Per certi
versi sembra di essere tornati ai tempi delle Brigate Rosse: non
potevano essere di sinistra, per cui la regia era da cercare in altri
ambienti (le "sedicenti", berciava la vulgata ufficiale). Oggi, essendo
impossibile che un uomo di sinistra, e per giunta non certo imbecille,
possa anche solo criticare l'antifascismo - in Italia, chissà perché, è
più grave che pisciare nell'acquasantiera -, chi lo fa o non è più di
sinistra, perché comprato dal nemico (c'è da immaginare che Berlusconi
vada bene in qualunque occasione, è come un vestito blu) o anche
semplicemente rincoglionito, oppure non lo è mai stato.ADDIO GIAMPAOLO, UOMO LIBERO.
Per certi
versi sembra di essere tornati ai tempi delle Brigate Rosse: non
potevano essere di sinistra, per cui la regia era da cercare in altri
ambienti (le "sedicenti", berciava la vulgata ufficiale). Oggi, essendo
impossibile che un uomo di sinistra, e per giunta non certo imbecille,
possa anche solo criticare l'antifascismo - in Italia, chissà perché, è
più grave che pisciare nell'acquasantiera -, chi lo fa o non è più di
sinistra, perché comprato dal nemico (c'è da immaginare che Berlusconi
vada bene in qualunque occasione, è come un vestito blu) o anche
semplicemente rincoglionito, oppure non lo è mai stato.LA GRANDE GUERRA, CENTO ANNI DOPO
DEMOCRAZIA? PER MOLTI MA NON PER TUTTI
Al casello non abbiamo pregiudizi, ma soprattutto non neghiamo mai il diritto di parola a nessuno.
Un atteggiamento che non tutti condividono, visto che l'occasione della quale stiamo parlando ha suscitato in molti l'impulso di negare la libertà di espressione a fazioni che, condivisibili o no (e per il casellante è no per tanti aspetti), hanno scelto di incontrarsi.
DUE FUORICLASSE DELL'ITALIA UNITA, A TAVOLA E IN CANTINA.
L’Italia è unita dalla bellezza e dai tanti artefici di essa. I fuoriclasse, appunto. Tanti, in ogni campo. Ed oggi il nostro omaggio va a due personaggi dei quali pochi sanno, e pochi si ricordano: Pellegrino Artusi e Luigi Veronelli. Perché l’Italia, unita nella bellezza, lo è ancora di più a tavola.
Già, mangiare e bere. E farlo bene. Non è forse arte, e piacere, e trasformare in gioia e volontà una necessità di vita?

Fu così che pochi anni dopo l’unificazione amministrativa Pellegrino Artusi, romagnolo di Forlimpopoli, ebbe un’intuizione geniale: acclarata la grande e varia qualità delle proposte gastronomiche del neonato Paese (ma della bimillenaria Nazione), perché non condurre a sistema questo arcipelago di varietà e di ricchezza alimentare che ogni località sa proporre?
Nacque così “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”, la vera e propria Bibbia della grande cucina italiana, destinata a diventare in pochi decenni (di ristampa in ristampa, rimase in libreria per circa un secolo) il punto di riferimento dell’arte culinaria mondiale, soppiantando senza remissione – fa ridere chi sostiene il contrario – la ben meno articolata, ricca e divertente cucina francese.
L’opera di Pellegrino Artusi, che meriterebbe statue in ogni dove lungo la penisola, ebbe come conseguenza quella di smuovere ancora di più la coscienza gastronomica nazionale: furono decine e decine le casalinghe italiane che raccolsero fin da subito l’invito del genio romagnolo, inviandogli ricette, suggerimenti, variazioni sul tema, e contribuendo all’edificazione di un’enciclopedia nazionale del mangiare bene alla quale tutti siamo debitori.
Consolidatosi il patrimonio culinario, nel dopoguerra – tra le tante ricostruzioni – un altro grande personaggio iniziò una battaglia inizialmente solitaria per portare il bere al livello del mangiare, con un’attenzione particolare a quest’ultimo, perché – era la tesi – le due cose non possono che stare assieme. Quest’uomo era Luigi Veronelli.
