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AL CASELLO...

 ...arriverà prima o poi un quarto romanzo. E questa volta sarà un giallo: il Casellante cercherà di non farvi dormire...

IL GANCIO TENDITORE

Il gancio tenditore a vite è quell'organo di accoppiamento – non fraintendetemi, fa già abbastanza fatica il Casellante a resistere ai doppi sensi – che in ferrovia serve a collegare un rotabile ad altri, per comporre un convoglio. 
Ne sono dotati i mezzi di trazione, le carrozze passeggeri, i carri merci, i veicoli di servizio. Più volte seppellito dai progressisti della rotaia, in realtà gode di salute eccellente, e ad eccezione di applicazioni molto specializzate – Alta Velocità, metropolitane, tram – continua ad esercitare una funzione umile ma imprescindibile sui binari di tutto il mondo.

E... niente: esiste un gancio tenditore che colleghi tra di loro i tre romanzi del Casello? “Il casello nascosto tra gli alberi”, “Troppo tardi”, “...Ti regalo una città”, sono vagoni di uno stesso treno?
Espressa così (espressa... quanti termini ferroviari...) sembra una domanda retorica. E' ovvio, l'autore è – immodestamente - lo stesso, e ogni artigiano della parola ha quel tocco che contrassegna sempre la sua bottega.
Però, in questo periodo di presentazioni – a proposito, stanno per arrivarne altre: giovedì 4 aprile a Genova, domenica 7 aprile a Trecate (Novara) -, capita spesso di riflettere su cosa ci sia davvero di comune alle tre storie. Perchè c'è sempre qualcuno che te lo chiede. E' una delle tre domande alle quali non si può sfuggire (le altre sono: “quanto c'è di te nei protagonisti?”, e “stai già pensando ad un'altra storia?”),
Il fatto è che invece chi inventa il suo mondo parallelo e lo posa sulle pagine di un libro a queste cose non pensa. Sicuramente non “prima” e nemmeno “durante”. Chi crea un mondo di parole e lo fa diventare persone e personaggi, posti, situazioni, non si rappresenta il nesso, il danno o la potenzialità data dal regalare pezzi di strada (ferrata, nel nostro caso) in comune a quella e ad altre storie, sempre che non sia uno di quegli autori seriali che puntano con baldanza su un cavallo, per quanto di razza (I Dirk Pitt di Clive Cussler, gli Hercule Poirot di Agatha Christie), oppure gli emulatori di proprie o altrui creazioni.
Può essere invece che ci si pensi “dopo”. Succede, eh? La domanda che ti arriva dal pubblico – che è lì per te, spesso sono amici, se sei lontano li vedi raramente, e quindi hanno diritto di voler sapere tutto – ti suona sempre nuova e ti fa riflettere. Ma io, ho un messaggio da portare? Voglio raccontare qualcosa di speciale nei miei libri, oltre alla storia che si materializza nel susseguirsi delle pagine? C'è qualcosa scritto al di fuori delle righe nere – quelle che contengono le parole – che magari senza volerlo chi ti legge sa cogliere, e tu non volevi forse nemmeno dirlo, ma lo hai fatto lo stesso e qualcuno è stato così bravo da trovarlo? E questo eventuale e farraginoso messaggio è in contraddizione o in continuità con sé stesso, viaggiando attraverso tre libri?
Oggi, al Casello, non abbiamo ancora deciso se esistono risposte. Non sappiamo se a percorrere i binari posati qui davanti sia una littorina isolata o un treno con locomotiva e vagoni, tenuti insieme con il gancio tenditore a vite. Ci rifletteremo insieme, e il Casellante sarà grato a chi vorrà aiutarlo a comporre o scomporre il convoglio di carta.

"... TI REGALO UNA CITTA'" VA A TORINO

Continua la tournèe del terzo romanzo del Casello.
Venerdì 15 febbraio "...Ti regalo una città" sarà a Torino, ospite dei Bagni Pubblici di via Agliè, in via Agliè 9, zona Barriera di Milano, alle ore 18,30.
L'amico Giulio Lucci farà da relatore, e sarà un'occasione per tanti amici per rivedersi.
Ecco il link alla pagina Facebook dell'evento:

LE LETTURE DI "...TI REGALO UNA CITTA'" SU YOUTUBE

Il Casellante ospita l'autore dei romanzi del Casello, che legge per noi alcuni brani del suo ultimo romanzo, "...Ti regalo una città", che così tanto sta piacendo a chi lo ha letto.
Ecco il canale a cui collegarsi:
https://www.youtube.com/channel/UCBIbNoKk9auUheoUzUqPwog?view_as=subscriber

GIOVANNINO GUARESCHI, UN FUORICLASSE AL CASELLO.

