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CI SEMBRA DI AVER PATITO ABBASTANZA...

...è quanto ho sentito dire da una persona a me vicina qualche settimana fa, mentre era in coda - coda interminabile, e ripetuta, sia detto chiaramente - su una delle tratte autostradali della Liguria.
Come il Csellante ha già avuto modo di scrivere su un noto social network professionale, c'è da aggiungere una considerazione personale.
Dopo due giorni di viaggio per le autostrade liguri mi sono fatto un'idea dettagliata. Cantieri aperti ovunque, chiusure di caselli assurde (perchè, tanto per fare un esempio, Chiavari e Lavagna in contemporanea?), salti di corsia, chilometri di riduzioni per dieci metri di operatività, e potrei continuare.
Non credo solo ad uno sforzo straordinario di rinnovamento: perchè tutto insieme, dopo decenni di trascuratezza? Perchè non durante la chiusura da Covid-19, e invece tutti i lavori fanno boom quando potrebbe ripartire tutto il tessuto produttivo ligure?
Non vorrei dirlo ma lo penso: malafede e ricatto. "Lo faccio apposta. Mi hai dato ceffoni in continuazione, specie dopo il crollo del Ponte Morandi? Mi minacci ogni momento su concessioni e penali? Bene, io faccio il mio dovere, quello che tu, ligure (e non solo), mi accusi di non aver fatto per decenni. Sui tempi e sui modi decido io".
Poi ci sarebbe da aprire un altro libro, sulle responsabilità del vettore ferroviario, che ha rinunciato da decenni al traffico diffuso, regalando di fatto le autostrade al camionismo, dannoso, inquinante, antieconomico. Ne abbiamo parlato spesso, su queste colonne. Ma sarà comunque oggetto di una prossima riflessione.

LA TRISTEZZA, IL MAIALE, L'IGNAVA

Ebbene sì: per chi ancora non se ne fosse accorto - e bisogna non avermi frequentato, letto, compreso - dirò chiaro e tondo che amo la retorica. Anzi, che non solo la amo e la pratico, ma non riesco proprio a concepire modi di comunicare poveri nei contenuti e dimessi nella forma. Di chi batte questa strada penso immediatamente male, un male selettivo e irriducibile.
Amando la retorica, e quindi le sue implicazioni, amo un modo di essere identitario, forte, espressivo e poco incline ai compromessi ideali quanto capace di dialettica forte e inclusiva. Non una marmellata di idee diverse e spesso antipodiche confuse in quello che oggi viene chiamato (a torto, grazie al cielo) "pensiero unico", ma una sintesi o un confronto tra idee marcate e non necessariamente conciliabili. "Aut... aut...", più che "Et...et...".
Non ci sarà mai spazio dalle mie parti - faccio solo alcuni esempi - per chi sostiene che è "beato il popolo che non ha bisogno di eroi" (Bertolt Brecht), o per chi postula "Un'unica grande chiesa, che parte da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa". Guarda un po': penso, testimonio e pratico il contrario.
Parto da questo ampio preambolo per raccontare un episodio che mi è accaduto ieri.
Siamo a Genova Brignole, capolinea di uno dei molti autobus diretti verso il Levante. Sto parlando di lavoro, al telefono, con mio papà Argeo.
Al momento di salire sul mezzo, un cesso d'uomo grasso, barba incolta, grazia e stile da terzamedista, butta ostentatamente a terra tre grossi pezzi di carta in cui era avvolta la focaccia che - con la classe che immagino lo contraddistingua in ogni frangente - aveva appena terminato di fagocitare.
Sempre al telefono con papà, spontanea mi monta la carogna, con le sembianze di uno sguardo torvo e repressivo.
Il primate a sua volta mi guata in tralice, e mentre sale sul bus mi chiede, con espressione di sfida: "Vuole raccoglierla lei?".
Livello di saturazione raggiunto: "No, la raccolga lei! Lei l'ha buttata, lei la raccoglie e la butta in un cestino!".
"Non ci penso neanche!" - prosegue il bifolco, andandosi smaccatamente a sedere a centro autobus. - "E comunque, - aggiunge, - non sono cazzi suoi".
"Sono cazzi miei! - Gli grido dalla piattaforma posteriore dell'autobus, dove mi ero sistemato. - "Se tutti facessero come lei, questa città sarebbe un porcile!".
Temo di aver aggiunto anche un'interiezione non proprio delicata e una botta di "brutto maiale" al quadrumane. Mio padre, nel frattempo, mi dice: "Sento che hai da fare, ci sentiamo più tardi".
L'autobus nel frattempo è partito, lasciando dietro di sé la montagna di carta cacciata per terra dal subumano, con il quale continua la schermaglia a distanza.
Sono meravigliato del fatto che sull'autobus nessuno abbia fatto una piega. Mi sarei aspettato una levata di scudi contro il sudicione, anche perché, in un'epoca di ecologismo a basso costo, l'argomento sembra far presa.
L'unica, sorprendente reazione, invece, arriva da una signora in evidente deficit di presenza a se stessa. Ha vicino un bambino sui sette/otto anni, e sta parlando al telefono.
"Eh, cosa vuoi, ci sono qui due gran maleducati che parlano in modo così volgare, come se ci fossero solo loro, senza preoccuparsi minimamente che ci siano bambini ai quali far ascoltare le loro oscenità... eh, sì, devono discutere le loro questioni davanti a tutti...".
Sarebbe stato difficile, in quel preciso momento, trovare qualcosa che mi potesse far imbufalire di più. L'ignava che "né con lo Stato, né con le BR". Io e lo scimpanzé sullo stesso piano.
"Ha capito - le faccio presente - di cosa stavamo discutendo? Non siamo sullo stesso piano, io e quel... - lo indico, continua a guardarmi male ma non dice niente - quel maiale".
" A me non interessa di cosa stavate parlando. So solo che siete due maleducati, e che prima di dare certi esempi ai bambini dovreste badare alle parole che usate!".
"Ah! - Continuo io. - Ho capito che non ha capito. Mette sullo stesso piano un animale che butta un lenzuolo di carta per terra e chi glielo fa notare".
Prova a spiegarmi, seccata, che le attribuisco cose che non ha mai detto, ma ormai ho smesso di ascoltarla, e non ricordo nemmeno se il "Brutta bagascia" che mi sgorga dal cuore l'ho detto davvero o l'ho soltanto pensato.
Il finale triste - triste come me: triste solitario y final, per dirla con Osvaldo Soriano - è vedere gli altri passeggeri, muti. Codardi, rassegnati, più probabilmente "nonglienefregauncazzo". Non vorrei essere Greta Thunberg, è una battaglia persa.