Penna tra le più straordinarie viste nell’ultimo secolo, lingua graffiante e cultura eclettica, il grande critico lombardo coniò neologismi e metafore capaci di entrare nel quotidiano: fu il primo a parlare di “giacimenti enoici” parlando dell’Italia, ed è a lui che si deve l’esplosione mondiale del vino di casa nostra, da bevanda d’osteria a capolavoro all’avanguardia.

Insistendo sulla qualità e sulla specificità (nell’epoca in cui una sorta di socialismo reale declinato nell’enologia pretendeva si arrivasse ad unico “vino nazionale”, rosso e bianco: roba da far scoppiare una rivoluzione), ebbe e conseguì meriti enormi: quello di “costringere” i vignaioli a lavorare bene, tanto per iniziare, e poi quello di rendere esigenti i consumatori, e ancora quello di marcare le diversità e far diventare a colori un film in bianco e nero, facendo capire a tutti che ogni località del nostro paese sa esprimere tipicità e qualità, se sviluppata in modo adeguato.
Grandi vini del Sud si affiancarono progressivamente alle grandi Doc del Nord e del Centro, antichi vitigni furono riscoperti, altri riportati ai vertici, altri ancora – lavorati con coscienza – si trasformarono da rospi a principi. Il tutto con forti legami con la cucina locale, e dopo un pellegrinaggio di cantina in cantina per capire, scoprire, commentare, spronare. A lui si debbono anche interventi legislativi importanti nel settore, sebbene non tutte le sue intuizioni siano state recepite. A lui si deve anche il boom dell’enologia e dell’applicazione con la quale tanti adepti oggi si dedicano con passione e dovizia al vino, inteso come – lo diceva proprio Veronelli – “canto della Terra verso il Cielo”, così come a lui si deve una delle più belle definizioni di “patria”, che facciamo nostra in questo centocinquantesimo: “ciò che si conosce e si capisce”. Che parla il tuo linguaggio. Che ha la tua stessa storia. Come l’enogastronomia italiana.
LA CULTURA, COLLANTE ITALIANO
Un’arte universale ed originale, sintesi del mondo che – da sempre – si affaccia sul nostro mare e guarda a noi anche dal buco della serratura. Basti pensare all’invidia spocchiosa dei francesi o a quella da “sempre dietro” degli spagnoli.
Se un difetto ha il popolo italiano (e invece, purtroppo, ne ha molti), quello è l’esterofilia. Si va a Madrid e si visita il Prado, a Parigi è d’obbligo la tappa al Louvre, ma il piccolo o grande museo della nostra città o paese non sappiamo nemmeno esattamente dove sia, o cosa esponga.
Da più parti si sente parlare dell’Italia come di un “museo diffuso”, o anche di un unico, grande museo a cielo aperto. Tutto vero. L’arte, sia quella dei grandi nomi, sia quella degli emuli o degli umili, va gustata con calma, è una forma di cura per la persona che la assume.
Magari in piccole dosi, - le arti figurative, ma anche il cinema, il teatro, la musica, hanno talvolta l’ingiusta fama di portatrici sane di noia – ma facciamola, questa cura. E’ un ottimo antidoto contro la noia vera, la managerizzazione della nostra vita, l’inciviltà imperante.
150 ANNI D'ITALIA, ANCHE PER LE VITTIME DI TITO E GLI ITALIANI D'ISTRIA, QUARNARO E DALMAZIA

I "martiri delle foibe", certo; ma anche coloro che subirono l'espropriazione di ogni loro bene e dovettero lasciare il "paradiso comunista" del peggior anti-italiano della storia (nel centocinquantenario è bene ricordarselo): il famigerato Josip Broz, "il maresciallo Tito".
Abbiamo il dovere di "partecipare", senza "se" e senza "ma", anche per riparare al torto che bieche ragioni opportunistiche fecero perpetrare ai danni di centinaia di migliaia di nostri connazionali.
Un dovere che deriva anche dal pessimo esempio di come la storia del dopoguerra ci sia stata raccontata, specie nelle scuole. Un dovere che non ammette dimenticanze nè giustificazioni, che pure qualcuno ciclicamente esibisce.
