, che è il vero valore, ed è (sarebbe) l’unica cosa da salvaguardare veramente.
Si ha cioè la sensazione che la gente non creda più al fatto che le scelte operate dalla politica incidano sul serio sulla vita di ciascuno. Tolte forse le tasse, subite come un sopruso (spesso a ragione), e oggi finalizzate ad un qualcosa che non ci tocca nell’esistenza quotidiana ma solo nel portafoglio.
Tutto questo per dire che anche la scelta su chi governerà la Liguria nel prossimo quinquennio è lontana, lontanissima da noi.
I candidati, di fatto, non esistono: tra chi è visto come (e probabilmente rappresenta) la continuità con l’ultimo, pessimo, sfigato e portasfiga decennio che, se invece ci credessimo, dovrebbe essere un buon motivo per votare chiunque altro, e chi – non ligure – viene calato dall’alto, al posto di chi invece ligure sarebbe e le battaglie le combatte davvero; e chi ancora rappresenta il nulla totale dimostrato in pochi anni di inutile blaterare a vanvera, capace solo di espellere le voci dissenzienti e di candidare perfetti sconosciuti armati di sola buona volontà ma del tutto privi di idee; ed infine chi continua a portare avanti un’idea di sinistra radicale e movimentista sconfitta inesorabilmente dalla storia (ma c’è chi – vedi il 25 aprile – continua ad usare la storia a fini politici, quindi siamo a posto…), beh, siamo in pessime mani.
Il fatto poi che le elezioni siano nel bel mezzo del primo, vero ponte estivo incoraggerà il partito dell’astensione, che sarà, di gran lunga, il vero vincitore delle elezioni regionali.
Il risultato sarà che chi prenderà, più o meno, il 35% dei voti su una percentuale di votanti che potrebbe attestarsi al 50%, reggerà tutta la Regione per cinque anni. Cinque lunghi, lunghissimi, tristi anni. Se togliamo chi non può votare per motivi di età, con poco più del 10% dei residenti si dirà legittimamente che la maggioranza ha espresso la nuova classe dirigente.
Non so se chi crede tanto nella democrazia la voglia in questo modo. So che la partecipazione è un’altra cosa.

AMT: ...e trovare soluzioni intelligenti?

Due riflessioni sulla vicenda AMT, che a Genova sta creando disagi e discussioni da giorni, generando una eco che va ben al di fuori dei confini liguri, risonando ormai in tutte le edizioni dei telegiornali.
La prima è che i servizi pubblici, in quanto pubblici, devono mantenere una regia pubblica. Noi del “Casello” siamo sicuramente liberali (ma nel senso migliore) e un po' reazionari, ma su questo non possiamo transigere: acqua pubblica, trasporti pubblici, e via discorrendo.
Tanto più che la vicenda AMT è una privatizzazione da operetta, non dissimile a quella azzardata a suo tempo dalla giunta Pericu. Servono soldi, non soci, per l'incapacità di trovare soluzioni tecniche e politiche adeguate.
E qui andiamo alla seconda riflessione: riguarda l'incompetenza di chi gestisce e ha gestito il trasporto pubblico genovese da... sempre. Eppure Genova possiede fiori di esperti in materia: ma no, la presunzione di sapere e di essere capaci da soli...
Un invito, a tutti: andatevi a rileggere il programma di “Gente Comune”, nella parte riservata ai trasporti. C'era scritto tutto, e bene.
Essere tra quelli che “lo avevano detto” non cambia nulla, e semmai aumenta i rimpianti. Ma per lo meno non rende complici dello scempio al quale stiamo assistendo, che alla fine ha un solo titolo: i genovesi si vogliono male, e continuano a votare sempre gli stessi. I carnefici.

GENTE COMUNE, E’ QUI LA POLITICA!



Può un’associazione di volontariato esprimere maggior senso della politica e delle istituzioni di quanto facciano i partiti e gli enti preposti?