P.S.: ormai, a detta della peppia che mi ha fatto la morale perché ho detto "cazzi miei" davanti al figlio, avevo perso la dignità. Così, quando il tanghero, uscito dall'autobus all'altezza di San Martino (non ricordavo ci fosse anche una clinica veterinaria), mi ha fatto il segno delle corna, non ho avuto scrupoli nel rispondergli in Eurovisione con quello delle mani a V sul cavallo dei pantaloni.

L'AMBIENTALISMO COLLATERALISTA DI CASA NOSTRA

Da molto tempo il Casellante è arrivato alla conclusione che certe associazioni "ambientaliste" siano, in realtà, autentiche quinte colonne di ciò che resta della sinistra massimalista.
Apriorismi, battaglie contro il progresso, scelte incomprensibili (dov'erano questi signori quando si costruiva una delle reti autostradali più estese d'Europa, o quando si regalavano all'autotrasporto merci autentiche praterie? Ah, già... erano dei "loro"...): c'era un tizio, una macchietta, reponsabile di una delle principali associazioni del ramo (è il caso di dirlo), che a inizio duemila si era reso famoso  - e ridicolo, ma pur essendo una caricatura non faceva ridere nessuno, ed era anche piuttosto irascibile - per le sue posizioni di retroguardia su Terzo Valico, nuove linee, eccetera. E la crisi del 2008 era ancora di là da venire.
Ma, vuole un antico adagio, il lupo perde il pelo ma non il vizio. E così, eccoli a sbottare, questa volta contro il prolungamento della metropolitana di Genova. Uno se li aspetterebbe a favore, e magari in crociata contro moto, furgoni, mamme al volante nelle ore di punta. Invece no: perchè la validità del mezzo da utilizzare è anzitutto soggettiva. L'avesse proposta qualcuna delle sciagurate giunte precedenti alti sarebbero saliti i peana. Ma la conclusione dell'iter è legata alla giunta Bucci, e quindi è sbagliata la scelta.
Non ne possiamo più. Ma coviamo la segreta speranza che prima o poi l'ambiente, l'habitat naturale, faccia il suo dovere...

https://www.facebook.com/giuseppe.viscardi.94/posts/10217105205615186?comment_id=10217105739388530&notif_id=1557427785685118&notif_t=feed_comment

BUON NATALE 2018, AL CASELLO!