Chi volesse approfondire l'argomento troverà su Facebook la pagina dedicata a Norma Cossetto, la martire che più di chiunque altro incarna la tragedia dei nostri confini orientali.
LA LINGUA ITALIANA, ELEMENTO DI UNITA' NAZIONALE
L'unità di un popolo, di una Nazione, passa attraverso molti elementi: territoriali, etnici, e (forse soprattutto) di linguaggio. Non si può pertanto trattare un evento così importante come l'unità politica della nostra Patria senza fare riferimento al tratto unificante rappresentato dalla lingua, e ai suoi protagonisti.
In principio era il latino: quello classico, certamente, e poi quello ecclesiastico, che - con il contributo determinante della Chiesa (con buona pace del turpe e superstizioso laicismo e del pregiudizio anticristiano oggi dominante) – ha tra i tanti ed enormi meriti quello di aver salvaguardato la cultura e l’arte di una Nazione tale già allora dai barbari assalti.
Poi venne il “volgare”, la lingua di tutti, cioè del popolo: un ceppo unificante e tanti altri piccoli ceppi locali – i dialetti – che ad oggi contraddistinguono le peculiarità del nostro incredibile Paese.
Ne ricorderemo tre, di questi fuoriclasse, ma solo come pietre miliari della nostra lingua. Compariranno anche più avanti nel nostro excursus, protagonisti a se stanti. Sono San Francesco d’Assisi, Dante e Alessandro Manzoni.
Il grande santo fu un vero italiano “ante litteram”, e non per caso è il patrono nazionale: con il “Cantico delle Creature” fu poeta e uomo di preghiera, ma anche sintesi di quanto la lingua nascente sapeva produrre.
L’Alighieri portò il tutto ad un superiore livello, componendo un’opera della quale non è dato conoscere l’eguale neppure oggi.
Manzoni, infine, uomo d’arte ma anche patriota fervente, comprese prima e meglio degli altri quanto stiamo cercando di spiegare anche da qui: non vi è popolo senza parlata comune. Il suo romanzo – uno dei più belli di sempre, anche per la storia che racconta, e pensare che gli inglesi portano sul palmo della mano certe pallosissime vicende di Walter Scott – è in qualche modo l’epopea della Nazione che diventa finalmente stato, di cui lo scrittore milanese fu poi a lungo, e giustamente, senatore.
L’italiano, già: e pensare che lo bistrattiamo così tanto! Pensate, amici del Casello, a quanti anglismi idioti utilizziamo nella vita di tutti i giorni. Basta dare un’occhiata alla rubrica “Difendiamo l’italiano”, qui, sul nostro blog (blog, purtroppo: anglismo anche questo)…
150 ANNI DI STATO ITALIANO: IL PRIMO FUORICLASSE E' LA NAZIONE ITALIANA
Iniziamo, amici del Casello, la rassegna dedicata ai protagonisti dei 150 anni dell’unità d’Italia. Un’unità politica che ha sancito un’unità nazionale esistente già da 2.500 anni, perché – come ho sentito giustamente dire da Edgardo Sogno, un grande, grandissimo italiano, e come tale coperto (iniquamente) di fango dai c.d. “progressisti” dell’epoca, i peggiori anti italiani di sempre, per un presunto, molto presunto complotto golpista – lo stato italiano esiste dal 1861, ma la Nazione italiana (o italica) è una Nazione antichissima, risalente ai tempi dei Romani. E qui giova sottolineare – spero non sfugga a nessuno – la differenza tra “stato” (entità amministrativa) e “Nazione” (insieme di caratteristiche che uniscono una comunità radicata su un certo territorio).
Ed è proprio questo il primo fuoriclasse di questo nostro “Bignami” dell’Italia unita: la nostra gente, il nostro territorio, la nostra cultura, la nostra civiltà. Che ha 2.500 anni di storia, ed è una delle più antiche fra quelle arrivate – bene o male, a volte molto più male che bene – fino ai giorni nostri. Una civiltà che mangiava con le posate quando certi “professori” dell’economia mondiale o certi censori dei nostri comportamenti si grattavano la testa con la forchetta o sbranavano la carne cruda.