D’accordo, messa così è una domanda retorica, e la risposta non può che essere: “sì”. Però non mancano le buone ragioni per dire che le cose stanno proprio in questi termini. E’ evidente – anzi, è sempre più evidente – il distacco tra i cittadini e chi dovrebbe rappresentarli. E per quanto certe forzature possano far accapponare la pelle alle persone per bene, abbiamo la netta impressione che l’amnistia e il patto di stabilità non siano in nessun modo le priorità della gente. Non quanto le strade, la pulizia, l’illuminazione, gli autobus. Tutte cose che a Genova funzionano proprio male, o non funzionano per niente.

Gente Comune, associazione di volontariato civico che ha già alle spalle numerose attività di riqualificazione urbana e una partecipazione – gloriosa e tutt’altro che inosservata – alle elezioni comunali del 2012, ha promosso nei giorni scorsi il recupero delle ringhiere di Corso Italia, ormai senza manutenzione da oltre vent’anni.

Carteggiare e ridipingere, questo l’oggetto dei lavori, che hanno richiamato alcune decine di volontari anche da altre associazioni amiche. La gente che passava – e in Corso Italia ne passa… - si fermava, incredula e grata.

L’obiettivo è proseguire e completare almeno il tratto fino al Lido entro la fine dell’anno, anche se a tendere, se il numero dei volontari lo consentisse (e gli aiuti – vernici, solventi, pennelli – aumentassero), l’ideale per gli organizzatori sarebbe quello di completare i circa tre chilometri di marciapiede. Sulla pagina Facebook di Gente Comune si trovano tutti gli avvisi e le indicazioni.

Certo, qualcuno potrà obiettare: questo è qualunquismo della più bella specie. Può darsi. Se prendere in mano le situazioni nell’inerzia grave, inane e per giunta arrogante dei poteri costituiti è qualunquismo, Gente Comune ne interpreta bene il senso. Aspettiamo allora qualche iniziativa simile o migliore dei “non qualunquisti”.

LA FARSA DEI COSIDDETTI “DIRITTI CIVILI”.



Personalmente lotto da molto tempo contro il pregiudizio laicista imperante. Contro tutti i “pensieri deboli”, le Margherite Hack – requiescat! – gli Odifreddi (Odi + freddi, cognome appropriatissimo per codesto sedicente “scienziato”, che odia e disprezza freddamente, e mi fa francamente un po’ schifo), i Gianni Vattimo, anche i pur spesso lodevoli Gramellini (autore di un disgustoso, patetico e ideologico “Buongiorno” su Carlo Giovanardi, reo solo di essere un cattolico serio e non un “evoluzionista”) e tutti i superstiziosi atei la cui ignoranza è profonda forse anche più della malafede e comunque pari all’acrimonia con cui trattano non “le religioni”, ma “una” in particolare, cosa che smaschera la loro attitudine ad essere servi di un’ideologia “contro”.
Al loro servizio tanti piccoli meschinetti, con le loro strida e le loro apostasie, convinti che essere per la famiglia – quella vera, quella “uomo e donna”, cattolica o civile che sia – sia un atto di ignoranza, di arretratezza, di disconoscimento di “diritti”. I diritti civili, quelli ai quali chi postula una famiglia come rettamente dovrebbe intendersi sembrerebbe opporsi.
Ed è arretrato, ignorante, fuori tempo, opporsi a questi presunti “diritti”. Ti manca qualcosa, perché non capisci, non comprendi, non contieni. Mai sfiorati dal dubbio che chi porta avanti un’istanza come quella – la mia – per la quale “buliccio” rimane un insulto e non può diventare una possibilità può essere intelligente quanto loro, democratico quanto loro, colto quanto loro. Solo, avere idee diverse, che meritano rispetto.
Ma questi campioni della democrazia ad un solo senso di marcia – si può essere pro-diritti civili (espressione che mi fa francamente sorridere: diritti civili sono quelli all’assistenza, alla casa, all’alimentazione, che spesso proprio certi radicalismi di sinistra rifiutano), ma non contro, si può essere antifascisti ma non anti-antifascisti – ci riescono indigesti. La loro democrazia ideale è quella dove su certe cose – famiglia, aborto, eutanasia, bioetica – passa una sola idea, che deve fare da sfondo, da piattaforma comune. A valle di questo, su cuneo fiscale ed età pensionabile, si può anche discutere.
Grazie, no. Preferiamo continuare a rosolarci nella nostra ignoranza.