Con le immagini di una Genova che sta voltando pagina e cambiando volto, il Casellante augura a tutti i viaggiatori un felice Natale, ricordando che si tratta di una festività "santa".

QUALCOSA CHE NON HO LETTO SULLA TRAGEDIA DEL PONTE MORANDI

Dopo aver mantenuto un intenzionale silenzio, ad un mese e mezzo ormai dal disastro del ponte Morandi, anche il Casellante avverte la necessità di riflettere su quanto accaduto, e - trattandosi di trasporti - con la cognizione di causa che gli pertiene.
Osservato, letto, interpretato, meditato, una cosa salta agli occhi, una cosa non banale: nessuno - non uno - che abbia inteso specificare "quale" traffico sia così drasticamente cambiato in questi cinquant'anni da stressare la struttura del ponte fino a prostrarlo in questa tragedia.
Difficile che sia una casualità: che nessuno, in modo chiaro e netto, abbia spiegato che non è tanto il traffico privato familiare - le macchine! - ad aver conosciuto un incremento inimmaginabile cinquant'anni fa, quanto il traffico merci su strada, induce a pensare male.
Fa supporre che quello che da sempre sosteniamo (su queste e su altre tribune) è inequivocabilmente vero, senza remissione. Che esiste un partito trasversale dell'asfalto, della nafta e del pneumatico che condiziona governi e informazione e che l'unico manovratore che non va disturbato è l'autotrasportatore. Tutti, a cominciare da chi se ne capisce, hanno il sacro terrore di questo potere nemmeno troppo occulto, che esprime ministri e politiche, che svuota gli scali merci ferroviari e boicotta il cabotaggio e la navigazione interna. "Ricordiamoci", diceva poche settimane fa un esperto amico del Casellante, "che la nostra economia dipende dall'autotrasporto". Come se fosse un dato di fatto da accettare acriticamente; come se si potesse assomigliare al clima ("La vita dipende dall'acqua"). Come se in tutto questo non ci fosse una precisa regia che ha progressivamente impoverito il traffico merci per ferrovia – l'unico, vero concorrente - rendendolo di fatto inservibile se non per i grandi clienti, in grado di acquistare treni interi a cadenza regolare.
Il risultato? Autostrade intasate da mezzi pesanti, e non è un modo di dire. I (pochi) camion di fine anni sessanta erano piume se paragonati agli odierni autoarticolati, alcuni gravati di carichi contro natura, alla lunga insopportabili per le infrastrutture stradali delle quali sono semplici utenti (notare, anche in questo caso, la differenza con la ferrovia, che fino a pochi anni fa era costretta a fare il boia e l'impiccato). Con le associazioni di una categoria - già favorita in ogni possibile modo - sempre a piangere miseria e a richiedere provvidenze, sconti, potenziamento delle infrastrutture (a spese di altri).
I numeri sarebbero impietosi, se fossero ufficiali. Si racconta, ad esempio, che nel novanta per cento dei casi di incidente in autostrada – dalla gomma sgonfia al tamponamento, dall'incendio al cappottamento – sia protagonista almeno un mezzo pesante.
La politica, però, decide diversamente. E la saldatura che si è creata tra gestori autostradali e autotrasporto merci (chi avesse qualche dubbio dia un'occhiata su internet), condita da indulgenti parentele con altri poteri economici e finanziari crea un muro difficile da abbattere.
Oggi siamo a piangere quarantatre vittime e con una città già difficile da percorrere che rischia di impoverirsi perchè il “traffico” (su strada) potrebbe preferire altri approdi, costringendo poi anche le navi, e i rari treni rimasti... Quando qualcuno sosteneva queste battaglie, anche da queste colonne, ci prendevamo botte di visionari, di “scheggie impazzite”, di irresponsabili, di incompetenti.
Può darsi: al Casellante piace ricordare, però, che i professionisti hanno costruito il Titanic, e i dilettanti l'Arca di Noè.