Oggi di quest’appartenenza alla casa comune italiana si sta perdendo il significato, e si preferisce guardare (o guardonare) nella casa sì, ma quella del “Grande Fratello”. Tranquilli: non siamo degeneri soltanto noi. Il fatto è che una volta le mode le imponevamo (oggi accade per pochi campi), oggi le subiamo.
Ma un po’ di fronte alta e di sano orgoglio nazionale non guasterebbe. Tra l’altro, noi – a differenza di altri – ne abbiamo motivo.
IL BUNKER DEL MONTE MORO RIPRENDE VITA
Dopo la pulizia del sito, svoltasi qualche mese fa, che aveva portato alla raccolta e allo smaltimento di diversi quintali di rifiuti tra i quali numerose carcasse di auto e moto, sabato 3 luglio si è tenuta la manifestazione “Monte Moro tra storia, natura e degrado”, che ha portato i numerosi partecipanti all’interno delle strutture antiaerei costruite con funzione difensiva durante la Seconda Guerra Mondiale.
Dopo 65 anni si sono riaccese le luci all’interno del bunker, grazie all’operato dei soci dell’associazione, che da qualche settimana è anche ufficialmente registrata. I presenti, oltre a visitare l’interessante sito, hanno anche potuto ascoltare la storia delle costruzioni militari risalenti al periodo 1939/45, ed in particolare delle opere di questo genere.
A questa fase didattica si è abbinato poi un momento “ecologico”, con un’ulteriore operazione di pulizia dei luoghi. La raccolta di rifiuti ha consentito di smaltire nuovamente molti quintali di materiali di ogni genere, inequivocabile segno di degrado ambientale ma anche di incuria dell’amministrazione pubblica e di inciviltà di troppi.
Il pomeriggio si è concluso con una festosa merenda, offerta da Gusto Giusto, azienda di ristorazione veicolata, e con la S. Messa officiata da Padre Pietro Fusi Sch.P.
50 ANNI, E SENTIRLI PROPRIO TUTTI!
E allora, in pieno centro, andava in scena la celebrazione della vergogna. Organizzata da CGIL e ANPI, ecco la marcia (nel senso di femminile di “marcio”) per ricordare una delle pagine più turpi della storia recente: le manifestazioni che nel 1960 impedirono, in nome della democrazia, l’esercizio della democrazia. Che per un partito politico – il Movimento Sociale di Michelini e Almirante – voleva dire poter tenere il proprio congresso.
Sono passati cinquant’anni, e uno dovrebbe poter pensare ad un superamento di questa fase storica, che era sconcertante anche allora ma che poteva essere giustificata in nome delle divisioni che avevano portato l’Italia dal fascio allo sfascio.
E invece no. Per poter giustificare la propria permanenza in vita, ecco i soliti, più democratici degli altri, a cercarsi un palco ed una platea alla quale gridare forte e chiaro che anche oggi si attenta alla libertà e alla Costituzione, ma oggi come allora – o noi fortunati! – ci sono loro che vigilano, non abbassano la guardia ed impediranno.
Ad esempio, hanno impedito una legittima manifestazione che da destra voleva ripercorrere quei momenti in una lettura diversa, da un’altra angolazione. Il che, evidentemente, è vietato. In nome della democrazia.
Ultimo pensiero per le “autorità”: invece di prestarsi finalmente ad una sintesi superiore e moderna, scevra da coinvolgimenti storici assurdi – specie dal punto di vista di quel verme di Alessandro Repetto, che da ex democristiano farebbe bene a rileggersi un po’ di storia del suo partito a Genova – eccoli nelle piazze, vere o mediatiche, a dire la loro. Che è la stessa di questi cialtroni. Purtroppo la città esprime la classe dirigente che ci meritiamo. La Medusa, il verme, il gerundio. Lo ripeto: o noi fortunati!
IL MURO DI BERLINO, VENT'ANNI FA
Io me lo ricordo, quel Muro, perché ero e sono tra quelli che, nel loro raffronto, hanno schifato gli anni settanta ed amato gli anni ottanta: tutto più bello, più colorato, più saporito, dalla moda alla musica, dal cinema all’amore, giù giù fino al mangiare ed al bere.