UN ATTEGGIAMENTO SCONCERTANTE!

Dagli amici di "Gente Comune" , unica realtà in movimento nella politica genovese, riceviamo e volentieri pubblichiamo un comunicato sull'effettiva "libertà d'azione" dei cosiddetti "cattolici democratici", che mai, mai, prendono le distanze dal loro partito, nemmeno su questioni dove la coscienza imporrebbe di anteporre il proprio pensiero a quello - all'ammasso - dell'intero gruppo.

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Si sostiene da molte parti che una delle conseguenze più serie della diaspora dei cattolici all'interno dei diversi schieramenti politici sia stata la frequente incapacità di affrontare insieme, pur nella diversità di vedute, temi che vedono coinvolta la sfera dell'etica e che, quindi, hanno ricadute dirette sul rapporto tra l'agire politico e il comportarsi secondo i propri princìpi.

Invece di combattere assieme una battaglia franca e sincera contro certe degenerazioni laiciste oggi tanto di moda, spesso i cattolici impegnati nelle istituzioni preferiscono nascondersi, quando non accodarsi al pensiero (debole, debolissimo) dominante.

Ne è un ultimo esempio, molto eclatante, l'approvazione del cosiddetto "Registro delle Unioni Civili" da parte del Consiglio Comunale di Genova, nella seduta di martedì 23 maggio 2013.

Considerando che la posizione della Chiesa sull'argomento non solo è molto netta, ma è stata ribadita con forza ai massimi livelli in tempi ancora molto recenti, a nostro avviso un politico di matrice cattolica che viva con serietà il proprio impegno civile e con coerenza i propri valori avrebbe dovuto rifiutarsi di votare a favore di un provvedimento che – prescindendo dal contenuto – si pone in evidente contrasto con quanto richiesto da un'appartenenza alla Chiesa che non debba essere considerata solo formale.

Abbiamo invece assistito, con profondo sconcerto, all'adesione acritica e monolitica alle posizioni ufficiali dello schieramento di centro (poco) - sinistra (troppa) anche da parte di alcuni consiglieri che si fanno continuo vanto di un'appartenenza ecclesiale e di una condivisione valoriale con il mondo cattolico che – nei fatti – dimostrano di non praticare, se non nelle caramellose dichiarazioni preelettorali nelle salette parrocchiali, nelle sedi delle associazioni, sui social network.

Gente Comune non è un movimento religioso: è un'associazione di volontariato aconfessionale che fa dell'impegno civile e sociale il fulcro delle proprie battaglie. Nelle sue fila militano persone di credo religioso e radici storiche e culturali anche molto diverse tra loro.

Ma su certe cose, come sempre abbiamo sostenuto, non intendiamo transigere: il concetto di famiglia tradizionale (e non necessariamente su base religiosa), così come l'onestà intellettuale, e ci fa scandalo – lo sappiano queste persone – vedere omiciattoli appecorati alle posizioni della loro traballante Armata Brancaleone, nel tentativo di non dimostrarsi riottosi e poter ambire, prima o poi, a qualche posizione di potere.

IL SINDACO CHE VORREI AL POSTO DELLA SINDACHESSA CHE NON C'E'

La “mala gestio” della sindachessa lessa non conosce confini. La città è allo sbando, e non solo per colpa sua. Lei è l’ultima di una serie di sindaci nefasti, le cui conseguenze tutti i genovesi portano addosso, salvo dimenticarsene in sede di votazione. Più che di “sindrome di Stoccolma”, bisognerà iniziare a parlare di “sindrome di Genova”.