ANCHE SU YOUTUBE, NEL NUOVO CANALE DEL CASELLANTE...

https://www.youtube.com/my_videos?o=U

LA CORSA CONTINUA!

http://www.genova3000.it/politica/8866-le-priorita-di-giuseppe-viscardi.html

SAMPDORIA, PROGRAMMAZIONE E BUON SENSO... TATTICO.

Mentre scrivo queste note non so ancora come andrà a finire la partita che lunedì 3 aprile vedrà di fronte Inter e Sampdoria. Però due considerazioni volanti mi sento di esprimerle.
La prima riguarda entrambe le squadre. Hanno al timone due tecnici italiani ancora giovani e motivati, con idee di calcio moderne e concrete. Possono non piacere – parlo delle idee – ma in campo sono riconoscibili in modo chiaro. Si basano sul buon senso e sul materiale umano a disposizione, ottimo per tutte e due le realtà se si fa riferimento ai rispettivi obiettivi.
Credo non sia un caso che, mentre a livello talenti la serie A e il calcio italiano attraversino una fase di transizione, i nostri tecnici siano tra i più apprezzati a livello internazionale e siedano su panchine di grande prestigio. E’ molto più raro il contrario.
La seconda considerazione riguarda la Sampdoria, che ha vinto anche il secondo derby della stagione, con pieno merito. E mentre la partita d’andata era stata più equilibrata e aveva visto trionfare la sagacia tattica di mister Giampaolo, la partita di ritorno ha evidenziato un gap netto in termini tecnici. I giovani a disposizione del tecnico abruzzese sono cresciuti molto nel corso dell’anno, anche proprio grazie alla pazienza e alle virtù didattiche dell'allenatore, e se qualcuno deve ancora dimostrare di valere quanto ci si attende, altri appaiono già maturi per traguardi più impegnativi.
Sarà questa, credo, la sfida del prossimo anno, non meno di quella che attenderà la dirigenza blucerchiata in sede di mercato per non disperdere in poche settimane quanto di buono realizzato in un anno di lavoro intenso e proficuo.

DEMOCRAZIA? PER MOLTI MA NON PER TUTTI

Credo farà discutere ancora a lungo il convegno degli esponenti dei partiti di estrema destra tenutosi a Genova sabato 11 febbraio.
Al casello non abbiamo pregiudizi, ma soprattutto non neghiamo mai il diritto di parola a nessuno.
Un atteggiamento che non tutti condividono, visto che l'occasione della quale stiamo parlando ha suscitato in molti l'impulso di negare la libertà di espressione a fazioni che, condivisibili o no (e per il casellante è no per tanti aspetti), hanno scelto di incontrarsi.
C’è, forte, in larga parte della sinistra italiana (non solo quella di matrice marxista), la stessa autopercezione di superiorità morale e ideale che non è mai venuta meno fin dai tempi di Togliatti e Berlinguer. E quindi di poter decidere, da soli, chi ha diritto e chi no. Anzi, più esattamente: chi è degno e chi no. E chi non è degno non può né riunirsi, né esprimersi.
Un altro aspetto sgradevole è che – ragionando in questo modo – uno dei giocatori si arroga il diritto di essere anche arbitro. Come se tutte le idee potessero avere diritto di tribuna, TRANNE… e vai con l’elenco. 
Un sincero democratico non può accettare in nessun modo una visione così dichiaratamente, intenzionalmente ottusa. Senza contare che questo atteggiamento è proprio di una fazione che nella storia si è coperta di nefandezze peggiori di quelle che vorrebbe combattere, e che si indigna quando vede messi sullo stesso piano i propri eccessi e quelli della parte avversa. Perché, se di eccessi si può parlare - obiettano -, si è trattato solo di zelo o di estremizzazione di idee in sé positive.
Trovo poi preoccupante il commento finale di alcuni degli autoconvocati. Al di là della posizione di chi ha voluto semplicemente testimoniare con la presenza la propria contrarietà – non posso condividere ma in qualche maniera posso capire – c’è anche la posizione di chi fa partire sermoni del tipo “essere antifascisti oggi vuol dire combattere le nuove forme in cui si manifesta il fascismo di oggi: il sopruso, la mancanza di accoglienza”, e via delirando. Non so se è chiaro il concetto: non ci si limita a contestare una prospettiva storica, ma la si lascia aperta per poter combattere ciò che tecnicamente “fascismo” non è e non può essere. 
Il risultato è che tutto quello che a questi non va a genio – dal leghismo al “Family Day” – è in senso ampio una forma moderna di fascismo, e quindi merita di essere combattuto. Attraverso le idee? No, anche attraverso metodi eversivi e antidemocratici. In nome della democrazia e della libertà di espressione.
Il fatto è che l'Italia è l'unico paese l mondo in cui la storia viene ancora oggi utilizzata per fini politici. Questo è un punto sul quale chi la scrive e la insegna dovrebbe meditare. Ma siamo rassegnati: non accadrà ancora per molto tempo.