Quel muro che crollava a Berlino correva anche tra di noi, e divideva in modo non sanabile chi stava di qua da chi stava di là. Chi sapeva che di qua c’era il migliore dei mondi possibili (con tutte le sue imperfezioni), che si era liberi, ci si poteva esprimere sempre e su tutto, e chi ha sempre pensato che avessero ragione loro, dall’altra parte, perché l’idea era quella giusta, e ad essere sbagliata era l’applicazione. Illusioni!
Io me lo ricordo bene, il Muro. Perché ero tra quelli che, fin da subito, intuivano che dietro il pacifismo e la voglia di disarmo unilaterale di metà anni Ottanta c’erano i rubli della disperazione di chi era perfettamente consapevole che il “Sol dell’Avvenire” stava per tramontare. Non c’erano i mezzi per fronteggiare l’Occidente sul piano della tecnologia, mentre i danni procurati dal Papa polacco (non per altro, bersaglio di un attentato) aprivano un fronte interno – quello delle coscienze – non meno pericoloso di quello esterno, quello degli strumenti.
Io me lo ricordo bene, il Muro. E soprattutto non dimentico gli “utili idioti” che – chissà quanto intenzionali – sottolineavano i nostri difetti per distogliere dalle tragedie dell’altra parte. Nelle canzoni, ad esempio, dove Antonello Venditti se la prendeva con Sting perché quest’ultimo si chiedeva se “i russi amano anche loro i bambini”, o dove Luca Barbarossa, con (sua) ironia, osservava “quanto siamo bravi al di qua del Muro” (sottinteso: noi, col nostro trave nell’occhio, che cerchiamo la pagliuzza in quello degli altri.
Io me lo ricordo bene, il Muro. Perché il comunismo non esiste più, e per fortuna anche comunisti ne sono rimasti pochi. Ma il loro metodo è duro a morire, anche oggi.
BUON COMPLEANNO, ALPINI!
E’ anche la Festa delle Forze Armate, e ai nostri ragazzi impegnati nelle missioni all’estero va un caloroso abbraccio da tutti gli amici del Casello.
La ricorrenza, cara in sé, lo è anche perché ci permette di ricordare che da 90 anni l’ANA – Associazione Nazionale Alpini – tiene alto (fra le tante, grandiose opere che compie, per lo più in silenzio ed ignorata dalla comunicazione “ufficiale”) il ricordo dei nostri nonni che sul Carso e sulle Dolomiti immolarono la loro gioventù per sconfiggere un nemico superiore per numeri e mezzi.
Nel luglio 1919, mentre l’Italia era percorsa da gravissimi fremiti di matrice anarchica e socialista che quasi colpevolizzavano coloro che avevano combattuto e vinto in quanto portatori di una (per costoro) inaccettabile retorica guerrafondaia e patriottica, ed in nome di un assurdo “abbattimento dei confini” (per i quali, invece, erano morti a migliaia, e moltissimi da eroi), ebbene, in quest’Italia un gruppo di reduci espose il Tricolore – che sovversivi! – in Galleria a Milano, addirittura contro il parere del Prefetto. E nessuno osò.
Perché “gli alpini non hanno paura”, come dice un loro celebre canto, e nessuno è mai passato di lì. Basti ricordare, in tempi più vicini a noi, lo striscione: “Fatevi avanti, se avete coraggio!”, rivolto esplicitamente durante un’adunata nazionale alle BR. Che, infatti, intrise di viltà ed opportunismo, aduse a sparare a poveri Cristi beccati da soli per strada e possibilmente di spalle, non si fecero avanti.
Buon compleanno, Alpini!
25 APRILE: UN PASSO INDIETRO
E quest’anno, se possibile, l’ho trovato peggiorato. Poiché la commissione d’esame per la patente di legittimo frequentatore degli agoni politici nazionali staziona stabilmente a sinistra, comandino oppure no, ecco che quest’anno la materia è stata ancora più tosta.
“Devi prendere posizione dura e pura su fatti consegnati alla storia, altro che un banalissimo mandare avanti il Paese!”, è stato il titolo del tema assegnato dalla commissione. E tutti testa a cuocere, penna o microfono in mano.