Basti pensare alla dilettantesca e penosa gestione della mobilità cittadina, passata dal ridicolo Merella, che ci faceva prendere in giro a livello nazionale, all’incompetenza dell’attuale gestione Pissarello & soci. L’assessore Arcangelo, estromesso da tempo – va appena ricordato che quando decise di presentarsi ad un’elezione prese più o meno i voti dei propri familiari, e nemmeno tutti -, si è permesso di recente di criticare l’attuale giunta dalle colonne di un noto quotidiano (della serie: quando c’ero io, Genova sì, che…). Per chi avesse la memoria corta, cogliendo fior da fiore, Merella è colui che – parlando del rifacimento della soletta sopra il Bisagno, alla Foce – disse fiero: dobbiamo chiedere 24 mesi di sacrifici ai Genovesi. Era l’autunno del 2004…

Oggi, con l’AMT in difficoltà interne ed esterne e con colpe equamente distribuite tra tanti attori, con una città che non decolla e non funziona, l’unica preoccupazione è quella di mettere la mordacchia a quanti si fanno portatori di dissenso. In perfetto stile sovietico. Avete mai provato a contraddirla, la Crudelia De Mon di Tursi?

L’ultimo esempio qualche settimana fa. Il gruppo Facebook “Mandiamo a casa Marta Vincenzi” ha organizzato un evento informatico brillante: tempestare il server di Tursi con una mail di cittadini insoddisfatti basata su un testo condiviso, che esprimeva la vergogna di essere rappresentati dalla Maga Magò della Valpolcevera. Ne sono state spedite almeno un migliaio: non una cosetta da niente. Il promotore, Maurizio Gregorini, brillante e volitivo uomo di cultura, è stato contattato dalla PS perché si assumesse ufficialmente la paternità del gesto. Stop. Nessun altro riscontro. Né sulla stampa cittadina, che ha fatto passare sotto silenzio l’iniziativa, né sull’emittenza radiotelevisiva. Né, tampoco, con reazioni dell’interessata. Che si offende, si picca, si rabbuia. Ma non risponde. Perché non ha argomenti – i suoi limiti caratteriali, politici ed amministrativi ormai sono proverbiali -, e perché non ritiene gli interlocutori all’altezza.

A volte mi chiedo: che sindaco vorrei, domani? Uno che risponde e parla con tutti. Uno che prova a risolvere i problemi, anche andando fino in fondo. Uno che non difende ad oltranza l’operato suo e dei suoi collaboratori, anche quando è indifendibile. Uno che prenda questi tre anni e mezzo della medusa di Tursi e faccia il contrario. Sbaglierebbe qualcosa, ma per il calcolo delle probabilità farebbe meglio di chi l’ha preceduta, così come uno che – da sindaco – lanciasse la monetina ad ogni decisione: avrebbe almeno il 50% di probabilità di successo. Rispetto allo zero dell’attuale giunta, sarebbe un gran passo in avanti.

