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ADDIO GIAMPAOLO, UOMO LIBERO.

Con la scomparsa di Giampaolo Pansa esce di scena uno dei principali protagonisti della letteratura italiana del periodo a cavallo dei due millenni. 
Il suo primo, indiscutibile merito è stato quello di aprire una finestra laica, non di parte, sulla storia dell'immediato dopoguerra vissuta dal lato degli sconfitti. La serie di saggi, inaugurata con "Il sangue dei vinti", ha effettivamente aperto una nuova stagione di riflessione storica, e quello che al Casellante è parso particolarmente significativo è  stato vedere le reazioni scomposte, a volte isteriche (ma sul serio, proprio da "persone disturbate"), di quelli che Pansa ha definito i "gendarmi della memoria", figure meschine la cui unica preoccupazione è che nessuno discuta i dogmi che permettono ad una delle fazioni coinvolte di ricoprire anche il ruolo di arbitro. 
Per certi versi sembra di essere tornati ai tempi delle Brigate Rosse: non potevano essere di sinistra, per cui la regia era da cercare in altri ambienti (le "sedicenti", berciava la vulgata ufficiale). Oggi, essendo impossibile che un uomo di sinistra, e per giunta non certo imbecille, possa anche solo criticare l'antifascismo - in Italia, chissà perché, è più grave che pisciare nell'acquasantiera -, chi lo fa o non è più di sinistra, perché comprato dal nemico (c'è da immaginare che Berlusconi vada bene in qualunque occasione, è come un vestito blu) o anche semplicemente rincoglionito, oppure non lo è mai stato.
Ma Giampaolo Pansa era anzitutto e soprattutto un uomo libero, di pensieri e di parole, e come non ha mai lesinato il suo favore per la sinistra politica italiana, così ha avuto il coraggio di dire, con i suoi scritti, che condannare il fascismo non significa automaticamente condannare le persone, e credere nella democrazia e nella costituzione non implica l'accettazione acritica di qualsiasi comportamento dell'antifascismo, specie quello arrivato fuori tempo massimo. 
Credo non possa essere messo in discussione che Giampaolo Pansa fosse un uomo concretamente di sinistra. Quindi, rispetto al Casellante, un avversario. Ad averne, però, di avversari così: talmente acuti da saper leggere anche le ragioni di chi, al suo occhio, aveva torto. 
Onore a lui. Da lassù, scrollerà spalle sentendo starnazzare le oche dell'odio fine a se stesso.

IL MISTERO DEL PASSO DYATLOV - SESSANT'ANNI DI OMBRE

E' stata sicuramente la più misteriosa e tragica spedizione scialpinistica di tutti i tempi, eppure ancora pochi sono coloro che conoscono le vicende di questi nove ragazzi russi, dapprima scomparsi e poi ritrovati morti sui monti Urali, nella parte centrale dell'allora URSS.
Era il febbraio 1959, ed un gruppo di studenti dell'Università di Ekaterinburg, alcuni già laureati (per lo più in ingegneria), altri in dirittura finale, aveva deciso di compiere un'escursione lungo una zona impervia e in larga parte inesplorata nel nord della catena degli Urali.
Percorsa la prima parte del tragitto in treno e autocarro, lasciato uno dei compagni all'ultimo avamposto abitato a causa di un'indisposizione (che gli avrebbe salvato la vita), i nove si erano avventurati sulle pendici del Monte Otorten. Avrebbero telegrafato a casa una volta compiuta la traversata, che prevedeva marce con gli sci e notti in tenda con temperature fino a - 30°.
Era l'Unione Sovietica di Kruscev, che tentava di scrollarsi di dosso la patina grigio sangue dello stalinismo con nuove aperture (la cosiddetta "distensione") e una ritrovata vitalità, che questi giovani sembravano voler interpretare.
Quel telegramma non arrivò mai. Passate alcune settimane, le famiglie esercitarono pressioni perchè le autorità iniziassero a cercare i ragazzi. Tra la fine di febbraio e l'inizio di marzo le squadre  di soccorso individuarono la tenda, vuota e - si disse nei testi ufficiali - squarciata dall'interno.
Dalla tenda partivano una serie di impronte, otto o nove paia, alcune lasciate da persone senza calzature, che però scomparivano cinquecento metri più avanti. Sotto un grande cedro, a circa un chilometro e mezzo, furono rinvenuti i primi due corpi. Lungo il pendio, qualche giorno dopo, ecco altri tre cadaveri, girati come se i ragazzi stessero tentando (nella notte, con temperature proibitive e senza alcuna visibilità) di rientrare all'accampamento. Degli altri quattro nessuna traccia, fino al disgelo: erano collocati in una specie di rifugio nella neve, sulle rive di un ruscello, morti anch'essi.
Molti di loro presentavano ferite le più diverse, alcune fatali, altre no. Ma nessuna spiegazione ebbe mai il pregio di risultare definitiva.
Di sicuro c'è solo che qualcosa, o qualcuno, li indusse a lasciare il caldo tepore del rifugio notturno per mettersi al riparo da... cosa? Forse nessuno lo saprà mai.
Si parlò di UFO, di Yeti, di manovre militari, di incidenti, di valanghe, di follia collettiva. Nessuna spiegazione, a tutt'oggi, toglie spazio a dubbi e incongruenze. La scena della tragedia venne fortemente contaminata dalle squadre di soccorso, e molti elementi utili all'indagine scomparvero con i ragazzi.
Non intendiamo qui dilungarci, anche perchè sul web esiste una lunga sfilza di teorie, anche bislacche, su come fossero potute andare effettivamente le cose.
Segnaliamo qui il sito più accreditato dove, anche a distanza di sei decenni, tanti appassionati cercano di ricostruire questa incredibile vicenda: 