Quando, con regolarità impressionante, Rete Quattro inizia a trasmettere la serie dei cinque film originali della saga del “Mondo Piccolo”, Don Camillo e Peppone tanto per capirci, significa che è Natale, o che si vuole andare sul sicuro. Oppure, come quest'anno, che è in corso un anniversario importante. Cinquant'anni dalla morte – e centodieci dalla nascita – di questo autentico fuoriclasse della letteratura che è stato Giovannino Guareschi.
Tanti lo conoscono soltanto di nome, oppure come sceneggiatore dei suddetti film, che il recensore televisivo definisce “qualunquisti”, addolcendo quello che vorrebbe essere un limite – e non lo è, evviva il qualunquismo, se è il buon senso che fa incontrare idee anche molto diverse – con zuccherini tipo “... però si ride di gusto”,
Una penna graffiante, immaginifica, capace di suggestionare cuore ed anima, e di parlare alle menti. Sinestetico nel suo descrivere, sembra farsi vessillifero – da scrittore – del proverbio “Anche l’occhio vuole la sua parte”. Ironico, mai banale, capace di essere cronista e narratore, dove il primo sta al turista come il secondo al viaggiatore.
E subito, dal cuore prima ancora che dal cervello, sale spontanea una domanda: ma qui al Casello siamo gli unici a ritenerlo il più grande autore italiano del ventesimo secolo?
Sì, perché la critica, le antologie scolastiche, professori e cattedratici, tromboni assortiti di un’Italia che non li ascolta e va dove la porta il cuore, non parlano di Guareschi come di un autore, come di letteratura, come di arte, ma ne trattano alla stregua di una macchietta, di un guitto, di un caratterista della penna. Ricordo il mio libro di antologia del ginnasio: lodi sperticate di autori illeggibili, stucchevoli nel loro italiano pedante, noiosi nelle loro storie tristi e intrise di ideologia, e un breve accenno su questo autentico fuoriclasse, considerato un ingenuo superficiale. Eppure, io sapevo (e so) leggere. A me, di quell’antologia, rimasero impresse solo le pagine da lui scritte. Insomma, la critica letteraria – la quale, come si sa, non utilizza parametri oggettivi e misurabili scientificamente, ma per lo più cavalca l’onda dell’ideologia di moda, che poi in Italia è sempre quella – ha sempre spacciato quello che le pareva come arte, negandone la dignità a chi non passava per i canali giusti.
Ricordo un episodio paradossale: a metà degli anni ottanta il cronista del “Giornale” di Montanelli Beppe Gualazzini – grande difensore della memoria del nostro campionissimo – dovette affrontare addirittura una pubblica tenzone con un critico di sinistra. Argomento? Guareschi. Vera arte, letteratura, oppure no? Non so se mi spiego: c’era anche chi aveva la faccia ed il tempo da perdere da dedicare alla negazione pubblica della dignità artistica del Giovanninno!
In compenso, erano sicuramente arte, secondo il trombonismo imperante, alcuni libri che fui costretto a digerire ai tempi del liceo. Sfido chiunque, CHIUNQUE, a dimostrarmi – ma con argomenti seri, veri, concreti – che Elio Vittorini (“Conversazione in Sicilia”) o Giorgio Bassani (“L’airone”), tanto per citare due di quelli che più di altri mi procurarono profonde e mai del tutto rimarginate incrinature ai testicoli, erano arte da contrapporre alla “non-arte” superficiale e ingenua di Guareschi. Possedevano l’italiano meglio di Guareschi? Questa è buona… Erano più piacevoli da leggere? Questa è ancora migliore… Raccontavano storie edificanti? Ma per piacere! Hanno venduto più libri? Ahi ahi ahi, quarta risposa sbagliata di fila…
Eppure, andando più a fondo, due sono i motivi per i quali Guareschi a questa gentaglia non è mai andato a genio. Il primo, ed il più evidente, era il suo irriducibile impegno anticomunista. Fino agli anni ottanta (ma per molti ancora oggi), secondo un teorema tipicamente berlingueriano, essere anticomunisti significava essere oggettivamente fascisti. Cioè, il nemico. Poco importava che tra rosso e nero esistessero decine di sfumature. Di conseguenza, poco importava che Guareschi avesse subito la deportazione in Germania. Era e restava un nemico. Il nemico, a differenza dell’avversario, non si rispetta: si combatte con ogni mezzo, anche da morto. Vedi il titolo dell' “Unità” al momento della dipartita del nostro: “E' morto l'autore che non è mai nato”. Così. Senza neppure una briciola di rispetto per colui che, invece, aveva reso masticabile la figura del comunista a chi comunista non era.
Il secondo motivo era più sottile. Nei suoi racconti sul “Mondo Piccolo”, Guareschi metteva a raffronto due universi: la Chiesa di Gesù, e la “chiesa” del PCI. Almeno, questa è sempre stata la didascalia ufficiale. Due mondi diversi e contrapposti. Ma era davvero così? Al Casello propendiamo per il no.
Quello che procurava un enorme fastidio a sinistra era che, mentre sul piano umano la contesa si svolgeva tra due galantuomini di pari livello, che se le davano di santa ragione e con risultati alterni, l’ultima istanza, quella che fa da sfondo a tutte le vicende umane, il tribunale ultimo ma anche l’approdo per gli appartenenti all’una e all’altra parte era la parrocchia, ed ancora di più il suo Crocifisso, quello con il quale Don Camillo parlava, al quali spetta e spettava fare la sintesi finale. Così tanto aveva la meglio, che in politica ognuno tirava dritto per la sua strada, non lesinando colpi, ma alla fine in chiesa ci andavano tutti, comunisti compresi. Gli uomini pareggiavano la loro partita, gli esponenti delle rispettive chiese (com’è del resto giusto, il trascendente è superiore al terreno), no. E questo, a chi in quegli anni contrapponeva il comunismo alla religione oppio dei popoli, ai seguaci di Baffone che promuoveva l’ateismo di stato, non poteva andare giù. C’era il rischio che la purezza della dottrina s’incrinasse, per colpa di quel pericoloso sovversivo di Guareschi. Che il popolo, la gente comune, quella capace, con il buon senso - che poi, se andiamo a vedere, è la versione popolare del qualunquismo - di mediare tra cattolicesimo e qualsiasi altra idea, compreso il comunismo, di sintetizzare sul piano della singola vicenda umana ed individuale la Croce con la falce ed il martello, la dimensione politica e il sentimento religioso, cercasse davvero una soluzione che permettesse a tutti di mantenere affetti e convinzioni senza sentirsi fuori posto. Non doveva e non poteva esserci stima ed affetto, nella realtà, tra i Don Camillo ed i Peppone. Non c’era conciliazione possibile con nessuna chiesa, con nessuna religione, per chi uccideva vilmente e a sangue freddo don Umberto Pessina e tanti altri sacerdoti, e - cosa altrettanto grave - ne nascondeva alla doverosa giustizia gli assassini.
Ora, per fortuna, il clima sembra leggermente diverso. Si possono finalmente dire cose che tanti pensano da tempo ma che un’insana rincorsa alla purezza antifascista (e anti-anticomunista) ha inibito per oltre mezzo secolo. Oggi si può gridare dai tetti che Giovannino Guareschi è un fuoriclasse della letteratura italiana, la stella più luminosa del ventesimo secolo, e non è utopia chiedere che ai nostri ragazzi venga insegnato con l’attenzione che merita.

...TI REGALO UNA CITTA', ANCHE SUI SITI SPECIALIZZATI.

Il nuovo libro che transita dalle parti del "Casello" comincia a far parlare di sè. Lo troviamo qui su Recensioni Libri, una comunità di circa 300.000 potenziali lettori.
Non può che farci piacere, e poi - a chi frequenta il "Casello" - potrà essere utile per le segnalazioni che ne arrivano, no?

http://www.recensionilibri.org/2018/07/intervista-a-giuseppe-viscardi-autore-de-ti-regalo-una-citta.html

...TI REGALO UNA CITTA' - IL TERZO ROMANZO DEL CASELLO!

Si chiama "...Ti regalo una città", ed è il terzo romanzo che transita davanti al Casello, quattro anni e mezzo dopo "Troppo tardi" e otto anni e mezzo dopo "Il casello nascosto tra gli alberi".
Giuseppe Viscardi - alias, il Casellante - narra le vicende complicate e attuali di un borgo della Riviera di Ponente dove un gruppo di peones prova a sfidare i poteri dominanti dopo che le autorità hanno sciolto il Consiglio Comunale per infiltrazioni della malavita organizzata.

Così, tra le vicende personali di un insieme di persone speciali e sullo sfondo del Mar Ligure, si vive e si lotta per tornare alla normalità.
Di più, però, non si può raccontare. Il curioso sarà servito soltanto quando avrà terminato la lettura.
L'estate è la stagione migliore per un buon libro: sotto l'ombrellone davanti al mare, o su una coperta sormontata dalla chioma di un albero con vista su montagne imperiose, il libro è ancora oggi uno dei passatempi preferiti dagli italiani.
Edito per i tipi della Nuova Editrice Genovese, capitanata da par suo da Enzo D'Amore, il romanzo sarà presto disponibile in libreria oppure ... direttamente al Casello. E' sufficiente commentare questo post oppure scrivere a uno degli indirizzi di posta elettronica indicati qui a fianco. 
Il "debutto in società" del nuovo lavoro è previsto per domenica 24 giugno 2018, festa di San Giovanni Battista, presso la parrocchia dedicata al Santo patrono di Genova (e di Quarto), in via Prasca a Genova Quarto dei Mille.

TROPPO TARDI - IL SECONDO ROMANZO DEL "CASELLO"!



Dopo il successo sorprendente ed inatteso del primo romanzo, “Il casello nascosto tra gli alberi”, torna nelle librerie Giuseppe Viscardi con il suo secondo titolo, “Troppo Tardi”.