POMIGLIANO: UNA PARTITA DA VINCERE

Mille e mille gli argomenti, cari amici del Casello, che da tempo – complice un intoppo informatico imprevisto – mancate della vostra ferrovia virtuale per far circolare idee e faccende.
Ce ne sarebbe, davvero: il federalismo, i Mondiali, la sempre più involuta conduzione della sindachessa medusa, treni e bus, la marea nera, le intercettazioni…
Ci sarà modo, spero. Ma la prima cosa che porto alla vostra riflessione è la situazione di Pomigliano d’Arco ed il rifiuto dogmatico, ideologico, della CGIL di firmare l’accordo con la Fiat.
Un accordo che chiede impegno ai lavoratori, e qualche rinuncia. Ma che in sostanza dice: se la facciamo così, noi portiamo qui dalla Polonia (dalla Polonia!) la linea di produzione della Fiat Panda. Non c’è un’alternativa: se la proposta della Fiat non passa, lo stabilimento chiude. Punto.
La CGIL dice di no, unica tra i sindacati. E il sospetto che dietro ci sia qualcosa di diverso dalle semplici ragioni dei lavoratori è forte.
Proviamo però a spingerci al di là delle impressioni, con alcune note analitiche. La prima. La CGIL – è evidente – oggi più che mai è asservita ad una logica di potere che contrappone due schieramenti. I suoi no, un tempo classisti e ideologizzati, sono oggi spesso frutto di logiche politiche che cercano un risultato opportuno, quando non opportunistico. Il fatto di essere l’unico sindacato, a parte qualche sigla autonoma, a contrapporsi sempre a Berlusconi e al Centro Destra pesa, in termini di tessere, perché permette di cavalcare un malcontento che sempre è esistito e sempre esisterà, brandendo però la spada del purismo e del “io-non-mi-vendo”.
Dire di no a Pomigliano, farne fallire le logiche, contribuisce ad eliminare un pericoloso successo governativo dall’agenda politica e sindacale, perché è altrettanto certo che i ministri dell’attuale compagine se ne farebbero vanto.
La seconda. La CGIL – su un piano più strettamente sindacale – teme, non senza fondatezza, che la ricetta Pomigliano possa estendersi a tanti altri plessi industriali della Penisola. E’ vero che svecchierebbe il repertorio da (pessimi, trovo incredibile che ci sia chi sostiene il contrario) anni settanta dell’industrializzazione italiana, ma probabilmente allenterebbe le cautele sindacali di cui i lavoratori hanno fin troppo abbondantemente fruito nel dopoguerra. Questo, la componente sindacale dei metalmeccanici CGIL – la base operaista e movimentista che tiene le redini della confederazione – non può permetterlo.
E così, spazio al “tanto peggio, tanto meglio”. Con il concreto rischio che Pomigliano chiuda. E che i fautori del principio “O tutto, o niente” – pochi, direbbe Montanelli, inutili e dissennati – tengano in ostaggio una delle poche fabbriche della Campania e una delle poche produzioni che coraggiosamente un’impresa italiana sta cercando di mantenere o addirittura di riportare da noi.

CARO GIANFRANCO, COSI' NON VA.

Lascia molto perplessi l’atteggiamento di Fini e dei suoi in questa fase politica. Siamo all’indomani delle elezioni amministrative, che hanno restituito pieno vigore all’azione del governo, enfatizzando il meritato ruolo locale della Lega, unico, vero partito del territorio e come tale premiato dagli elettori.
Ci sono quindi le premesse per andare avanti e farlo con costrutto, lasciandosi alle spalle veleni e processi: le riforme, l’economia, il mondo del lavoro, la sicurezza….
A maggior ragione le uscite di Fini – che incassa però il pesante smacco di una larga fetta di ex aennini che gli preferiscono la stabilità del referente politico – appaiono incomprensibili. A suo dire, la Lega va arginata e la gestione dev’essere più collegiale.
Sul primo punto, ci si chiede il perché. Forse per le boutade autonomiste di Bossi e di Calderoli, o per il folclore del popolo padano? Se è così, il respiro dei finiani è corto: la Lega, dove governa, lo fa bene, con amministratori che dicono (e fanno) per la gente quello che la gente vuole sentirsi dire e veder fare. Se poi sono cose rozze, come sostiene qualcuno, francamente non si vede perché ci si dovrebbe preoccupare: per decenni ci siamo dovuti sorbire le idiozie circa la “lotta di classe”, il proletariato, i lavoratori, categorie di una rozzezza infinita, e oggi ci dovremmo preoccupare per le istanze – spesso giustificate, tra l’altro – della Lega? Con la differenza che, all’epoca, i “proletari” non li voleva nessuno, e restavano all’opposizione. Oggi la Lega la votano. O vogliamo forse una democrazia selettiva (tu puoi, anche se non ti votano; tu non puoi, nemmeno se ti votano)?
Sul secondo, al limite, si può concordare, e si può trovare un terreno d’intesa. La gestione del PDL – inteso come partito – lascia perplessi. Le situazioni locali sono gestite in modo personalistico e con scarso senso della realtà. La vicenda della Puglia – dove Vendola starnazza di un successo che in realtà è una defaillance degli avversari – dovrebbe insegnare.
Ma anche la nostra Liguria fa scuola: a quando un congresso, a quando cariche locali elette dalla base? Forse, in questo modo anche qui si potrebbero creare le condizioni di un’alternativa alla pessima sinistra ligure. Che governa perché gestisce il potere in modo sovietico, ma ancor più per mancanza di avversari.