Insomma, mai come quest’anno – dopo tutti i proclami del recente passato – si è cercato a tutti i costi di far entrare la storia nella politica. Un vezzo marxista e gramsciano, nel quale da noi c’è chi indulge per non scomparire ed avere almeno un argomento (la sinistra comunista) e chi non capisce e ci casca (tutti gli altri). E mai come quest’anno, proprio quando sembrava che finalmente si stesse prendendo la strada opposta, è risuonato forte l’invito: “Ma la volete smettere di avere torto?”. Cento a zero. Rosso e nero. Tutto o niente. In questa logica binaria gli organizzatori di quella che un caro amico definisce “la festa dell’odio” vorrebbero la pacificazione. Tutti sotto la bandiera di chi aveva l’unica, vera, immarcescibile ragione. “Festa di tutti gli italiani sì, ma alle nostre condizioni”.
Grazie, ma preferisco di no, e mi tengo il mio torto e i miei dubbi.
Per chi desiderasse accostarsi alle riflessioni sull’antifascismo da posizioni originali e non omologate rispetto a quella che Renzo De Felice definiva “la vulgata resistenziale”, suggerisco a tutti un bellissimo libro, “L’antifascismo critico”, uscito nel 2005 e scritto con la profondità che ben gli conosciamo da Mario Bozzi Sentieri, un grande amico del Casello. Di seguito ne potete leggere una sintetica presentazione.
L’antifascismo critico, pag. 102,
Edizioni Pantheon, Roma 2005, Euro 7,00.
10 FEBBRAIO: NOI NON SCORDIAMO
C’è chi citò, in tempi anche recenti, la parola “gerarchia”. Qualcun altro propone “merito”. Poi c’è chi fa riferimento ad “autorità”, oppure a “legge ed ordine”, ed infine, ancora, a “Dio, Patria e Famiglia”.
Si può essere d’accordo con queste formulazioni, oppure no. Ma sulla testimonianza concreta, sull’appartenenza, su un’essenza che addirittura possa andare al di là della militanza in un partito o in uno schieramento – si può essere “destri” dentro e votare a sinistra – io qualche idea me la sono fatta.
Di destra, ad esempio, è costruire un futuro tenendo i piedi ben piantati nella propria storia. Guardare dove si va sapendo bene da dove si viene.
Dunque. Una delle cose che senza la destra attuale – con tutti i suoi difetti – non sarebbe in concreto mai accaduta è l’istituzione della Giornata del Ricordo.
Il 10 febbraio, come è ormai noto, in tutta Italia vengono ricordate le migliaia di persone rapite, torturate, trucidate, fatte sparire presso i nostri confini orientali dalla soldataglia comunista di Tito, con la compartecipazione e la complicità – questa è grave – persino di tanti rinnegati italiani (la peggiore feccia, coloro che anteposero la loro ideologia – e di norma il loro tornaconto - alla Patria), ed il triste esodo di migliaia di giuliani, istriani, fiumani e dalmati, scacciati dalle loro terre – terre appartenenti alla "gens italica" da oltre duemila anni – e che non potevano accettare di restare sotto l’opprimente giogo della peggiore delle ideologie possibili posta nelle mani di genti di sensibilità, cultura e civiltà così radicalmente diverse.
Quando il clima finalmente cambiò, e si potè parlare di foibe e di crimini del comunismo senza timore di essere aggrediti (e non solo a parole), tanti italiani vennero a contatto con una realtà della quale la storiografia ufficiale - da noi come da nessun'altra parte asservita non già al potere, quanto alla logica culturale dominante, cioè quella marxista - non aveva mai dato contezza.
Oggi la "Giornata del Ricordo" è un punto fermo del nostro calendario civile, al pari di altre memorie importanti. E molti sono coloro che, goffamente, hanno cercato di recuperare terreno, affrettandosi con lo zelo del convertito alla foiba di Basovizza o sulle terze pagine dei giornali. E pochi sono rimasti, invece, e per fortuna, i disonesti di mente e di cuore che sostengono le indifendibili tesi degli infoibatori.