Una vicenda raccontata in un italiano esemplare e spesso poetico, ad un tempo divertente, scorrevole e vario, senza cedimenti alla modernità ma senza alcuna erudizione, ricco di dettagli e di descrizioni, che passa dal comico al drammatico e sa strappare la risata e la lacrimuccia.

Un’altra storia ambientata a Genova, questa volta fondale a volte algido e a volte cinico delle disavventure di Gianluca, ingegnere e musicista.

Arriva sempre troppo tardi, Gianluca. Forse è (sembra) spesso sfortunato, forse sceglie troppo, o troppo poco, ma in una vita che avrebbe bisogno di quarantott'ore al giorno per essere vissuta in modo compiuto le cose gli riescono davvero di rado.

Eppure le qualità le avrebbe, fisiche ed intellettive. Piace alle donne di tutte le età, non ha problemi economici, viene da una famiglia molto in vista, con cui peraltro i rapporti sono davvero freddini, e soprattutto ha un grandissimo talento: l'orecchio assoluto, ma davvero assoluto, cosa che ne fa il musicista perfetto, un potenziale Mozart dei giorni nostri.

Però non ha mai sfondato, e forse non ci riuscirà mai: l'odio e l'invidia dei nemici più stretti, acerrimi e subdoli, lo marca a vista e non gli lascia spazio. A complicargli la vita ci si mette la sua innata predisposizione a cercarsi rogne, la sua non negoziabile indipendenza, la smodata attrazione per le passioni. In più, deve fare i conti con i "poteri forti". Perché esistono, e in una Genova ostile e bacchettona si mettono davvero di traverso. Se non ci si va d'accordo non si fa vita, né qui né altrove.

Gianluca deve fare quotidianamente i conti con le sue contraddizioni, riassunte dalla giacca del suo frac, cucita in modo che - rivoltata - diventa un giubbotto che permette di passare in un attimo dalla direzione di un'orchestra alla serata nel pianobar. Tra Beethoven e Luigi Tenco, tra la ricerca di senso alla vita e la voglia di godere di ciò che il mondo offre, tra il bisogno di affetti veri e profondi e il consumo di relazioni personali senza domani, tra un impiego come ingegnere e il sogno di sfondare nel mondo della musica, alla ricerca della "musica perfetta", quella che spacchi il muro dell'indifferenza.

La svolta sembra non arrivare mai, ed anzi il destino sembra divertirsi alle spalle del ragazzo. Che però ha dalla sua parte una grandissima energia: quella dei suoi sogni, ai quali rimarrà aggrappato fino a che avrà un briciolo di forza per combattere. E l'ottimismo caparbio e volitivo di chi crede che, prima o poi, due più due debba necessariamente fare quattro.

E se è vero che il merito – anzi, il Merito – è il vero grande assente delle comunità chiuse e votate all’autoconservazione delle classi dominanti, dove il talento diventa un problema perché va gestito e solitamente non si lascia inquadrare negli schemi facili del quotidiano, il finale a sorpresa lascia spazio alla speranza. E all’amore, un merito che nessun ostacolo può mai bloccare del tutto.

IL CASELLO NASCOSTO TRA GLI ALBERI

Fresco di stampa, ecco finalmente il romanzo del Casello. Sì, perché è proprio un piccolo edificio ferroviario il protagonista di “Il casello nascosto tra gli alberi”, il romanzo d’esordio di Giuseppe Viscardi, giornalista ed esperto di comunicazione genovese, che sta appassionando lettori e lettrici di tutte le età per l’originalità del soggetto, il suo stile semplice e diretto e i suoi personaggi ricchi di umanità.
E’ davvero particolare la vicenda del ragazzo lombardo che in maniera casuale – in seguito alla valanga che travolge tutte le sue certezze – prova a ricominciare da zero, e lo fa sulle alture della Val Polcevera. Una storia che si legge tutta di un fiato, organizzata in maniera sorprendente dall'autore, senza che nessuno dei rivoli del racconto si perda in una valle e fondo cieco, ma in maniera che tutti confluiscano nel mare. Una bellissima favola su che cosa conta veramente nella vita, sull'amicizia e sull'amore. Un racconto che esalta l'asse portante dell'anima degli uomini (quelli che ne hanno una), a danno di tutti gli orpelli e i fronzoli con cui siamo abituati a ricoprirla. Una fuga da situazioni drammatiche e complicate, che diventa poi una fuga da quel se stesso che in fondo al protagonista non era mai piaciuto.
Un libro che spiega che un’anima determinata a ritrovare sé stessa, ce la può fare, e che per avere fortuna e l'aiuto di Dio bisogna anche meritarseli.
Una lettura appassionata, che alterna momenti minuziosamente descrittivi ad altri più “mossi”, che strappa qualche lacrima e molti sorrisi, e tiene incollati alla storia per tutta la sua durata.
Per gli amici del Casello il libro è acquistabile tramite gli indirizzi di posta elettronica presenti sul blog, oppure è disponibile alla Fiera del Libro di Galleria Mazzini, presso lo stand della casa editrice N.E.G., Nuova Editrice Genovese, e poi ancora nelle migliori librerie.

UN FEDELE POLIGAMO, IL NUOVO ROMANZO DI ALESSANDRO CONSONNI

Carissimo Casellante, carissimi Viaggiatori, è da un po' di tempo che penso di scrivere sul blog, ma non ho mai avuto argomenti che ritenessi degni dell'interesse di un gruppo eterogeneo di persone, come penso siate Voi. Oggi non posso esimermi dal segnalarVi un libro. E' "Un fedele poligamo", opera prima di un carissimo amico monzese, il Maestro Alessandro Consonni. Chi è costui? e perchè dici "Maestro"? Per chi non fosse un esperto d'arte, rispondo subito: Alessandro Consonni è un pittore Monzese D.O.C., classe 1954. La sua fama ha varcato i confini dell'Europa da tempo ed è molto quotato in America ed in Estremo Oriente. Definirlo pittore è veramente citare soltanto una faccia del poliedrico "personaggio", che ho il piacere di annoverare nel numero dei miei "amici-amici" a Monza, la città che mi ha rapito da Genova 5 anni fa, il giorno in cui "ho piggiou quello Sacramento" (quando mi sono sposata - con un indigeno - n.d.r) . Direi che l'espressione più che più si adatta ad Alessandro Consonni è grande comunicatore. La prima volta che ho il piacere di incontrarlo è durante l'esposizione dei suoi quadri, due anni fa, in occasione della festa del Co-Patrono Monzese, San Gerardo (l'altro è .. San Giovanni Battista, come noi genovesi, che però abbiamo più reliquie degli autoctoni!). Alessandro è una persona molto brillante, simpatica, incontenibile, che comprende empaticamente l’interlocutore, chiunque esso sia; ne sa cogliere il suo punto di vista, senza assumerlo come proprio, restando fedele a se stesso, avendo, come dice Lui medesimo, "ormai allentato i freni inibitori". La sua pittura è come Lui, energica, unica del suo genere. La tecnica “olio”, utilizzata in grandi spessori, con la spatola, dà la suggestione dell'alto e basso rilievo. E' pittura informale, che offre diverse interpretazioni all'occhio più o meno esperto. Mi piace talmente tanto che decido di investire nell'acquisto della tela "Fragranza di brughiera", che fa mostra di se sulla parete della nostra camera da letto, con i suoi papaveri rosso fuoco e le sue nuvole che sembrano cambiare forma. Mi fermo qui. Ammetto di essere una profana e so benissimo che la brutta figura è dietro l'angolo ... Lo scorso settembre Alessandro preannuncia l'uscita del suo primo romanzo. "Però..."- penso - "sono curiosa: chissà come se la caverà con la penna?" Il Sabato 10 Ottobre io e mio marito Andrea andiamo alla Galleria d'arte "Stanza delle forme" a Monza e ascoltiamo, tra una battuta e l'altra, alcuni accenni di Alessandro al contenuto del libro. Si tratta di un romanzo ambientato a Mirandolo, sullo sfondo si staglia il Monte Rosa. E' la storia di George, uno psicologo di madre inglese (da qui il nome anglofono) che capisce, venendo casualmente in soccorso di una donna conosciuta in aereo, il potenziale della missione di aiutare i malcapitati ad affrontare la "volofobia" e ne fa un vero e proprio mestiere. Nell'arco di una vita George, incontra e ama con autentica passione e "fedelmente" due donne. Mi do di nuovo uno stop. E' abbastanza per stuzzicare la Vostra curiosità? Finisco il romanzo in neanche 24 ore, tanto è piacevole e coinvolgente la lettura. Scrivo a mezzanotte di Domenica 11 ottobre la mia recensione ad Alessandro. " Complimenti per le descrizioni, soprattutto dei colori, quasi maniacali. Mi sembrava di vedere un film su di uno schermo ad altissima definizione. La storia di George, mi ha intenerito, appassionato, e fatto sorridere". Volete sapere l'ultima uscita del Maestro? Trovo in libreria, sulla fascetta gialla che gira intorno alla copertina, sul retro, la mia recensione! Pensate: compare ancor prima di quella di Roberto Aldo Mangiaterra (il genovesissimo Mago delle Fiabe). Lui sì che ha pieno titolo per fare queste cose!!! A quanto pare, io me la cavicchio... Buona lettura!

