IL VIRUS E LA SOCIETA' OMBELICALE
ADDIO GIAMPAOLO, UOMO LIBERO.
Per certi
versi sembra di essere tornati ai tempi delle Brigate Rosse: non
potevano essere di sinistra, per cui la regia era da cercare in altri
ambienti (le "sedicenti", berciava la vulgata ufficiale). Oggi, essendo
impossibile che un uomo di sinistra, e per giunta non certo imbecille,
possa anche solo criticare l'antifascismo - in Italia, chissà perché, è
più grave che pisciare nell'acquasantiera -, chi lo fa o non è più di
sinistra, perché comprato dal nemico (c'è da immaginare che Berlusconi
vada bene in qualunque occasione, è come un vestito blu) o anche
semplicemente rincoglionito, oppure non lo è mai stato.L'AMBIENTALISMO COLLATERALISTA DI CASA NOSTRA
https://www.facebook.com/giuseppe.viscardi.94/posts/10217105205615186?comment_id=10217105739388530¬if_id=1557427785685118¬if_t=feed_comment
ANCHE SU YOUTUBE, NEL NUOVO CANALE DEL CASELLANTE...
LA CORSA CONTINUA!
SI RIPARTE E CI SI RIPROVA!
ITALIA MOSCIA, SOLO L'EMERGENZA CI SCUOTE
E MAGNAMOCI 'STO MAGNATE!
DEL DISPREGIO DELLA CLASSE DIRIGENTE PER IL PROPRIO POPOLO
AMT: ...e trovare soluzioni intelligenti?
GENTE COMUNE, E’ QUI LA POLITICA!
D’accordo, messa così è
una domanda retorica, e la risposta non può che essere: “sì”. Però non mancano
le buone ragioni per dire che le cose stanno proprio in questi termini. E’
evidente – anzi, è sempre più evidente – il distacco tra i cittadini e chi
dovrebbe rappresentarli. E per quanto certe forzature possano far accapponare la
pelle alle persone per bene, abbiamo la netta impressione che l’amnistia e il
patto di stabilità non siano in nessun modo le priorità della gente. Non quanto
le strade, la pulizia, l’illuminazione, gli autobus. Tutte cose che a Genova
funzionano proprio male, o non funzionano per niente.
Gente Comune,
associazione di volontariato civico che ha già alle spalle numerose attività di
riqualificazione urbana e una partecipazione – gloriosa e tutt’altro che
inosservata – alle elezioni comunali del 2012, ha promosso nei giorni scorsi il
recupero delle ringhiere di Corso Italia, ormai senza manutenzione da oltre
vent’anni.Carteggiare e ridipingere, questo l’oggetto dei lavori, che hanno richiamato alcune decine di volontari anche da altre associazioni amiche. La gente che passava – e in Corso Italia ne passa… - si fermava, incredula e grata.
LA FARSA DEI COSIDDETTI “DIRITTI CIVILI”.
UN ATTEGGIAMENTO SCONCERTANTE!
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Si sostiene da molte parti che una delle conseguenze più serie della diaspora dei cattolici all'interno dei diversi schieramenti politici sia stata la frequente incapacità di affrontare insieme, pur nella diversità di vedute, temi che vedono coinvolta la sfera dell'etica e che, quindi, hanno ricadute dirette sul rapporto tra l'agire politico e il comportarsi secondo i propri princìpi.
Invece di combattere assieme una battaglia franca e sincera contro certe degenerazioni laiciste oggi tanto di moda, spesso i cattolici impegnati nelle istituzioni preferiscono nascondersi, quando non accodarsi al pensiero (debole, debolissimo) dominante.
Ne è un ultimo esempio, molto eclatante, l'approvazione del cosiddetto "Registro delle Unioni Civili" da parte del Consiglio Comunale di Genova, nella seduta di martedì 23 maggio 2013.
Considerando che la posizione della Chiesa sull'argomento non solo è molto netta, ma è stata ribadita con forza ai massimi livelli in tempi ancora molto recenti, a nostro avviso un politico di matrice cattolica che viva con serietà il proprio impegno civile e con coerenza i propri valori avrebbe dovuto rifiutarsi di votare a favore di un provvedimento che – prescindendo dal contenuto – si pone in evidente contrasto con quanto richiesto da un'appartenenza alla Chiesa che non debba essere considerata solo formale.