DERBY DELLA LANTERNA: PERCHE' IL DORIA HA MERITATO.


Derby ne ho visti tanti, ma tanti tanti. E ogni volta è un'emozione nuova e indescrivibile, che ti fa battere il cuore e fremere, esultanza e depressione, in un cocktail micidiale per le coronarie che gli anni trascorsi sicuramente non irrobustiscono.
Lo ha vinto la Sampdoria, questo derby. Il 113. La macchina di Topolino e il numero della Polizia. Ho sentito tante opinioni: tecniche, tifose, acide e gioiose, simpatiche e strafottenti, rancorose e allegre.
Non voglio aggiungere la mia. Però, come mi ha suggerito qualcuno, se avete il tempo di capire come e perchè la Sampdoria – il mio Doria – abbia vinto con merito una partita difficile e ricca di emozioni e colpi di scena, vi rimando all'analisi tecnica che trovate su un sito che ho trovato interessantissimo. Www.ultimouomo.com
Nell'articolo “i compromessi di Giampaolo”, Dario Saltari (che non è genovese, e quindi non è partigiano) spiega con acume le chiavi tattiche che hanno impedito all'avversario – sono uno dei tanti “figli” di Paolo Mantovani, e non lo nomino – di avere la meglio.
Sono certo che anche tanti amici dell'altra sponda si troveranno d'accordo. Per una sera mi sono riconciliato con la professione di allenatore. Se fatta bene, come ogni mestiere, è un'arte.

DEL DISPREGIO DELLA CLASSE DIRIGENTE PER IL PROPRIO POPOLO

Credo che la disaffezione della gente verso la politica non sia mai stata così forte. L’impressione di distacco non è più e solo verso la politica, verso la “partistica”, verso le beghe e le discussioni. Oggi appare chiara la disaffezione verso la partecipazione, che è il vero valore, ed è (sarebbe) l’unica cosa da salvaguardare veramente.
Si ha cioè la sensazione che la gente non creda più al fatto che le scelte operate dalla politica incidano sul serio sulla vita di ciascuno. Tolte forse le tasse, subite come un sopruso (spesso a ragione), e oggi finalizzate ad un qualcosa che non ci tocca nell’esistenza quotidiana ma solo nel portafoglio.
Tutto questo per dire che anche la scelta su chi governerà la Liguria nel prossimo quinquennio è lontana, lontanissima da noi.
I candidati, di fatto, non esistono: tra chi è visto come (e probabilmente rappresenta) la continuità con l’ultimo, pessimo, sfigato e portasfiga decennio che, se invece ci credessimo, dovrebbe essere un buon motivo per votare chiunque altro, e chi – non ligure – viene calato dall’alto, al posto di chi invece ligure sarebbe e le battaglie le combatte davvero; e chi ancora rappresenta il nulla totale dimostrato in pochi anni di inutile blaterare a vanvera, capace solo di espellere le voci dissenzienti e di candidare perfetti sconosciuti armati di sola buona volontà ma del tutto privi di idee; ed infine chi continua a portare avanti un’idea di sinistra radicale e movimentista sconfitta inesorabilmente dalla storia (ma c’è chi – vedi il 25 aprile – continua ad usare la storia a fini politici, quindi siamo a posto…), beh, siamo in pessime mani.
Il fatto poi che le elezioni siano nel bel mezzo del primo, vero ponte estivo incoraggerà il partito dell’astensione, che sarà, di gran lunga, il vero vincitore delle elezioni regionali.
Il risultato sarà che chi prenderà, più o meno, il 35% dei voti su una percentuale di votanti che potrebbe attestarsi al 50%, reggerà tutta la Regione per cinque anni. Cinque lunghi, lunghissimi, tristi anni. Se togliamo chi non può votare per motivi di età, con poco più del 10% dei residenti si dirà legittimamente che la maggioranza ha espresso la nuova classe dirigente.
Non so se chi crede tanto nella democrazia la voglia in questo modo. So che la partecipazione è un’altra cosa.