https://dyatlovpass.com/  

A noi preme soprattutto perpetuare il ricordo di questi sfortunati ragazzi, che sfidarono gli elementi con un'impresa ritenuta audace e che invece si rivelò fatale. Un pensiero a loro, e alle loro famiglie.

DEMOCRAZIA? PER MOLTI MA NON PER TUTTI

Credo farà discutere ancora a lungo il convegno degli esponenti dei partiti di estrema destra tenutosi a Genova sabato 11 febbraio.
Al casello non abbiamo pregiudizi, ma soprattutto non neghiamo mai il diritto di parola a nessuno.
Un atteggiamento che non tutti condividono, visto che l'occasione della quale stiamo parlando ha suscitato in molti l'impulso di negare la libertà di espressione a fazioni che, condivisibili o no (e per il casellante è no per tanti aspetti), hanno scelto di incontrarsi.
C’è, forte, in larga parte della sinistra italiana (non solo quella di matrice marxista), la stessa autopercezione di superiorità morale e ideale che non è mai venuta meno fin dai tempi di Togliatti e Berlinguer. E quindi di poter decidere, da soli, chi ha diritto e chi no. Anzi, più esattamente: chi è degno e chi no. E chi non è degno non può né riunirsi, né esprimersi.
Un altro aspetto sgradevole è che – ragionando in questo modo – uno dei giocatori si arroga il diritto di essere anche arbitro. Come se tutte le idee potessero avere diritto di tribuna, TRANNE… e vai con l’elenco. 
Un sincero democratico non può accettare in nessun modo una visione così dichiaratamente, intenzionalmente ottusa. Senza contare che questo atteggiamento è proprio di una fazione che nella storia si è coperta di nefandezze peggiori di quelle che vorrebbe combattere, e che si indigna quando vede messi sullo stesso piano i propri eccessi e quelli della parte avversa. Perché, se di eccessi si può parlare - obiettano -, si è trattato solo di zelo o di estremizzazione di idee in sé positive.
Trovo poi preoccupante il commento finale di alcuni degli autoconvocati. Al di là della posizione di chi ha voluto semplicemente testimoniare con la presenza la propria contrarietà – non posso condividere ma in qualche maniera posso capire – c’è anche la posizione di chi fa partire sermoni del tipo “essere antifascisti oggi vuol dire combattere le nuove forme in cui si manifesta il fascismo di oggi: il sopruso, la mancanza di accoglienza”, e via delirando. Non so se è chiaro il concetto: non ci si limita a contestare una prospettiva storica, ma la si lascia aperta per poter combattere ciò che tecnicamente “fascismo” non è e non può essere. 
Il risultato è che tutto quello che a questi non va a genio – dal leghismo al “Family Day” – è in senso ampio una forma moderna di fascismo, e quindi merita di essere combattuto. Attraverso le idee? No, anche attraverso metodi eversivi e antidemocratici. In nome della democrazia e della libertà di espressione.
Il fatto è che l'Italia è l'unico paese l mondo in cui la storia viene ancora oggi utilizzata per fini politici. Questo è un punto sul quale chi la scrive e la insegna dovrebbe meditare. Ma siamo rassegnati: non accadrà ancora per molto tempo.