Abbiamo invece assistito, con profondo sconcerto, all'adesione acritica e monolitica alle posizioni ufficiali dello schieramento di centro (poco) - sinistra (troppa) anche da parte di alcuni consiglieri che si fanno continuo vanto di un'appartenenza ecclesiale e di una condivisione valoriale con il mondo cattolico che – nei fatti – dimostrano di non praticare, se non nelle caramellose dichiarazioni preelettorali nelle salette parrocchiali, nelle sedi delle associazioni, sui social network.
Gente Comune non è un movimento religioso: è un'associazione di volontariato aconfessionale che fa dell'impegno civile e sociale il fulcro delle proprie battaglie. Nelle sue fila militano persone di credo religioso e radici storiche e culturali anche molto diverse tra loro.
Ma su certe cose, come sempre abbiamo sostenuto, non intendiamo transigere: il concetto di famiglia tradizionale (e non necessariamente su base religiosa), così come l'onestà intellettuale, e ci fa scandalo – lo sappiano queste persone – vedere omiciattoli appecorati alle posizioni della loro traballante Armata Brancaleone, nel tentativo di non dimostrarsi riottosi e poter ambire, prima o poi, a qualche posizione di potere.
IL SINDACO CHE VORREI AL POSTO DELLA SINDACHESSA CHE NON C'E'
La “mala gestio” della sindachessa lessa non conosce confini. La città è allo sbando, e non solo per colpa sua. Lei è l’ultima di una serie di sindaci nefasti, le cui conseguenze tutti i genovesi portano addosso, salvo dimenticarsene in sede di votazione. Più che di “sindrome di Stoccolma”, bisognerà iniziare a parlare di “sindrome di Genova”.
Basti pensare alla dilettantesca e penosa gestione della mobilità cittadina, passata dal ridicolo Merella, che ci faceva prendere in giro a livello nazionale, all’incompetenza dell’attuale gestione Pissarello & soci. L’assessore Arcangelo, estromesso da tempo – va appena ricordato che quando decise di presentarsi ad un’elezione prese più o meno i voti dei propri familiari, e nemmeno tutti -, si è permesso di recente di criticare l’attuale giunta dalle colonne di un noto quotidiano (della serie: quando c’ero io, Genova sì, che…). Per chi avesse la memoria corta, cogliendo fior da fiore, Merella è colui che – parlando del rifacimento della soletta sopra il Bisagno, alla Foce – disse fiero: dobbiamo chiedere 24 mesi di sacrifici ai Genovesi. Era l’autunno del 2004…
Oggi, con l’AMT in difficoltà interne ed esterne e con colpe equamente distribuite tra tanti attori, con una città che non decolla e non funziona, l’unica preoccupazione è quella di mettere la mordacchia a quanti si fanno portatori di dissenso. In perfetto stile sovietico. Avete mai provato a contraddirla, la Crudelia De Mon di Tursi?
L’ultimo esempio qualche settimana fa. Il gruppo Facebook “Mandiamo a casa Marta Vincenzi” ha organizzato un evento informatico brillante: tempestare il server di Tursi con una mail di cittadini insoddisfatti basata su un testo condiviso, che esprimeva la vergogna di essere rappresentati dalla Maga Magò della Valpolcevera. Ne sono state spedite almeno un migliaio: non una cosetta da niente. Il promotore, Maurizio Gregorini, brillante e volitivo uomo di cultura, è stato contattato dalla PS perché si assumesse ufficialmente la paternità del gesto. Stop. Nessun altro riscontro. Né sulla stampa cittadina, che ha fatto passare sotto silenzio l’iniziativa, né sull’emittenza radiotelevisiva. Né, tampoco, con reazioni dell’interessata. Che si offende, si picca, si rabbuia. Ma non risponde. Perché non ha argomenti – i suoi limiti caratteriali, politici ed amministrativi ormai sono proverbiali -, e perché non ritiene gli interlocutori all’altezza.
