...arriverà prima o poi un quarto romanzo. E questa volta sarà un giallo: il Casellante cercherà di non farvi dormire...
LA RIUNIONE: CARI AMICI VICINI E LONTANI...
L'ASINOMETRO!
ENTRO E NON OLTRE
Poi, detto che sarei curioso di sapere come si possa fare una qualsiasi cosa "entro" ma anche "oltre", nemmeno la teoria del rafforzativo sta in piedi. Perché, volendo gridare ancora di più il concetto, renderlo minaccioso, burocraticamente severo, ottiene l'effetto opposto. Se chi vuole determinare un comportamento è costretto alla minaccia, alla pedante ripetizione, manca evidentemente di autorevolezza. Ed è, nelle gerarchie di ogni organizzazione, pubblica e privata, in abbondante compagnia.
CAPRINO DI CAPRA
MODALITA' SCROLLING
LA LINGUA ITALIANA, ELEMENTO DI UNITA' NAZIONALE
L'unità di un popolo, di una Nazione, passa attraverso molti elementi: territoriali, etnici, e (forse soprattutto) di linguaggio. Non si può pertanto trattare un evento così importante come l'unità politica della nostra Patria senza fare riferimento al tratto unificante rappresentato dalla lingua, e ai suoi protagonisti.
In principio era il latino: quello classico, certamente, e poi quello ecclesiastico, che - con il contributo determinante della Chiesa (con buona pace del turpe e superstizioso laicismo e del pregiudizio anticristiano oggi dominante) – ha tra i tanti ed enormi meriti quello di aver salvaguardato la cultura e l’arte di una Nazione tale già allora dai barbari assalti.
Poi venne il “volgare”, la lingua di tutti, cioè del popolo: un ceppo unificante e tanti altri piccoli ceppi locali – i dialetti – che ad oggi contraddistinguono le peculiarità del nostro incredibile Paese.
Ne ricorderemo tre, di questi fuoriclasse, ma solo come pietre miliari della nostra lingua. Compariranno anche più avanti nel nostro excursus, protagonisti a se stanti. Sono San Francesco d’Assisi, Dante e Alessandro Manzoni.
Il grande santo fu un vero italiano “ante litteram”, e non per caso è il patrono nazionale: con il “Cantico delle Creature” fu poeta e uomo di preghiera, ma anche sintesi di quanto la lingua nascente sapeva produrre.
L’Alighieri portò il tutto ad un superiore livello, componendo un’opera della quale non è dato conoscere l’eguale neppure oggi.
Manzoni, infine, uomo d’arte ma anche patriota fervente, comprese prima e meglio degli altri quanto stiamo cercando di spiegare anche da qui: non vi è popolo senza parlata comune. Il suo romanzo – uno dei più belli di sempre, anche per la storia che racconta, e pensare che gli inglesi portano sul palmo della mano certe pallosissime vicende di Walter Scott – è in qualche modo l’epopea della Nazione che diventa finalmente stato, di cui lo scrittore milanese fu poi a lungo, e giustamente, senatore.
L’italiano, già: e pensare che lo bistrattiamo così tanto! Pensate, amici del Casello, a quanti anglismi idioti utilizziamo nella vita di tutti i giorni. Basta dare un’occhiata alla rubrica “Difendiamo l’italiano”, qui, sul nostro blog (blog, purtroppo: anglismo anche questo)…
AIUTO, ARRIVA LA POSTA ELETTRONICA!
E’ piuttosto frequente, nell’utilizzatore di questo fondamentale e ormai irrinunciabile strumento di comunicazione, lo sbarellamento linguistico fatto di abbreviazioni e onomatopee: “che” scritto con la K (“ke kazzo state skrivendo?”), “non” abbreviato in “nn” (come gli insegnanti di italiano di questi somari), oppure la formula “fyi”, in coda al messaggio (che sembra - e probabilmente è - un raglio, ma vorrebbe significare “for your information”, perché il vecchio, caro “p.c.”, cioè “per conoscenza”, è troppo dialettale), e via ranzando.