LIGURIA ENOICA

Non è un refuso, giacchè di eroico la nostra regione oggi può vantare ben poco. Tra rimborsi dorati, mancate vigilanze su alluvioni e catastrofi, sbagliata o assente regimentazione dei corsi d’acqua, i nostri esponenti di spicco si manifestano certo più per il negativo che per l’esempio.
Tutto sommato, se la cava meglio l’ambito sportivo: due squadre in serie A, due in B e una in C non accadeva da secoli. La pallanuoto va sempre alla grande, e anche altrove c’è spazio per il talento (Fabio Fognini, Silvia Salis, Alessandro Petaccchi, tanto per citarne alcuni).
Quando invece si parla di Liguria “enoica”, usando un aggettivo caro al maestro Luigi Veronelli, ci riferiamo alle tante capacità che in regione esistono e si stanno affermando nel campo del vino.
Se è vero, infatti, che questa è una delle strade più battute e ricercate negli ultimi anni per lasciare il segno nel buono e nel bello, è altrettanto giusto che anche la nostra terra dica la sua. E lo fa con coraggio, da sempre: basti pensare alle terrazze delle Cinque Terre, dove coltivare è già la cosa più semplice, se si considera cosa si è dovuto strappare all’orrido con riporti di terra fatti a mano, muretti a secco, accessi impervi.
Ora lo si fa, e sempre più, anche con cognizione: da Sarzana a Ventimiglia non solo la Liguria dimostra ricchezza di vitigni e soluzioni, ma anche perizia di uvaggi e di lavoro, sulla terra e in cantina.
Non è una moda: il fatto è che piace proprio, e chi lavora bene trova sorrisi in enoteca e in…banca!
Non mi dilungo: avremo tempi e modi per dire di Vermentino, Pigato, Rossese, Ormeasco, Bianchetta, Buzzetto, Lumassina, e altri ancora.
Un consiglio: provate un ligure. Troverete tutto ciò che state cercando in un vino.

IL TRENO E IL MURO

Che quest'inverno passi alla storia come il più piovoso da molti anni a questa parte non è un mistero per nessuno. Va già bene che nella martoriata terra ligure non abbia portato morte e distruzione lungo i rivi e i fiumi così maltenuti e soprattutto dopo le consuete promesse (da marinaio, siamo a Genova) che a suo tempo sentimmo proferire dai politici nostrani solo in conseguenza di immani tragedie. Il fatto però che non si debba e non si possa parlare di alluvione non significa che non ci siano stati problemi, e anche grossi. Frane, allagamenti, strade inagibili, paesi isolati: da incubo. L'emblema, l'effigie di questa stagione monsonica è però rappresentato dall'Intercity fermato da una frana tra le province di Savona e di Imperia. Per tanti, troppi motivi, che non fanno che confermare come il treno sia – tra tutti i mezzi di trasporto – quello dalle metafore più attinenti e anche il più vulnerabile, costretto dai suoi vincoli ferrati a non poter sterzare nemmeno quando è opportuno o necessario. Anzitutto, la gestione del territorio. E' un po' magniloquente e burocratico come concetto, ma rende perfettamente l'idea sia di cosa abbiano dovuto inventarsi coloro che oltre cento anni fa congiunsero la Riviera con la Costa Azzurra, sia di cosa abbiano concesso i governanti del dopoguerra a chi voleva inventarsi un terrazzo a strapiombo sul mare. E sulla ferrovia. Inoltre, l'incidente è un atto d'accusa verso chi da sessant'anni sta cercando di raddoppiare con lentezza da repubblica centroamericana una linea internazionale, l'unica in tutta Italia ancora con ampi tratti a semplice binario. E' evidente che se si interrompe per qualche settimana la linea – poniamo – Aulla-Lucca, qualche disagio si percepirà, ma ce ne faremo una ragione. Se si rimane senza la linea internazionale che congiunge l'Italia e la Francia (e la Spagna, e il Portogallo), per passeggeri e merci l'unica soluzione è ricorrere alla gomma. Come se non fosse già abbastanza invasiva. Ancora: dove sono quei soloni che, per voler tagliare a tutti i costi, sostengono l'inutilità della Cuneo – Ventimiglia, riaperta con grande dispersione di denaro pubblico poco più di trent'anni fa? L'unico modo per passare oltre l'Intercity sospeso sul mare (un miracolo che non ci siano state vittime. Basta guardare le foto) era proprio transitare dalla Valle del Roja. Insomma, un inno all'inadeguatezza. E tra poco ci si dimenticherà nuovamente di tutto, fino alla prossima tragedia. Tanto l'unica vittima è la povera Tartaruga (il locomotore E 444, per decenni simbolo dell'alta velocità all'italiana), che – giunto comunque alla fine del suo operoso servizio – non scamperà alla fiamma ossidrica.