A volte mi chiedo: che sindaco vorrei, domani? Uno che risponde e parla con tutti. Uno che prova a risolvere i problemi, anche andando fino in fondo. Uno che non difende ad oltranza l’operato suo e dei suoi collaboratori, anche quando è indifendibile. Uno che prenda questi tre anni e mezzo della medusa di Tursi e faccia il contrario. Sbaglierebbe qualcosa, ma per il calcolo delle probabilità farebbe meglio di chi l’ha preceduta, così come uno che – da sindaco – lanciasse la monetina ad ogni decisione: avrebbe almeno il 50% di probabilità di successo. Rispetto allo zero dell’attuale giunta, sarebbe un gran passo in avanti.
POMIGLIANO: UNA PARTITA DA VINCERE
Ce ne sarebbe, davvero: il federalismo, i Mondiali, la sempre più involuta conduzione della sindachessa medusa, treni e bus, la marea nera, le intercettazioni…
Ci sarà modo, spero. Ma la prima cosa che porto alla vostra riflessione è la situazione di Pomigliano d’Arco ed il rifiuto dogmatico, ideologico, della CGIL di firmare l’accordo con la Fiat.
Un accordo che chiede impegno ai lavoratori, e qualche rinuncia. Ma che in sostanza dice: se la facciamo così, noi portiamo qui dalla Polonia (dalla Polonia!) la linea di produzione della Fiat Panda. Non c’è un’alternativa: se la proposta della Fiat non passa, lo stabilimento chiude. Punto.
La CGIL dice di no, unica tra i sindacati. E il sospetto che dietro ci sia qualcosa di diverso dalle semplici ragioni dei lavoratori è forte.
Proviamo però a spingerci al di là delle impressioni, con alcune note analitiche. La prima. La CGIL – è evidente – oggi più che mai è asservita ad una logica di potere che contrappone due schieramenti. I suoi no, un tempo classisti e ideologizzati, sono oggi spesso frutto di logiche politiche che cercano un risultato opportuno, quando non opportunistico. Il fatto di essere l’unico sindacato, a parte qualche sigla autonoma, a contrapporsi sempre a Berlusconi e al Centro Destra pesa, in termini di tessere, perché permette di cavalcare un malcontento che sempre è esistito e sempre esisterà, brandendo però la spada del purismo e del “io-non-mi-vendo”.
Dire di no a Pomigliano, farne fallire le logiche, contribuisce ad eliminare un pericoloso successo governativo dall’agenda politica e sindacale, perché è altrettanto certo che i ministri dell’attuale compagine se ne farebbero vanto.
La seconda. La CGIL – su un piano più strettamente sindacale – teme, non senza fondatezza, che la ricetta Pomigliano possa estendersi a tanti altri plessi industriali della Penisola. E’ vero che svecchierebbe il repertorio da (pessimi, trovo incredibile che ci sia chi sostiene il contrario) anni settanta dell’industrializzazione italiana, ma probabilmente allenterebbe le cautele sindacali di cui i lavoratori hanno fin troppo abbondantemente fruito nel dopoguerra. Questo, la componente sindacale dei metalmeccanici CGIL – la base operaista e movimentista che tiene le redini della confederazione – non può permetterlo.
E così, spazio al “tanto peggio, tanto meglio”. Con il concreto rischio che Pomigliano chiuda. E che i fautori del principio “O tutto, o niente” – pochi, direbbe Montanelli, inutili e dissennati – tengano in ostaggio una delle poche fabbriche della Campania e una delle poche produzioni che coraggiosamente un’impresa italiana sta cercando di mantenere o addirittura di riportare da noi.
CARO GIANFRANCO, COSI' NON VA.
Ci sono quindi le premesse per andare avanti e farlo con costrutto, lasciandosi alle spalle veleni e processi: le riforme, l’economia, il mondo del lavoro, la sicurezza….
A maggior ragione le uscite di Fini – che incassa però il pesante smacco di una larga fetta di ex aennini che gli preferiscono la stabilità del referente politico – appaiono incomprensibili. A suo dire, la Lega va arginata e la gestione dev’essere più collegiale.