Alessandra Dufour alessandra.dufour@gmail.com

P.S.: la fascetta gialla scomparirà presto dalle librerie, ma, lo so , le magie durano poco: Cenerentola docet!

25 APRILE: UN PASSO INDIETRO

Non ho mai amato il venticinque aprile. Niente da fare, non è la mia festa. Per lo meno, non alle condizioni e con il significato che vogliono assegnargli gli organizzatori.
E quest’anno, se possibile, l’ho trovato peggiorato. Poiché la commissione d’esame per la patente di legittimo frequentatore degli agoni politici nazionali staziona stabilmente a sinistra, comandino oppure no, ecco che quest’anno la materia è stata ancora più tosta.
“Devi prendere posizione dura e pura su fatti consegnati alla storia, altro che un banalissimo mandare avanti il Paese!”, è stato il titolo del tema assegnato dalla commissione. E tutti testa a cuocere, penna o microfono in mano.
Insomma, mai come quest’anno – dopo tutti i proclami del recente passato – si è cercato a tutti i costi di far entrare la storia nella politica. Un vezzo marxista e gramsciano, nel quale da noi c’è chi indulge per non scomparire ed avere almeno un argomento (la sinistra comunista) e chi non capisce e ci casca (tutti gli altri). E mai come quest’anno, proprio quando sembrava che finalmente si stesse prendendo la strada opposta, è risuonato forte l’invito: “Ma la volete smettere di avere torto?”. Cento a zero. Rosso e nero. Tutto o niente. In questa logica binaria gli organizzatori di quella che un caro amico definisce “la festa dell’odio” vorrebbero la pacificazione. Tutti sotto la bandiera di chi aveva l’unica, vera, immarcescibile ragione. “Festa di tutti gli italiani sì, ma alle nostre condizioni”.
Grazie, ma preferisco di no, e mi tengo il mio torto e i miei dubbi.

Per chi desiderasse accostarsi alle riflessioni sull’antifascismo da posizioni originali e non omologate rispetto a quella che Renzo De Felice definiva “la vulgata resistenziale”, suggerisco a tutti un bellissimo libro, “L’antifascismo critico”, uscito nel 2005 e scritto con la profondità che ben gli conosciamo da Mario Bozzi Sentieri, un grande amico del Casello. Di seguito ne potete leggere una sintetica presentazione.
L'antifascismo ha perso, nel corso degli anni, il suo significato originario, politicamente ed etimologicamente corretto, di opposizione al fascismo.Esso è diventato una sorta di ideologia di Stato, tanto generica quanto onnicomprensiva, sotto la cui cappa si sono sviluppati i più diversi orientamenti politici.Questo tipo di approccio, estremamente formalistico, ha trasformato l'antifascismo in uno strumento di potere, comprimendo, nello stesso tempo, ogni serio dibattito sull'essenza dell'opzione democratica, sancita dalla Costituzione, e sui complessi rapporti storici con il Ventennio fascista, con la crisi dell'identità nazionale, con le lacerazioni provocate dalla guerra civile.Temi questi, nei confronti dei quali, per anni, è stata messa la sordina, in ossequio proprio all'ideologia fondante del formalismo antifascista.La crisi delle forze politiche e dei relativi riferimenti ideali che, sotto la cappa dell'antifascismo hanno costruito, per un cinquantennio, le loro rendite di posizione, ripone, pone nuovamente, il problema dell'approccio con l'antifascismo, con una sua corretta lettura storica e politica.In questo tipo di "rilettura", che stenta ancora a diventare consapevolezza diffusa, si sono tuttavia già impegnati, nel corso degli anni, ambienti diversi tra loro per provenienza culturale e politica.Da qui, dalle loro analisi, da un approccio critico nei confronti dell'antifascismo, occorre ripartire, al fine di riposizionare l'intera, complessa materia, ritrovando l'essenza dei vari approcci problematici al tema, la loro diversa, più ampia, declinazione.Senza negare l'antifascismo quale fu, ma anche superandolo, sulla base di una nuova consapevolezza storica e di una sua rilettura non formale".
Mario BOZZI SENTIERI,
L’antifascismo critico, pag. 102,
Edizioni Pantheon, Roma 2005, Euro 7,00.

VIOLAZIONE DI DOMICILIO


L'ultima fatica di Bruno Vallepiano, il Sindaco-Scrittore



Accade spesso che lo scrittore sia “anche” qualcos’altro. Scrittore e giornalista, Scrittore e medico, scrittore e avvocato, binomi non poi infrequenti. Il Sindaco scrittore, però, è abbastanza raro. E noi, al Casello, che pure scrittori ne abbiamo già visti diversi, ne conosciamo uno.
Stiamo parlando di Bruno Vallepiano, primo cittadino di Roburent e insieme uomo di lettere. Vallepiano ha di recente pubblicato per i tipi della Fratelli Frilli Editrice “Violazione di Domicilio”, il suo primo giallo (ma in realtà l’idea risale agli anni ottanta) dopo diverse pubblicazioni tra saggi, guide di montagna, racconti. La storia si svolge nei mesi tra dicembre e gennaio, in pieno inverno, nel gelido paesaggio delle vallate monregalesi: protagonista è l‘umbratile Mauro Bignami, professore di filosofia, appassionato di storia e di montagna, che si lega ad un’insolita amicizia con Mino Bertinot, capitano dei carabinieri di Mondovì. I due, unendo forze e menti, risolveranno il rebus della morte di un vecchio valligiano.
Del libro, al di là del piacevole scorrere della lettura e del farsi conquistare dai personaggi e dalle vicende, resta un’ulteriore impressione positiva: la grinta con la quale l’autore promuove a sfondo letterario (e con pieno merito!) le sue terre, le sue valli, quelle Alpi Marittime così ricche di suggestioni e di storia che noi tutti, ma liguri e piemontesi in modo speciale, amiamo per quello che sono e rappresentano.
Vallepiano, penna divertente e divertita, ci sta prendendo gusto. Nel 2009 è annunciata la sua prossima fatica, ancora un “noir”, che certamente transiterà a sua volta davanti al Casello.