Una cosa ho imparato, studiando a fondo le vicende del nostro confine orientale: Junio Valerio Borghese - una figura storica importante che andrebbe studiata in modo approfondito, senza preconcetti - aveva ragione quando diceva che, alla fine della guerra, l'italianità di Roma, Firenze e Venezia non sarebbe mai stata messa in discussione, ma quella di Trieste, Pola, Fiume e Zara sì. Proprio quello che puntualmente avvenne. Ma è anche grazie al nostro ricordo, e a quello di tutti gli esuli di allora e dei loro discendenti, e persino di quanti scelsero - non importa per quale motivo - di restare, che quelle terre sono ancora e sempre rimarranno italiane, chiunque possa abitarle e governarle.
MINARETI E CAMPANILI
Su un noto quotidiano genovese, a spalla dell'articolo sulla moschea, si parla della "Moschea blu" di Costantinopoli, affermando che è stata costruita vicino alla chiesa di Santa Sofia.
Dall'articolo, quindi, si dedurrebbe che a Costantinopoli chiesa e moschea convivano pacificamente fianco a fianco, come impone il "politicamente corretto" che oggi va di moda.
Purtroppo, prima che venisse costruita la moschea blu, la basilica di Santa Sofia (una volta la più grande chiesa della cristianità) è stata trasformata in moschea con l’aggiunta dei minareti che sono ancora agli angoli. Allo stesso tempo è stato tolto l'altare, eliminate le immagini sacre e i mosaici parietali sono stati intonacati. La Moschea Blu è stata costruita più grande e più splendente proprio per cancellare ogni ricordo della basilica di Santa Sofia.Non so se augurarmi che l’omissione di questi “piccoli dettagli” possa essere casuale oppure dettato dalla necessità del giornale di mostrare un "volto umano" dell'Islam, come il pensiero comune esige. Leggendo (rigorosamente al bar) quel piccolo quotidiano di provincia, rimpiango TeleKabul, dove Alessandro Curzi riusciva ad essere contemporaneamente comunista e galantuomo.
4 novembre: perchè è giusto celebrare.
Una ricorrenza importante, da celebrare con solennità ed enfasi, anche se non mi sentirei di definirla propriamente una festa: a fianco delle motivazioni che possono portare ad un sentimento collettivo di euforia (la vittoria, la Patria finalmente riscattata, la consapevolezza di essere popolo e comunità nazionale) c’è però il grande rispetto per le migliaia di vite travolte da eventi tragici, ed i grandi sacrifici sopportati dai nostri padri e nonni.
In questo contesto, che non mi pare poi così grondante di sciroppi nazionalistici e patriottardi, c’è sempre chi riesce a sorprendere per intempestività e acrimonia: basta guardare l’acida campagna di boicottaggio alle celebrazioni lanciata da “Liberazione”, il quotidiano rifondarolo, che annovera tra i protagonisti personaggi dei quali si potrebbe citare l’ormai classico “Nomen Omen” (Mao Valpiana, Lidia Menapace…) ed il sempre sgradevole e rozzo Angelo D’Orsi. Questo sedicente studioso è noto fra le persone di normali capacità intellettive soprattutto per le strampalate teorie in base alle quali sarebbe necessario vietare ai dilettanti – con specifico riferimento a Giampaolo Pansa, che però lo sbeffeggia al punto che se io fossi in lui girerei sempre mascherato con il complesso “occhiali-naso-barba” per la vergogna – di raccontare la storia, in modo che a farlo siano solo i “professionisti” (come il livido D’Orsi). Capito, il democratico?
Ebbene, questo mistificatore del tempo passato, questo Cagliostro della memoria si chiede, retoricamente, cosa ci sarà mai da festeggiare. In altri contesti più evoluti la storia la si studia, e pure bene, e il novantesimo della Grande Guerra non è occasione per libagioni ma per convegni e approfondimenti, lontani da quella che il titolo definisce la “canea nazionalista”, dalla quale è salubre tenersi alla larga. Una guerra che produsse enormi cambiamenti, tra i quali un nuovo protagonismo delle masse di cui – questa è bella – le rivoluzioni russe furono il frutto buono (sic!) mentre nazismo e fascismo rappresentarono quello avvelenato.