Sul primo punto, ci si chiede il perché. Forse per le boutade autonomiste di Bossi e di Calderoli, o per il folclore del popolo padano? Se è così, il respiro dei finiani è corto: la Lega, dove governa, lo fa bene, con amministratori che dicono (e fanno) per la gente quello che la gente vuole sentirsi dire e veder fare. Se poi sono cose rozze, come sostiene qualcuno, francamente non si vede perché ci si dovrebbe preoccupare: per decenni ci siamo dovuti sorbire le idiozie circa la “lotta di classe”, il proletariato, i lavoratori, categorie di una rozzezza infinita, e oggi ci dovremmo preoccupare per le istanze – spesso giustificate, tra l’altro – della Lega? Con la differenza che, all’epoca, i “proletari” non li voleva nessuno, e restavano all’opposizione. Oggi la Lega la votano. O vogliamo forse una democrazia selettiva (tu puoi, anche se non ti votano; tu non puoi, nemmeno se ti votano)?
Sul secondo, al limite, si può concordare, e si può trovare un terreno d’intesa. La gestione del PDL – inteso come partito – lascia perplessi. Le situazioni locali sono gestite in modo personalistico e con scarso senso della realtà. La vicenda della Puglia – dove Vendola starnazza di un successo che in realtà è una defaillance degli avversari – dovrebbe insegnare.
Ma anche la nostra Liguria fa scuola: a quando un congresso, a quando cariche locali elette dalla base? Forse, in questo modo anche qui si potrebbero creare le condizioni di un’alternativa alla pessima sinistra ligure. Che governa perché gestisce il potere in modo sovietico, ma ancor più per mancanza di avversari.
E' PRIMAVERA, ARRIVA UN FRESCO VENTICELLO DI FOGNA...
Ne riassumiamo, in breve, il nocciolo: il Premier – che qui, sia chiaro, non intendiamo difendere “a prescindere”, anche perché non ne ha bisogno – è sotto indagine per aver detto al telefono ad un membro dell’AgCom, Innocenzi, e al direttore del TG1 Minzolini, che è stufo di sentirsi diffamare ed insultare in continuazione da Santoro, e che quel programma così com’è fa schifo e meriterebbe di essere chiuso. Cose, tra l’altro, del tutto condivisibili. Vorrei vedere chiunque, se esistesse un programma radiotelevisivo fatto non per smascherare ribalderie assortite (ci sono: ad esempio Striscia la Notizia e le Iene su Mediaset, Report e per certi versi anche Chi l’ha visto sulla Rai, solo per citarne qualcuno), ma per parlare a senso unico solo di episodi, veri o più spesso presunti, che vedono protagonista un solo individuo, una sola parte, una sola fazione. Tanto per dire, un Santoro di destra che se la prendesse con Prodi – eppure di quel falso perbenista disonesto di cose da dire ce ne sarebbero state a bizzeffe – non è mai esistito.
Mutatis mutandis, sarebbe come se Mourinho venisse perseguito perché caccia i cronisti dalle proprie conferenze e venisse intercettato mentre chiede ad un amico direttore di testata che chiudano “Controcampo”. E non rileva la diversa posizione delle due persone citate: il comportamento è assolutamente uguale.
Insomma, anche stavolta la rilevanza penale è nulla. E forse anche quella politica ed umana. Ma parlarne a due settimane dalle elezioni può spostare pochi quanto essenziali voti degli indecisi, magari lasciandoli a casa. Anche per questo, con una sinistra senza idee che continua a ripetere che “gli italiani vogliono vedere trattati i loro problemi, non quelli di Berlusconi”, abilissima nel crearli, questi problemi, e quindi a far sì che questo argomento possa essere utilizzato, il Centro destra potrebbe fare tanto e non riesce a farlo: impossibile attaccare quando sei sempre costretto a difenderti. Anche se l’attacco arriva con un venticello di fogna.
IL SEMAFORO, SIMBOLO DELLA MOBILITA' GENOVESE
Tralasciando l’aspetto che pur mi è più caro e noto, il trasporto pubblico, che a reggere l’assessorato fosse il bizzarro Villa o il fumoso Merella, per la città cambiava poco, e comunque in peggio. La casalinga di Voghera non avrebbe procurato certo danni peggiori.
L’emblema di queste controgestioni? Il semaforo. Sì, d’accordo, le strisce gialle; certo, le zone blu; sicuro, anche i sensi unici rivoluzionati a babbo, o il rifacimento delle coperture del Bisagno che “non durerà più di 24 mesi”, per dirla con lo sfortunato precedente inquilino del Matitone; ma tutto ciò è niente rispetto all’epidemia di semafori – talvolta inutili, spesso dannosi – che ha colpito la città, in particolare nel corso della nefasta gestione Merella.