AIUTO, LA SHERLOCKIANA CHIUDE!

Da Simone, un grande amico del Casello, riceviamo e con piacere rilanciamo questo appello salvacultura. Amici, diamoci dentro!
C'è una libreria a Milano chiamata "La Sherlockiana - Libreria del Giallo", gestita da una signora mitica (la Tecla). Questo posto è stato per anni un punto di riferimento a Milano per quello che riguarda la letteratura di genere. Ogni settimana uno o più incontri con scrittori. Da Carlo Lucarelli ad Andrea Pinketts, passando da Giorgio Faletti, Fois, Ben Pastor, Sandrone Dazieri e così via, in un ambiente molto familiare. Una piccola grande libreria, davvero un piccolo gioiello.
Più che c'è, dovrei dire c'era. Ci sono state un paio di crisi dovute ad un affitto spaventoso da pagare al comune di Milano, il fatto che la gente compra i libri ai grandi magazzini e così via. Una volta si è riusciti a salvarla, è stato fatto un appello e poi è stata tirata su un'asta in cui ogni scrittore ha messo un qualcosa di suo in vendita ed i proventi sono andati alla libreria. C'è chi si è portato a casa la penna di un tal scrittore, chi altri la prima bozza di romanzi di successo.
Ora la crisi è definitiva, la Sherlockiana chiude il 31 marzo. Punto e basta, senza possibilità di appello. Gli affezionati ci rimangono molto male, per gli altri è la vita che scorre e tutto fa parte degli eventi.
Io con questa mail non voglio chiedervi sforzi sovrumani o di fare cose che non fareste normalmente. Anzi no, una cosa che non fareste normalmente ve la chiedo.
Se comprate libri gialli, se vi piacciono i noir (oppure l'horror, o la fantascienza), se conoscete qualcuno a cui regalarne uno, vi chiedo di considerare, per una volta e solo per questa volta, di dare un'occhiata a questo link: http://www.comprovendolibri.it/negozi_vedi.asp?id=47 dove potrete trovare tutti i libri ancora invenduti tutti scontati al 50%. La spedizione è 5 euro, potete risparmiarla se dite di tenerli da parte perchè il 5 aprile vado al "commiato" e posso ritirarli io.
Se invece non comprate libri gialli e non vi piace il genere, non vi chiedo certo di comprare, come voi non chiedete a me di mangiare carote o piselli visto che li detesto.

ECCE SQUOLA: COME SI DIMENTICA CIO' CHE SI ERA


Ancora un libro, ancora un amico. Questa volta è Roberto Colombo, jazzista di fama internazionale ma anche insegnante di liceo, a tracciare - assieme ai suoi ragazzi, la V B - un quadro poco edificante dello stato in cui versa la scuola italiana del nuovo millennio.



Questo libro intende attuare una sorta di rivoluzione copernicana nel mondo della scuola: intende, cioè, ridare voce ai ragazzi, restituire loro la centralità che loro spetta, di diritto e in virtù del buon senso, del buon gusto, nonché della logica naturale delle cose. È un libro di denuncia dello stato attuale della scuola italiana, che assurge agli onori della cronaca solo quando i mezzi di informazione intravedono la possibilità di speculare su qualche presunto fenomeno di bullismo, o di prevaricazione da parte di qualche insegnante, o su qualsiasi altro fatto increscioso che permetta agli italiani di praticare uno dei loro sport preferiti: dare addosso ai professori dei propri figli. È un libro di protesta, dettato dall’esasperazione, un libro sferzante, che ha i suoi bersagli polemici privilegiati nei ministri, nei dirigenti scolastici, nei giornalisti, nei genitori, negli insegnanti senza scrupoli. Per una volta si vogliono salvare i ragazzi, questa specie in via di estinzione nella scuola, dal momento che nessuno si cura più di loro. Ma è anche un libro d’amore. L’amore che un professore non può non provare per i propri alunni, sempre più fragili e sempre più indifesi (anzi, offesi) in un mondo (anzi, in un Paese) a misura di adulto. Scritto con l’auspicio che la scuola, un giorno, riscopra la propria vocazione educativa

IL MARE IN FONDO ALLA STRADA

In un romanzo autobiografico l'adolescenza di un gruppo di ragazzi nella Livorno di fine millennio


Ancora un libro da segnalare. Questa volta si tratta di un romanzo autobiografico, e ce lo presenta Daniele, un amico che davanti al Casello transita fin dagli inizi. Aria fresca, quindi, nelle stanze della letteratura nostrana: è un piacere dare a quest'iniziativa lo spazio che merita.


Dopo il successo del libro d’esordio, Marco Bernini torna con “Il mare in fondo alla strada”, racconto autobiografico in cui l’autore livornese narra gli anni dell’adolescenza, con i primi tormentati amori a far capolino nelle scorribande con gli amici di sempre, ovvero gli esileranti Marco, Tony, Maso e Bitta, già strepitosi protagonisti de “I racconti della balaustra”.
Ruolo di primaria importanza nel racconto labronico, una “lei” misteriosa ed ammaliatrice, capace di scombussolare a più riprese gli equilibri del giovane Marco, seducendolo e abbandonandolo a più riprese anche in situazioni completamente inattese.
Nel mezzo la prima vera storia d’amore del protagonista, con la dolce Anna conquistata con una dichiarazione canora e grazie a cui l’autore si sente finalmente felice e realizzato. Ma la favola dura poco, Marco ben presto si rende conto che le rinunce alle partite a calcetto nei pittoreschi gabbioni livornesi e alle uscite con gli amici sono un prezzo troppo alto da pagare e trova il coraggio di lasciare la prima fidanzatina.
L’autore esce però rafforzato e maggiormente conscio delle proprie possibilità da questa prima liason e riesce a trarre vantaggio dall’esperienza consolidata sia nelle gite con i boy scout che nelle vacanze all’Isola d’Elba, dove per raggiungere le coetanee in un locale sulla spiaggia, Marco è costretto a percorrere un vero e proprio tracciato di guerra per sfuggire ai buttafuori del locale stesso.
Ed è proprio qui che ricompare a sorpresa la Lei misteriosa capace di illudere ancora una volta Marco e di piantarlo in asso di fronte ad un ragazzetto con l’auto sportiva rovinandogli al contempo il terreno di conquista con le coetanee conosciute durante la vacanza.
Esilarante al ritorno dalle vacanze estive la scena della rissa gigantesca alla pasticceria Perfetti, scatenata da un battibecco tra il bellimbusto di turno della diabolica Lei ed il mitico Bitta.
Da segnalare inoltre la tentata truffa alla cinque chilometri di nuoto della città labronica, con Tony che percorre 4,5 kilometri in autobus per poi fare il suo ingresso trionfale in mare a 500 metri dall’arrivo e la gita a Bologna con gli amici di sempre, a trovare una fidanzatina conosciuta all’Isola d’Elba.
Proprio quando pare definitivamente uscire di scena infine, L’ennesimo ritorno della Lei misteriosa sembra invece quello giusto, con i due protagonisti principali che si fidanzano e si innamorano finalmente, a tal punto da far sembrare fantastico il parchetto sottocasa con il ronzio dei motorini in lontananza.
Ma anche questa volta qualcosa si inceppa e Marco trova il coraggio di porre la parola fine alla loro storia infinita.
Il finale è da brividi, con i due che si incontrano ad anni di distanza e con Marco che compie una mossa a sorpresa che lascia di stucco il lettore il quale certamente non può non rimanere impassibile di fronte alle ultime pagine del libro, scritte con il cuore in mano dallo scrittore toscano.
Divertente, coinvolgente ed intrigante, Il mare in fondo alla strada è un racconto veloce piacevole che sa trasmettere emozioni e sa far riflettere e che vuole innescare un confronto tra gli adolescenti degli anni 80 e quelli di oggi, troppo spesso schiavi dell’Ipod e della psp.
Il tutto con in sottofondo la splendida colonna sonora consigliata dal Bernini, ad accompagnare passo per passo il buon Marco nel cammino della sua adolescenza.