AMT: ...e trovare soluzioni intelligenti?

Due riflessioni sulla vicenda AMT, che a Genova sta creando disagi e discussioni da giorni, generando una eco che va ben al di fuori dei confini liguri, risonando ormai in tutte le edizioni dei telegiornali.
La prima è che i servizi pubblici, in quanto pubblici, devono mantenere una regia pubblica. Noi del “Casello” siamo sicuramente liberali (ma nel senso migliore) e un po' reazionari, ma su questo non possiamo transigere: acqua pubblica, trasporti pubblici, e via discorrendo.
Tanto più che la vicenda AMT è una privatizzazione da operetta, non dissimile a quella azzardata a suo tempo dalla giunta Pericu. Servono soldi, non soci, per l'incapacità di trovare soluzioni tecniche e politiche adeguate.
E qui andiamo alla seconda riflessione: riguarda l'incompetenza di chi gestisce e ha gestito il trasporto pubblico genovese da... sempre. Eppure Genova possiede fiori di esperti in materia: ma no, la presunzione di sapere e di essere capaci da soli...
Un invito, a tutti: andatevi a rileggere il programma di “Gente Comune”, nella parte riservata ai trasporti. C'era scritto tutto, e bene.
Essere tra quelli che “lo avevano detto” non cambia nulla, e semmai aumenta i rimpianti. Ma per lo meno non rende complici dello scempio al quale stiamo assistendo, che alla fine ha un solo titolo: i genovesi si vogliono male, e continuano a votare sempre gli stessi. I carnefici.

GENTE COMUNE, E’ QUI LA POLITICA!



Può un’associazione di volontariato esprimere maggior senso della politica e delle istituzioni di quanto facciano i partiti e gli enti preposti?

D’accordo, messa così è una domanda retorica, e la risposta non può che essere: “sì”. Però non mancano le buone ragioni per dire che le cose stanno proprio in questi termini. E’ evidente – anzi, è sempre più evidente – il distacco tra i cittadini e chi dovrebbe rappresentarli. E per quanto certe forzature possano far accapponare la pelle alle persone per bene, abbiamo la netta impressione che l’amnistia e il patto di stabilità non siano in nessun modo le priorità della gente. Non quanto le strade, la pulizia, l’illuminazione, gli autobus. Tutte cose che a Genova funzionano proprio male, o non funzionano per niente.

Gente Comune, associazione di volontariato civico che ha già alle spalle numerose attività di riqualificazione urbana e una partecipazione – gloriosa e tutt’altro che inosservata – alle elezioni comunali del 2012, ha promosso nei giorni scorsi il recupero delle ringhiere di Corso Italia, ormai senza manutenzione da oltre vent’anni.

Carteggiare e ridipingere, questo l’oggetto dei lavori, che hanno richiamato alcune decine di volontari anche da altre associazioni amiche. La gente che passava – e in Corso Italia ne passa… - si fermava, incredula e grata.

L’obiettivo è proseguire e completare almeno il tratto fino al Lido entro la fine dell’anno, anche se a tendere, se il numero dei volontari lo consentisse (e gli aiuti – vernici, solventi, pennelli – aumentassero), l’ideale per gli organizzatori sarebbe quello di completare i circa tre chilometri di marciapiede. Sulla pagina Facebook di Gente Comune si trovano tutti gli avvisi e le indicazioni.

Certo, qualcuno potrà obiettare: questo è qualunquismo della più bella specie. Può darsi. Se prendere in mano le situazioni nell’inerzia grave, inane e per giunta arrogante dei poteri costituiti è qualunquismo, Gente Comune ne interpreta bene il senso. Aspettiamo allora qualche iniziativa simile o migliore dei “non qualunquisti”.