Non vale la pena dilungarsi su certe posizioni, sia per quanto dicono – mi chiedo come sia possibile nel 2008 anche solo continuare a pensare che il comunismo, soprattutto quello “reale”, non sia un’ideologia orribile, per persone dotate di comune buon senso -, sia per chi le dice, gente che – scrisse qualcuno – se l’Italia fosse in guerra contro i pidocchi si schiererebbero con i pidocchi pur di non stare con l’Italia.
Per rispondere a tono, per definire nel modo migliore quello che dev’essere il vero sentire comune della nostra comunità nazionale di fronte a momenti come questo, riporto alcuni brani dell’articolo che Giangaspare Basile, redattore capo de “L’Alpino”, il mensile edito dall’Associazione Nazionale Alpini (non certo una pericolosa congrega di reazionari), di cui ho l’onore ed il privilegio di far parte, dedica all’evento. Non c’è enfasi, né canea nazionalista, né epica guerrafondaia, come pretenderebbe qualcuno. C’è invece il buon senso di saper guardare in tutte le medaglie entrambe le facce. Una cosa incomprensibile per il totalitarista autentico.
“C’era una volta… la Grande Guerra. La fine non fu celebrata più di tanto: perché la pace fu considerata “mutilata” per l’accettazione solo parziale delle richieste italiane alla Conferenza di Parigi, perché gli intellettuali e le tante voci incendiarie che avevano spinto al conflitto ne stavano raccontando gli orrori, avendo perso nelle trincee del Carso e dell’Ortigara ogni furore. Ma soprattutto per le condizioni sociali ed economiche comuni a tutti i Paesi belligeranti, condizioni che in Italia (e in Germania) avrebbero portato alla dittatura e all’isolamento degli interventisti pentiti.
Nel secondo dopoguerra si è andato progressivamente affievolendo il senso di appartenenza nazionale, con conseguente decadimento dei valori e perdita di identità. L’occasione di riproporci il nostro recente passato ci è stata data dalla scadenza del 90° della fine della prima guerra mondiale. Non che le genti del Triveneto ne avessero bisogno (fu combattuta sulle loro terre che ne conservano ancora tante testimonianze), ma ne hanno bisogno tutti gli italiani in generale, per riprendere coscienza della conquistata e sofferta unità.
La ricorrenza è molto di più d’un semplice anniversario storico: ci riporta al ompimento del nostro Risorgimento attraverso tante celebrazioni, convegni, eminari, saggi, pubblicazioni di memorie che raccontano – al di sopra di ogni suggestione o condizionamento ideologico – quanti infiniti e sovrumani sacrifici abbiano sostenuto i nostri Padri, quali sofferenze e devastazioni abbia sopportato il nostro Paese. E ci ammonisce – dopo aver abbandonato il secolo più sanguinario e devastante che la storia ricordi, per la dimensione e la frequenza delle guerre che l’hanno attraversato – che tutto ciò non deve accadere mai più.”
Siamo tutti revisionisti
La mia intenzione è di ribattezzare quest’angolo del blog: “Per ricordare meglio”, oppure “Per studiare da capo”. Sono molti, infatti, gli episodi della storia, soprattutto quella contemporanea (che conosco meglio), che presentano lati oscuri, oppure si prestano o si presterebbero ad una rilettura in tutto o in parte diversa rispetto a quella che si è sempre data.
Certi argomenti restano infatti un tabù assoluto, strumentalizzati per decenni da chi se ne è servito per bieco opportunismo a fini ben diversi rispetto alla ricerca storica. Fatti e storie del Novecento italiano che si svolgono secondo canovacci diversi rispetto a quanto insegnato nelle scuole con atteggiamento più assolutista e veritativo che educativo e didascalico; vicende che conoscono due verità, entrambe degne – se non di essere parificate – come minino di essere ascoltate; questioni ancora irrisolte delle quali appena oggi si accenna sempre meno timidamente, perché disturbavano i manovratori. Insomma, c’è carne al fuoco anche per parlare di passato, senza preconcetti e con quell’atteggiamento di apertura che Renzo De Felice, uno dei nostri punti di riferimento più fulgidi, riteneva componente di base per chi si accosta alla storia senza secondi fini impregnati di presente.
Evviva sì, siamo revisionisti!