E' PRIMAVERA, ARRIVA UN FRESCO VENTICELLO DI FOGNA...

Non ci crediamo più. Possibile che ogni volta che si avvicina una tornata elettorale parta una campagna giudiziaria contro Berlusconi? E’ una cosa talmente rituale e ripetitiva che non si lascia più credere, ed in effetti sono tanti coloro che, anche a sinistra, nutrono forti perplessità sui contenuti di questa nuova “inchiesta”.
Ne riassumiamo, in breve, il nocciolo: il Premier – che qui, sia chiaro, non intendiamo difendere “a prescindere”, anche perché non ne ha bisogno – è sotto indagine per aver detto al telefono ad un membro dell’AgCom, Innocenzi, e al direttore del TG1 Minzolini, che è stufo di sentirsi diffamare ed insultare in continuazione da Santoro, e che quel programma così com’è fa schifo e meriterebbe di essere chiuso. Cose, tra l’altro, del tutto condivisibili. Vorrei vedere chiunque, se esistesse un programma radiotelevisivo fatto non per smascherare ribalderie assortite (ci sono: ad esempio Striscia la Notizia e le Iene su Mediaset, Report e per certi versi anche Chi l’ha visto sulla Rai, solo per citarne qualcuno), ma per parlare a senso unico solo di episodi, veri o più spesso presunti, che vedono protagonista un solo individuo, una sola parte, una sola fazione. Tanto per dire, un Santoro di destra che se la prendesse con Prodi – eppure di quel falso perbenista disonesto di cose da dire ce ne sarebbero state a bizzeffe – non è mai esistito.
Mutatis mutandis, sarebbe come se Mourinho venisse perseguito perché caccia i cronisti dalle proprie conferenze e venisse intercettato mentre chiede ad un amico direttore di testata che chiudano “Controcampo”. E non rileva la diversa posizione delle due persone citate: il comportamento è assolutamente uguale.
Insomma, anche stavolta la rilevanza penale è nulla. E forse anche quella politica ed umana. Ma parlarne a due settimane dalle elezioni può spostare pochi quanto essenziali voti degli indecisi, magari lasciandoli a casa. Anche per questo, con una sinistra senza idee che continua a ripetere che “gli italiani vogliono vedere trattati i loro problemi, non quelli di Berlusconi”, abilissima nel crearli, questi problemi, e quindi a far sì che questo argomento possa essere utilizzato, il Centro destra potrebbe fare tanto e non riesce a farlo: impossibile attaccare quando sei sempre costretto a difenderti. Anche se l’attacco arriva con un venticello di fogna.