IN UN LIBRO LA DESTRA ITALIANA DEL DOPOGUERRA ATTRAVERSO LE SUE RIVISTE

Mario Bozzi Sentieri, scrittore e saggista ben noto a molti frequentatori del "Casello", può essere a buon diritto considerato uno dei pensatori più acuti e profetici di quel laboratorio a cielo aperto che è l'attuale Destra italiana.
La sua penna, abbinata ad un grande rigore documentale e ad una marcata sensibilità per i temi culturali (e quindi per la costruzione di un'identità "sapienziale" della destra, che si basi su fondamenta solide ed eviti la facile tentazione della demagogia e dello slogan), lo porta ad affrontare temi essenziali per chi voglia costruire qualcosa di innovativo ma che da una parte non rinneghi mai le radici e dall'altra non si faccia tradire dalla smania di inseguire le mode, così presenti anche nel mondo politico.
E' già da qualche mese in libreria il suo ultimo saggio, "Dal Neofascismo alla Nuova Destra" (Edizioni Nuove Idee), che ripercorre sessant'ani di storia politca del nostro Paese visto dalle pagine dei periodici di area.
Un lavoro imponente, e che merita una presentazione all'altezza. Ospitiamo perciò al "Casello" il saggio a commento del libro pubblicato da Luciano Lanna, Direttore del "Secolo d'Italia", sul suo quotidiano.
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Una cosa è certa: anche nell’epoca di internet non è possibile cancellare o rimuovere l’importanza degli archivi cartacei per la memoria delle famiglie politico- culturali. In particolare, il lungo viaggio dal postfascismo alla nuova destra italiana non sarebbe davvero comprensibile senza la possibilità di prendere visione diretta attraverso le riviste dell’area di quanto ricco, complesso e anche contraddittorio sia stato l’universo umano e politico interessato a questo percorso. Un contributo fondamentale in questa direzione ci viene adesso da Mario Bozzi Sentieri con il suo recente Dal neofascismo alla nuova destra. Le riviste 1944-1994 (Nuove Idee editrice, pp. 257, euro 16), un lavoro motivato dall’urgenza «di salvare – come precisa l’autore – non solo una memoria, ma anche di ricucire, con essa, gli intricati percorsi di una presenza politico-culturale a tratti negata,incompresa, spesso misconosciuta». Organizzato cronologicamente e a schede, il libro risponde proprio alla necessità di salvare, con la memoria, i complessi itinerari delle tante e tante testate che hanno costituito il terreno di cultura di un’area politica oggi interessata a una nuova fase di transizione. E da subito la lettura del lavoro di Bozzi Sentieri smonta gli stereotipi e i luoghi comuni che ancora inquinano l’interpretazione del postfascismo e la sua transizione nell’Italia repubblicana. Così, tanto per cominciare, la qualità delle firme che caratterizzarono quelle riviste tra il ’44 e i primi anni Cinquanta. Scrittori, studiosi e letterati di primo piano e da qualche anno riscoperti dalla critica sofisticata come Marco Ramperti, Marcello Gallian, Gioacchino Volpe o Giuseppe Maranini, animarono tra i tanti quella prima stagione di fermento pubblicistico. Basta dare un’occhiata ai collaboratori del settimanale Meridiano d’Italia, fondato nel ’46 da Franco De Agazio e diretto, dopo la sua morte per mano della Volante Rossa, dal nipote Franco Servello: tra questi oltre a Edmondo Cione e Sem Benelli, Filippo Anfuso e Massimo Rocca, Aniceto Del Massa e Roberto Mieville c’erano anche Giorgio Pini, già caporedattore del Popolo d’Italia, e Carlo Silvestri, socialista e antifascista che durante la Rsi fu tra gli animatori de L’Italia del popolo, periodico di collegamento tra le autorità fasciste e i socialisti. Di più: il grande scrittore Ignazio Silone, tra i fondatori del Pci e poi socialista libertario e anticomunista, promosse personalmente – sempre nel ’46 – l’iniziativa di Alberto Giovannini di dar vita alla rivista postfascista Rosso e Nero. Dopo una serie di incontri preparatori, cui era presente anche il giovane giornalista socialista Ugo Zatterin, Giovannini iniziava a pubblicare il periodico sulla base dell’accettazione piena della forma repubblicana e della volontà di partecipare alla ricostruzione del Paese. Anche qui le firme di Marco Ramperti, di Aniceto Del Massa e di tanti altri intellettuali che venivano dal fascismo. «Non potevo – disse Giovannini – non avere una certa fedeltà e riconoscenza verso quel regime attraverso il quale io, che ero nessuno, figlio di povera gente, di operai, cominciando col fare il fattorino, ero arrivato a dirigere un quotidiano. Il fascismo mi aveva dato la possibilità di avanzare socialmente…». Il 2 gennaio 1948, Rosso e Nero pubblica la “Lettera di un condannato a morte” di Pino Romualdi, già vicesegretario del Partito fascista repubblicano e latitante fino all’amnistia Togliatti. È solo un esempio della civiltà del dialogo e della volontà di superamento degli steccati da guerra civile che quella, come altre riviste, esprimeva… In quello stesso fermento uscirono anche il settimanale Rataplan – tra i collaboratori Marcello Gallian, Gianni Granzotto, Roberto Mieville, Nino Tripodi, Renzo Lodoli – e il mensile Pagine libere di Vito Panunzio, che si richiamava esplicitamente alla storica testata del sindacalismo rivoluzionario italiano: vi scrivono Francesco Carnelutti, Nicola Francesco Cimmino,Gioacchino Volpe, Vittorio Zincone, Carlo Curcio, Mario Gradi, Edmondo Cione, GiuseppeMaranini, Costantino Mortati, Giuseppe Bottai… Fondamentale il settimanale La Rivolta Ideale di Giovanni Tonelli che riprendeva il nome dall’opera omonima di Alfredo Oriani, uno degli autori più cari a Mussolini. A quest’ultima testata collaborarono Gioacchino Volpe, Ernesto Massi, Massimo Scaligero, Carlo Silvestri, Carlo Costamagna, Edmondo Cione… Il 26 settembre 1946, per iniziativa di un gruppo di reduci non-cooperatori rientrati dalla prigionia nasce un Fronte dell’italiano di cui la rivista diventa l’organo. E tra settembre e ottobre è proprio nella sede de La Rivolta Ideale, in via Milano 70 a Roma, che si pongono le basi per la riunificazione dei vari spezzoni di un mondo che portano a fine anno alla nascita del Msi. Non a caso, il direttore Tonelli sarà il primo missino eletto conquistando un seggio al Consiglio comunale di Roma nel 1947. In quello stesso anno inizia le pubblicazione anche Il pensiero nazionale, quindicinale diretto da Stanis Ruinas con la collaborazione, tra i tanti, dei soliti Aniceto Del Massa, Marco Ramperti e Marcello Gallian, del futurista Anton Giulio Bragaglia, di Ruggero Ravenna, di Giorgio Pini… Tra le riviste di questa fase, Bozzi Sentieri sottolinea l’importanza dei due soli numeri pubblicati di Europa nazione, diretta nel 1951 da Filippo Anfuso, uomo politico catanese dalla biografia tipicamente novecentesca: giornalista e inviato speciale da giovanissimo, legionario fiumano con D’Annunzio, sottosegretario di Mussolini, ambasciatore a Berlino nella Rsi e, nel dopoguerra, deputato missino. Il nome di quella testata diventò subito uno slogan destinato a una vita lunga nell’immaginario politica della destra italiana postbellica. La rivista ospitò interventi di intellettuali come Gioacchino Volpe, Concetto Pettinato, Julius Evola e Anton Zischka. Si apriva – era un fatto nuovo – a collaboratori non solo italiani ma europei e i sommari erano pubblicati anche in francese, tedesco e inglese. L’impegno era quello di guardare all’unità continentale al di là degli schemi convenzionali e del revanscismo di chi aveva perduto la guerra: «Europa nazione – scriveva Anfuso – vuol dire Europa libera e unita». Ed emergeva, altra novità, l’idea di una neutralità armata delle nazioni del Vecchio Continente. In questa stessa fase si distingueva anche il quindicinale Abc, diretto da un nome storico come Giuseppe Bottai e pubblicato tra il 1953 e il 1959. L’ex ministro delle Corporazioni riuscì a far collaborare al periodico studiosi del calibro di Luigi Volpicelli, Enrico Fulchignoni, Lorenzo Giusso, Marino Gentile, Carlo Curcio e Massimo Rocca, «Stretto tra il Msi, che lo accusa di essere un supertraditore, e la necessità di lavorare per una destra aperta – precisa Bozzi Sentieri – Bottai dà largo spazio al dibattito sulle destre, sulle loro inadeguatezza operative, programmatiche, culturali…». Con Asso di bastoni, “settimanale satirico anticanagliesco” diretto da Pietro Caporilli e in edicola con tirature impressionanti tra il 1948 e il 1957, si apre la stagione delle nuove