LE PERSONE SCOMPARSE, UN DRAMMA CHE SI RIPETE

Anni di attenzione al mondo della “nera” mi hanno convinto di una cosa: se per l’ordinamento giuridico inglese, a diritto non codificato, il principio saliente è il cosiddetto “habeas corpus” (in soldoni: presentati con una prova e io ti farò giustizia), il modo migliore per farla franca – e realizzare così il delitto perfetto, luogo dell’immaginazione di tante menti perverse – passa attraverso la negazione di tale principio.
Avete mai riflettuto, amici del Casello, a quante persone scompaiono ogni anno in Italia e nel mondo? Un numero incredibile. Un fenomeno, questo, giunto solo negli ultimi vent’anni sotto gli occhi dei riflettori mediatici, segnatamente grazie alla trasmissione “Chi l’ha visto?”, esempio positivo – malgrado qualche contaminazione ideologica, specie negli ultimi anni – di televisione di servizio, che ha contribuito a far luce su molti casi drammatici e a tenere alta l’attenzione su tantissimi altri sui quali gravava altrimenti la cupa prospettiva dell’oblio.
Certo, c’è chi sparisce deliberatamente. Succede, ed in questi casi nessuno discute il diritto di chi porta la propria avversione verso il mondo che lo ha visto protagonista fino al giorno prima fino alle estreme conseguenze. Ma la stragrande maggioranza delle scomparse racchiude in sé un dramma. Della solitudine, della malattia, della disperazione, della disattenzione. Quando non dell’incontro sbagliato.
Sì, perché – chi segue questo genere di vicende lo avrà notato – quando uno scomparso non viene ritrovato nei primi tempi dopo la sparizione, è assai probabile che sia morto. Una disgrazia, un suicidio, un delitto: la statistica dice che le (rare) persone ritrovate a distanza dalla scomparsa non potranno quasi mai raccontare cosa è davvero accaduto.
E quindi, pensando a casi anche recenti: quante famiglie non hanno nemmeno la consolazione di una pietra sulla quale piangere la persona cara! E, come corollario: quanti delinquenti, con tutta probabilità, si nascondono tra noi, a volte solo sfiorati dal sospetto, a volte neppure quello.
L’associazione “Penelope” da anni si batte per il conforto e l’aiuto alle famiglie delle persone scomparse, promuovendo anche un’iniziativa legislativa che possa contribuire a far luce sui tanti, troppi misteri irrisolti (alcuni anche di risonanza mondiale, dalla scomparsa dei cattedratici Ettore Majorana e Federico Caffè a quella di Emanuela Orlandi e Mirella Gregari, fino al giudice Paolo Adinolfi). Ad esempio, in Italia non c’è una banca dati accentrata che metta in relazione i cadaveri senza volto conservati per anni negli istituti di medicina legale con le persone scomparse.
Noi, qui al Casello, se possibile una mano la diamo volentieri. La parola a voi che transitate da qui.

FERRARA: GIUSTIZIA PER FEDERICO

Ho seguito fin dall’inizio il caso di Federico Aldrovandi, il ragazzo di Ferrara morto in circostanze misteriose mentre, rientrando a casa dopo una nottata con gli amici, era stato fermato per un controllo da una pattuglia della Polizia.
In realtà, anche a sentire le testimonianze di coloro che avevano avuto modo di assistere in tutto o in parte alla scena, la dinamica dei fatti a me è parsa subito piuttosto chiara: qualche parola in eccesso, la discussione che sale di tono, Federico immobilizzato a terra che non riesce più a respirare, l’epilogo tragico.
Seguendo la vicenda grazie a “Chi l’ha visto?”, la trasmissione che da ormai vent’anni continua a dare voce alle vittime di sparizioni e delitti senza colpevole, mi sono fatto l’idea che qualcuno, da subito, cercasse di orientare indagini ed esiti verso quanto meno un concorso di colpe tra il povero Federico e la pattuglia. Quando invece appariva chiaro, e vieppiù con il trascorrere del tempo, che probabilmente quella mattina qualcuno aveva un po’ esagerato.
Fin qui, non c’è nemmeno tanto da aggiungere. Il problema è stato però che a remare contro si sono poi verificati alcuni fatti inquietanti: la difesa corporativa degli agenti coinvolti; le improvvise amnesie e reticenze di alcuni testimoni; le asserite minacce più o meno velate subite da qualcuno; la comparsa sulla scena di storie – poco credibili, in verità – di droga.
Il processo, anche se siamo solo al primo grado di giudizio, sembra però aver fatto piazza pulita di queste piccolezze, con la condanna, apparsa ineccepibile a tutta l’opinione pubblica (non solo ferrarese) dei responsabili di un assurdo eccesso interpretativo del proprio ruolo. Un malessere che mi sembra finisca per contagiare troppo spesso chi indossa una divisa (si veda anche la morte del povero Gabriele Sandri), la cui utilità va rivolta alla sicurezza dei cittadini e non a fornire coperture o sensazioni rambesche a chi la indossa.