IL SEMAFORO, SIMBOLO DELLA MOBILITA' GENOVESE

La mobilità genovese degli ultimi decenni, pur spesso stravolta, presenta un filo conduttore che unisce tutte le piccole e grandi rivoluzioni: l’inefficacia.
Tralasciando l’aspetto che pur mi è più caro e noto, il trasporto pubblico, che a reggere l’assessorato fosse il bizzarro Villa o il fumoso Merella, per la città cambiava poco, e comunque in peggio. La casalinga di Voghera non avrebbe procurato certo danni peggiori.
L’emblema di queste controgestioni? Il semaforo. Sì, d’accordo, le strisce gialle; certo, le zone blu; sicuro, anche i sensi unici rivoluzionati a babbo, o il rifacimento delle coperture del Bisagno che “non durerà più di 24 mesi”, per dirla con lo sfortunato precedente inquilino del Matitone; ma tutto ciò è niente rispetto all’epidemia di semafori – talvolta inutili, spesso dannosi – che ha colpito la città, in particolare nel corso della nefasta gestione Merella.
Spero per lui - l’assessore al traffico più inviso di sempre - che ci abbia almeno guadagnato qualcosa; che so, dalla ditta fornitrice. Giusto per dire che in città qualcuno ha tratto beneficio dall’assurda politica del “più infastidisco l’utente della strada, più faccio l’interesse della viabilità”.
Così, mentre tutto il mondo elimina i semafori, a Genova li decuplichiamo. Dove non ci sono mai stati (Piazza Portello); dove c’è un attraversamento pedonale a richiesta che rompe le scatole, specie nelle ore di punta (qua e là in Corso Europa), dove c’è un incrocio con una via sempre deserta, dove c’è l’uscita dei mezzi di una qualsiasi entità comunale, provinciale, regionale o statale…
Ovunque, tranne – sembra una banalità - dove servono: ad esempio alla confluenza di via Capolungo con l’Aurelia (via Donato Somma), quasi a Bogliasco, dove persino gli autobus svoltano tra due curve cieche.
Il risultato? Gli automobilisti non rinunciano all’auto, però s’infuriano e le code si esasperano. Quando invece è evidente che, per l’inquinamento e la scorrevolezza del traffico, è molto meglio che la fiumana di mezzi che popola le nostre strade al mattino viaggi senza troppe soste. Ne guadagnerebbero i mezzi pubblici (che, pure, non brillano per efficienza), ostaggio tanto dell’indisciplina degli utenti privati – che non sto difendendo: basta pensare all’odioso ricorso al posteggio in seconda fila – quanto dell’intasamento delle strade, spesso indotto da semafori crudeli posti ad incroci che invocherebbero soluzioni alternative.
Il futuro non sembra portare in dote un miglioramento: le strade sono quelle, e le risorse – si sa – scarseggiano. Se poi quelle poche le spendiamo in semafori…

BERSANI, LA MUFFA AL POTERE.

Qui al Casello, si sa, non siamo propriamente di sinistra. E neppure siamo tra quelli che non credono più alla distinzione fra schieramenti ed ideologie, in nome di un concretismo bottegaio che non ci appartiene. L’affetto per le tradizioni e l’attenzione verso il nuovo sono complementari in una visione organica della realtà politica.
Detto questo, non ci si può esimere da una veloce valutazione sulla (prevedibile) vittoria di Pierluigi Bersani nella corsa alla segreteria del PD.
Vista da avversario, c’erano buoni motivi per tifare a favore del successo dell’uno o dell’altro dei due (tre, ma Marino non è mai sembrato in corsa sul serio) contendenti.
Franceschini sembrava incarnare un modo di vedere e fare innovativo, fingendo pragmatismo assolutista antiberlusconiano e assenza di ipoteche ideologiche, smentite però dai continui richiami alla Costituzione e all’antifascismo (che, come i lettori del Casello sanno bene, è il mio personale peggior nemico, e condiziona come poche altre cose i miei giudizi). L’eterno ragazzo emiliano si è però dimostrato ingenuo nell’approccio e velleitario nei presupposti: impensabile cestinare in pochi mesi una lunga tradizione fatta di sezioni e Feste dell’Unità. A ciò ha abbinato fin da subito un atteggiamento manicheo e paradipietrista che ne facevano un interlocutore pessimo (o, meglio, un non interlocutore) per chi ipotizza finalmente rapporti di civile convivenza tra maggioranza ed opposizione. La sua eventuale vittoria avrebbe avuto sull’elettorato di area progressista una forte presa identitaria ma senza portare, probabilmente, un solo voto in più.
Bersani, al contrario, rappresenta il vecchio, il già visto, l'ammuffito, il rassicurante trionfo del “si è sempre fatto così”, non importa se con ragione o con torto. Ora proverà a rimettere in sesto i cocci di una coalizione pietosa, che si coagulerà contro il nemico usurpatore pur cercando in qualche modo di compromettersi con esso. Qualche volta riuscirà persino a vincere, ma – come in passato – non a governare, troppo compressa tra le diverse ed inconciliabili anime del suo variopinto catalogo.
Alla fine, la mia impressione è che il vero vincitore di questa tenzone sia Pierferdinando Casini, il quale attendeva in regalo proprio questo esito: i transfughi (che non saranno pochi, né marginali) proveranno per l’ennesima volta la carta del Grande Centro. Cosa dite, amici del Casello: stavolta la faranno uscire?