firme. Con Enrico De Boccard, Luciano Lucci Chiarissi, Pino Rauti, Renzo Lodoli, Fausto Gianfranceschi, Egidio Sterpa, Enzo Erra, Franco Petronio e tanti altri si fanno avanti i giovanissimi, quelli che avevano appena fatto in tempo ad arruolarsi a Salò poco più che ragazzini o quelli che “non avevano accettato la sconfitta”. Sono gli stessi che animeranno La Sfida e Imperium, entrambi dirette da Erra, e Cantiere, diretta da Primo Siena insieme a Giano Accame, Carlo Casalena, Romano Ricciotti, Pino Rauti e Franco Petronio. A questo punto, Bozzi Sentieri avvia il secondo capitolo dedicato alla diaspora tra il 1956 e il ’67. È il periodo in cui si verificano tre fenomeni incrociati: il partito nelle mani di Michelini, l’allontanamento dell’ala giovanile movimentista e la nascita di organizzazioni di destra radicale (Ordine Nuovo e Giovane Europa). In questo contesto si segnala nel 1959 la nascita di una rivista che proseguirà le sue pubblicazioni fino al 1984: l’Italiano diretto da Pino Romualdi. Attento al dibattito sul ruolo e le alleanze in grado di dare al Msi una funzione ben più ampia della semplice autoconservazione nostalgica, e consapevole della necessità di collegare radicamento culturale e azione politica, Romualdi fece de l’Italiano uno strumento di analisi e aprendo le sue colonne a interventi spesso non-conformisti. «Significativo – annota Bozzi Sentieri – l’intervento di Evola, pubblicato sul secondo numero della rivista, marzo 1959, in tema di apertura al divorzio e l’attenzione del filosofo verso i moderni fenomeni di costume». Un decennio importante del dopoguerra viene invece accompagnato e interpretato da L’Orologio di Luciano Lucci Chiarissi, pubblicato ininterrottamente dal 1963 al 1973. Tra le sue firme, elencate come per tutte le altre riviste da Bozzi Sentieri, quelle di Gabriele Moricca e Giuseppe Ciammaruconi, di Cesare Mazza e Mario Castellacci, di Maurizio Giraldi e Jean Thiriart, di Luigi Tallarico e Barna Occhini, di Giorgio Del Vecchio e Mario Bernardi Guardi, di Pacifico D’Eramo e Antonio Lombardo, di Adriano Cerquetti ed Enzo Benedetto, di Maurizio Bergonzini, e Agostino Carrino… La rivista nasceva, spiega Bozzi Sentieri, «intorno alla consapevolezza, ben chiara sia dai primi numeri, che se prima si era convinti che la presenza politica riposassero soprattutto nello stare insieme sulla base di poche formule accettate da tutti, ora sarebbe stata necessaria una fase di approfondimento». L’Orologio tentava infatti di uscire dalla tendenza al minoratismo e al ripiegamento su se stessi che stava caratterizzando l’ambiente in quegli anni. Spiegava Lucci Chiarissi: «Annibale non è alle porte e comunque non lo è a causa del centrosinistra». E L’Orologio, che aveva lanciato il tema della riappropriazione delle “chiavi di casa”, si schierò con il gollismo recuperandone diversi temi. La rivista, inoltre, approfondisce in presa diretta i tratti fondanti della contestazione studentesca del ’68 con una serie di inchieste da Parigi firmate dal futuro politologo Antonio Lombardo e alcuni interventi a favore degli studenti a Valle Giulia. Vengono pubblicati numerosi documenti sulle facoltà occupate in tutta Europa e attorno a queste tesi vengono costituiti in vari atenei italiani i Gruppi dell’Orologio che partecipano attivamente alle battaglie sessantottine e alle occupazioni di alcune facoltà. Tra l’altro, in una di queste, il 13 dicembre ’68, Lucci Chiarissi insieme a Pacifico D’Eramo terranno un dibattito rilanciando la necessità di rilanciare tesi europeistiche e di rinnovamento sociale. Sulla stessa lunghezza d’onda, anche il quindicinale Corrispondenza repubblicana, diretto da Romolo Giuliana, esprimeva da destra posizioni analoghe. Tanto che nell’aprile del ’68, in un “avviso ai lettori” la rivista giustifica il ritardo nell’uscita con l’impegno diretto dei redattori nelle manifestazioni studentesche. Interessanti e anticipatori anche gli attacchi, «in linea di principio e in linea di fatto» ai regimi franchista e salazarista e alla dittatura militare in Grecia. «Il ritardo culturale e politico, accumulato dal Msi durante gli anni Sessanta – spiega Bozzi Sentieri – trova infatti nel 1968 la sua espressione più acuta. Di fronte alla rivolta studentesca il Msi appare impreparato a interpretare e affrontare il fenomeno». Ma questa stessa fase arriva a coincidere con la fine della segreteria Michelini e l’inizio di quella di Giorgio Almirante. Si impone una nuova gestione a tutto campo caratterizzata non solo dal rilancio dell’attivismo ma anche dal tentativo di superamento della diaspora politica e culturale. E i primi anni Settanta registrano un forte rilancio della pubblicistica di destra. Davvero tante le riviste: Candido rilanciato e diretto da Giorgio Pisanò, La Torre di Giovanni Volpe, Il Conciliatore diretto da Piero Capello, Presenza di Pino Rauti, Intervento diretto da Fausto Gianfranceschi, la Rivista di Studi corporativi di Diano Brocchi e Gaetano Rasi e numerose altre iniziative che affiancate al successo di vendita dei settimanali il Borghese e Lo Specchio e all’avvio della casa editrice Rusconi diretta da Alfredo Cattabiani diedero il senso di una nuova egemonia culturale di destra e fecero scriverne, allarmati, intellettuali come Pier Paolo Pasolini e Umberto Eco. In questo quadr collaborazioni di primo piano la rivista La Destra diretta da Claudio Quarantotto: vantava un comitato internazionale composto da Michel de Saint Pierre, Mircea Eliade, Vintila Horia, Thomas Molnar, Ernst Jünger, Giuseppe Prezzolini e Caspar Schrenk-Notzing. Dal 1974 in poi prende invece corpo una produzione giovanile che fa emergere, come scrive Bozzi Sentieri, «l’esigenza di un adeguamento tematico, operativo, dello stesso linguaggio». È la grande stagione delle riviste giovanili e rivolte al mondo giovanile: La Voce della Fogna, Eowyn, Donne in lotta, Diorama letterario, Dissenso, Elementi, Dimensione ambiente, Linea, La Mosca bianca, L’Altro Regno… «Da questo tipo di fermenti insieme politici e culturali – aggiunge Bozzi Sentieri – si sviluppano iniziative parallele, con sigle nuove, affiancate da una ricca pubblicistica specializzata, che evidenzia, in modo sempre più marcato, la necessità di un’azione metapolitica, in grado di condizionare le idee contemporanee, di incidere sul costume e nel moderno movimento delle idee». Il politologo Marco Revelli scriverà che con queste nuove pubblicazioni si inaugurava «un modo nuovo di stare a destra». Ha scritto anche Marco Tarchi, ricordando l’esperienza della sua Voce della Fogna: «Verso la metà degli anni Settanta capimmo che non era più tempo di sostenere la vecchia destra, che era tempo di uscire dal ghetto…». Sull’onda di questi fermenti si arriva all’ultima fase raccontata da Bozzi Sentieri quella che va dal 1981 al ’94. Una fase in cui i giovani di destra hanno acquisito le regole del movimentismo, dell’egemonia culturale e soprattutto dell’attenzione privilegiata che la politica deve avere per le tendenze giovanili e i fenomeni dell’immaginario. Dalle riviste della seconda metà degli anni Settanta hanno poi mutuato l’esigenza di rompere gli steccati, di uscire dalla logica della contrapposizione forzata e di costruire nuove sintesi. Una stagione che può essere rappresentata da tre pubblicazioni: La Contea, espressione della parte movimentista e innovativa del mondo giovanile romano, Proposta di Domenico Mennitti, e Pagine libere di Marcello Veneziani. Rilevante per tutte e tre il ruolo svolto dall’elaborazione della cosiddetta “nuova destra”. «Senza l’esperienza di essa - ha annotato lo storico Giovanni Tassani – difficilmente il Fronte della Gioventù avrebbe potuto modernizzarsi e ricominciare a interloquirecon giovani di esperienza diversa né avrebbe potuto reggere l’esperienza di una rivista decorosa e leggibile come Proposta tra il 1986 e il 1989…». Insomma, all’alba degli anni Novanta il cerchio si chiude. Caduto il Muro di Berlino, fuoriusciti dal clima delle contrapposizioni forti degli anni di piombo, lasocietà civile tornava a essere campo aperto per la destra. Non a caso si chiude proprio aquesto punto la ricostruzione di Bozzi Sentieri. Come a dimostrare che una destra a vocazionemaggioritaria – e in perenne dialogo e sintesi con le altre culture politiche del Novecento– non è nata improvvisamente e senza storia negli anni Novanta. A differenza di quanto qualcuno oggi vorrebbe far credere.