Tra le ultime chicche - con la “i”: meglio precisare, visto cosa accade in certe regioni d’Italia – ecco presentarsi il “basic point”, forma asinina del già deprecabile “basis point”, adeguatamente vituperato in passato su queste pagine.
Sarei poi curioso di sapere cosa sia la “flattizzazione”, da non confondere con la flatulenza linguistica dell’estensore: perché non utilizzare un sostantivo derivato dal verbo “uniformare” (pur in sé non certo brillante), al posto di questa grottesca italianizzazione del tremine anglo “flat”, che significa “piatto, piano”?
Da non trascurare nemmeno quanti, in coda alla loro missiva, ti chiedono di fare una certa cosa “per favore”, scrivendo “pls” (cioè “please”), oppure ti ringraziano scrivendo “thks” (“thanks”). Ma vfc!
Interessante anche l’abuso della locuzione “Certi di fare cosa gradita…”, in testa o in coda a messaggi recanti per lo più pessime novità. Ci vuole una discreta dose di faccia come le terga per scrivere amenità come: “Certi di fare cosa gradita, vi inoltriamo l’elenco dei reclami della clientela trasformatisi in denunce nei vostri confronti presso la Procura della Repubblica”. Però, se non proprio in questi termini, succede anche questo…
QUALCOSA DA REFRESCIARE
E’ vero, dovrei evitare. Lo so che maltrattano l’italiano, e poi ci resto male (il correttore di Word, ad esempio, mi sottolinea subito “proattività”, perché non esiste, ed è una parola orribile e senza senso). Però mi intriga ascoltare i relatori, ne imparo sempre di nuove. Prendo appunti sul loro idioma - “idioma”, con la “m” - più che sul resto, ma così facendo non perdo una battuta. Avessi seguito questa strada anche a scuola!
Questa volta la mia attenzione è stata catturata dai verbi. Eh sì, perché ormai siamo ben al di là dell’abuso del singolo termine anglo (a proposito: niente mi toglie dalla testa che il cicisbeo al microfono ne faccia un uso di tipo sacerdotale, della serie: “Io ho il rito e la scienza, e te la infondo, per quanto mai potrai capirmi”).
Ora siamo arrivati felicemente all’italianizzazione del verbo da utilizzare. Mi sono ormai rassegnato a sentire e leggere il verbo “supportare”, che - come ho già ricordato – in italiano non esiste. Ho però scoperto la possibilità di refresciare, da “to refresh”, cioè rinnovare, rinfrescare. “Stiamo refresciando la gamma dei servizi”, anche se troverei più pertinente refresciare il vocabolario.
Capita spesso che ci sia anche qualcosa da apgradare (da “to upgrade”, cioè portare ad un livello superiore, aggiornare con miglioramenti). “Abbiamo apgradato l’applicativo di sistema”, trillano festosi questi aspiranti Fratelli Lehmann ai quali – per contro – si daungrada il cervello di giorno in giorno.
Come ci siamo già detti, si può anche accettare l’utilizzo del termine alloglotto se aiuta a sintetizzare un concetto che altrimenti necessiterebbe di prolisse ed imprecise perifrasi: è il caso di “sport”, la cui mancanza ci obbligherebbe a parlare pressappoco di “attività per lo più fisica finalizzata generalmente alla competizione”, o chissà cos’altro.
Trovo però assurdo da un lato sostituire un termine italiano con uno d’importazione quando il risultato non cambi, o – ancor peggio – infilarsi in una circonlocuzione ridicola pur di fare uso di una di quelle formule che servono a far sentire appagato il fine dicitore. E’ il caso di “rendere compliant” (complaiant), che vorrebbe significare accordare, sintonizzare, mettere in fase. Mi piacerebbe, e molto, rendere complaiant lingua e cervello del protagonista di questa scemenza.