Spero per lui - l’assessore al traffico più inviso di sempre - che ci abbia almeno guadagnato qualcosa; che so, dalla ditta fornitrice. Giusto per dire che in città qualcuno ha tratto beneficio dall’assurda politica del “più infastidisco l’utente della strada, più faccio l’interesse della viabilità”.
Così, mentre tutto il mondo elimina i semafori, a Genova li decuplichiamo. Dove non ci sono mai stati (Piazza Portello); dove c’è un attraversamento pedonale a richiesta che rompe le scatole, specie nelle ore di punta (qua e là in Corso Europa), dove c’è un incrocio con una via sempre deserta, dove c’è l’uscita dei mezzi di una qualsiasi entità comunale, provinciale, regionale o statale…
Ovunque, tranne – sembra una banalità - dove servono: ad esempio alla confluenza di via Capolungo con l’Aurelia (via Donato Somma), quasi a Bogliasco, dove persino gli autobus svoltano tra due curve cieche.
Il risultato? Gli automobilisti non rinunciano all’auto, però s’infuriano e le code si esasperano. Quando invece è evidente che, per l’inquinamento e la scorrevolezza del traffico, è molto meglio che la fiumana di mezzi che popola le nostre strade al mattino viaggi senza troppe soste. Ne guadagnerebbero i mezzi pubblici (che, pure, non brillano per efficienza), ostaggio tanto dell’indisciplina degli utenti privati – che non sto difendendo: basta pensare all’odioso ricorso al posteggio in seconda fila – quanto dell’intasamento delle strade, spesso indotto da semafori crudeli posti ad incroci che invocherebbero soluzioni alternative.
Il futuro non sembra portare in dote un miglioramento: le strade sono quelle, e le risorse – si sa – scarseggiano. Se poi quelle poche le spendiamo in semafori…
BERSANI, LA MUFFA AL POTERE.
Detto questo, non ci si può esimere da una veloce valutazione sulla (prevedibile) vittoria di Pierluigi Bersani nella corsa alla segreteria del PD.
Vista da avversario, c’erano buoni motivi per tifare a favore del successo dell’uno o dell’altro dei due (tre, ma Marino non è mai sembrato in corsa sul serio) contendenti.
Franceschini sembrava incarnare un modo di vedere e fare innovativo, fingendo pragmatismo assolutista antiberlusconiano e assenza di ipoteche ideologiche, smentite però dai continui richiami alla Costituzione e all’antifascismo (che, come i lettori del Casello sanno bene, è il mio personale peggior nemico, e condiziona come poche altre cose i miei giudizi). L’eterno ragazzo emiliano si è però dimostrato ingenuo nell’approccio e velleitario nei presupposti: impensabile cestinare in pochi mesi una lunga tradizione fatta di sezioni e Feste dell’Unità. A ciò ha abbinato fin da subito un atteggiamento manicheo e paradipietrista che ne facevano un interlocutore pessimo (o, meglio, un non interlocutore) per chi ipotizza finalmente rapporti di civile convivenza tra maggioranza ed opposizione. La sua eventuale vittoria avrebbe avuto sull’elettorato di area progressista una forte presa identitaria ma senza portare, probabilmente, un solo voto in più.
Bersani, al contrario, rappresenta il vecchio, il già visto, l'ammuffito, il rassicurante trionfo del “si è sempre fatto così”, non importa se con ragione o con torto. Ora proverà a rimettere in sesto i cocci di una coalizione pietosa, che si coagulerà contro il nemico usurpatore pur cercando in qualche modo di compromettersi con esso. Qualche volta riuscirà persino a vincere, ma – come in passato – non a governare, troppo compressa tra le diverse ed inconciliabili anime del suo variopinto catalogo.
Alla fine, la mia impressione è che il vero vincitore di questa tenzone sia Pierferdinando Casini, il quale attendeva in regalo proprio questo esito: i transfughi (che non saranno pochi, né marginali) proveranno per l’ennesima volta la carta del Grande Centro. Cosa dite, amici del Casello: stavolta la faranno uscire?