In un libro i Caduti della RSI a Genova


Pubblichiamo qui l’interessante recensione di un libro sui Caduti della RSI a Genova inviataci da Francesco, che ringraziamo.

Nel più ampio contesto di rilettura degli avvenimenti storici dello scorso secolo, mutato (finalmente!) l’oppressivo e dogmatico clima culturale grazie anche alla tenace opera di quanti, non senza sofferenza personale, hanno osato sfidare quella che Renzo De Felice ha definito la “Vulgata resistenziale” e Giampaolo Pansa “La grande bugia”, stanno trovando maggiore spazio mediatico in questi ultimi anni testi che mettono in risalto anche le verità della parte degli sconfitti del 1945.
A qualcuno piace chiamarlo con il termine “Revisionismo” – anche a noi, perché De Felice è una stella polare, e lui lo usava – altri utilizzano termini simili, per finire con chi, in nome della democrazia, il fatto che si possa dare credito a tutte le opinioni non lo digerisce proprio.
E finalmente, anche per quanto riguarda Genova (città difficilissima, da questo particolare punto di vista), si alza un po’ di quella cappa di oscurantismo, sui caduti della R.S.I. nella nostra città. Il merito va a tre grandi penne "nostrane": Francesco Tuo, Pierfranco Malfettani e Carlo Viale, che dopo decenni di ricerche meticolosissime, sono riusciti a realizzare una vera e propria enciclopedia storica sui tragici fatti avvenuti dall'8 di settembre 1943 alla fine del 1946.Documenti storici, ricostruzioni basate su fonti dirette, ricerche negli archivi locali e nazionali, hanno portato alla ribalta storie meravigliose di donne, ragazze, ragazzi e uomini passati per le armi, durante e dopo (è questa la zona di maggiore infamia dell’intero contesto) la Seconda Guerra Mondiale, rei solamente di una cosa: non aver tradito il loro ideale, a prescindere da ogni considerazione su quanto giusto o sbagliato potesse essere.Il libro, corredato di un gran numero di fotografie e atti ufficiali d'epoca, parla di tutti i caduti appartenenti alla R.S.I. in terra genovese, lungo le oltre 800 pagine di questa ponderosa opera che non può mancare negli scaffali dell’appassionato di storia e di chi apprezza una lettura ad ampio spettro e non minata da preconcetti delle vicende verificatesi negli ultimi anni di guerra.

Francesco Tuo, Pierfranco Malfettani e Carlo Viale – I caduti della RSI Genova 1943-46 Ed. Tradizioni.