Uno strano ammaraggio

Non ci è simpatico, Chavez. Un demagogo di sinistra che accompagna proclami di autonomia decisionale rispetto ai potenti della Terra ad amicizie poco raccomandabili e a frequentazioni di pessimo gusto. Non solo politicamente, ma anche dal punto di vista del Diritto Penale. In altre epoche storiche, gli USA lo avrebbero fatto detronizzare (meritatamente) senza troppe smancerie.
Ospitiamo con grande piacere, quindi, il contributo di Daniele, un amico che con il suo treno passa davanti al Casello fin dall’esordio.


"Lo scorso lunedì sera, con l'intento di vedere l'annunciatissimo servizio sul raid degli estremisti di destra alla redazione di "Chi l'ha Visto?", per la prima volta in vita mia mi sono sorbito una puntata del popolare e ormai storico programma di Rai 3. A parte la considerazione su quanta gente di tutte le età e classi sociali scompare in Italia e su una rima di una canzone di Jovanotti la quale diceva che "ormai con Chi l'ha Visto nessuno è più libero di scappare in santa pace", mi ha particolarmente impressionato un servizio sugli italiani scomparsi in Venezuela, che inizialmente si credeva fossero morti in un incidente aereo. Peccato che dell'aereo non sia mai stata trovata traccia e che le incongruenze con la prima ricostruzione fornita dal personale al radar dell'aeroporto più vicino fossero davvero incredibili. Per esempio si sosteneva che il pilota nei 10 minuti compresi tra l'annuncio della contemporanea rottura di tutti e due i motori (circostanza anche questa giudicata impossibile dagli esperti) e il tentato ammaraggio, fosse rimasto in assoluto silenzio. Inoltre non sono mai state trovate tracce dell'aereo (cosa mai accaduta in seguito ad un ammaraggio) e il corpo del pilota (l'unico rinvenuto) è stato ritrovato un mese dopo, annegato, su una spiaggia al confine con la Colombia. Inoltre i telefoni cellulari di alcuni passeggeri hanno continuato a suonare per alcuni giorni in una "cella telefonica" sita proprio nel paese che diede i natali al mitico Faustino Asprilla. L'ipotesi paventata da alcune parti è che i passeggeri del volo possano essere stati rapiti dalle Farc, l'esercito paramilitare di ribelli (comunisti, n.d.b.) che agisce in Colombia da decenni. Ad aggiungere inquietudine ai familiari dei dispersi, la sensazione che le indagini siano più o meno velatamente ostacolate addirittura dal dittatore venezuelano Chavez, che si dice ebbe un ruolo decisivo nel mediare con le Farc in occasione della liberazione della francese Ingrid Betancourt, rimasta ostaggio dei "guerrieri della giungla" per più di sei anni.
Davvero una sinistra coincidenza infatti quella che vede coinvolto il presidente venezuelano, che di recente ha nazionalizzato l’industria petrolifera venezuelana e in prima linea nella “guerra all’etanolo” contro il Brasile di Lula e gli eterni nemici americani.
Insomma l'ex amante di Naomi Cambell sembrerebbe dare pertanto adito alle voci che lo vedono vicino ed addirittura colluso con le Farc.
Tra i "presunti" rapiti italiani c'è una famiglia con due bambini di 7 e 9 anni e una coppia in viaggio di nozze.
Al presidente Napolitano e alla classe parlamentare tutta l’invito a non lasciar cadere nel dimenticatoio l’incresciosa vicenda e a sollecitare in ogni forma e modo lo svolgimento di indagini volte al raggiungimento unico della verità."

Nel silenzio

“Non ne prendono uno!”, viene da commentare spesso e volentieri quando – in presenza di delitti eclatanti o episodi inquietanti di vario genere – ci si interroga sul comportamento delle forze dell’ordine.
In realtà le cose non stanno così, ma è il solito discorso dell’albero che cade, che fa più rumore di una foresta che cresce. Molti colpevoli vengono assicurati alla giustizia, e le nuove tecnologie aiutano spesso a ricostruire vicende (e a dare volti a colpevoli) vecchie di decenni.
Tuttavia, una certa percentuale di questi eventi sfugge alla pur lodevole opera di magistrati, carabinieri e polizia. E nell’immaginario popolare restano spesso più impressi dei tanti casi che conoscono una soluzione. Come, del resto, è giusto che sia: in tanto o in poco che la questione possa appassionarci, succede che ci si trovi ad interrogarsi su chi possa aver commesso quel delitto così efferato, o sulla fine che ha fatto quella ragazza di cui non si sa niente ormai da cinque anni.
Qui, senza alcuna pretesa né di indagine, né di completezza, vogliamo provare a ricostruire sinteticamente alcuni dei misteri più noti accaduti negli ultimi decenni. Perchè non dimenticare è doveroso anche per chi di questi episodi è stato vittima. E, magari, da qualcuno potrebbe forse arrivare l’idea che nessuno aveva mai prima preso in considerazione, quella che cambia lo scenario, quella che aiuta chi è in difficoltà.