I verbi, sì. E poi qualche vocabolo: da “plas” (si scrive “plus”, è latino e quindi si pronuncia “plus”) alla “reason why”, cioè la ragion per cui. Con qualche effetto comico, come ad esempio l’utilizzo dell’aggettivo “basico”. In inglese “basic” vuol dire “di base”. In italiano no. Si contrappone, in chimica, ad acido. I ragionamenti fatti da qualche sbarbatello anelante la considerazione dei suoi superiori, per essere basici, sono un po’ troppo acidi.
Potrebbe essere il caso di refresciarli un po’.
SUPPORTIAMO L'ITALIANO!
Scopro così, un po’ disorientato, che improvvisamente quello che molti chiedono da tempo è già realtà. I centesimi non esistono più. Ma non nel senso desiderato dai finlandesi, ad esempio, che vorrebbero l’uscita di scena delle monetine più piccole. In questo caso, parliamo della sostituzione del centesimo con il “basis-point”, ossia il “punto base”.
Si tratta, ovviamente, di un’americanata. Ma che probabilmente fa sentire gonfi e soddisfatti gli asini che ne usano e abusano. Anche matematicamente, è un’idiozia. Sotto il numero intero ci sono i decimi, i centesimi, i millesimi. Però parlare di “besispoints” fa figo. Fa “odiens”. Fa schifo.
Ma non è tutto: uno dei giovanotti ha contrapposto due metodi di calcolo definendone uno “blended” (e va beh, “Misto” evidentemente è troppo proletario), e l’altro “senior”. Senior, latino, comparativo di “senex”, cioè vecchio. Peccato, però, che lo pronunciasse “sinior”. Dimostrando così di non conoscere né il latino, colpa – dal mio punto di vista – esiziale, né l’italiano. E forse neppure l’inglese.
Divertente poi il passaggio nel quale il relatore ha più o meno espresso questo concetto: “Si tratta dell’accuratezza, quella che in gergo viene definita come Accurancy”. Caspita! E allora, in gergo chiamiamola “Accuratezza”! Perché il termine tecnico alloglotto (quasi sempre inglese) può avere senso per evitare lunghe perifrasi, ma è da idioti se è la semplice traduzione del termine italiano, tra l’altro spesso identico.
Finale scoppiettante e creativo, con neologismi a volontà: dalla “percentualità” (che vorrebbe essere la frequenza percentuale di un certo evento), all’immancabile e diffusissimo “supportare”, verbo che in italiano – come è noto, e se non lo fosse è l'occasione buona per impararlo – non esiste. Esiste il sostantivo “supporto”, ma non il corrispondente verbo, che è una becera traduzione dell’anglo “to support”. Che vuol dire “sostenere”. La buonanima di Cesare Marchi, il Maestro senza l’influsso del quale questa rubrica non sarebbe la stessa, raccontava un episodio gustoso, che la dice lunga sugli effetti involontariamente comici della contaminazione linguistica: quando il ministro degli esteri Gaetano Martino (padre dell’economista ed esponente di spicco del PDL Antonio) si recò in visita negli Stati Uniti, il giornale in lingua italiana edito a New York titolò a nove colonne pressappoco così: “Arriva il Ministro Martino: Supportiamolo!”.
Il treno in riserva?
Trovo inescusabili, invece, alcune interpretazioni ferroviarie della lingua italiana. Chi prenota il viaggio su Internet – a me capita di frequente – ha il grande vantaggio di poter evitare le code alle biglietterie e di poter salire sul treno con l’e-mail di conferma stampata comodamente a casa o in ufficio.
In caso di pagamento da posticipare, uno dei moduli che arrivano per posta elettronica porta la dicitura “Riservazione”. Riservazione?!? Un termine che assolutamente non esiste, tanto è vero che persino il traduttore di Word (che non è un mostro di precisione) lo sottolinea in rosso.
La parola esatta è “prenotazione”, italiana e quindi bella come il sole, e devo riconoscere che quasi ovunque nel sito di Trenitalia campeggia la dicitura esatta. Stona, perciò, questo orribile “riservazione”, classico caso di goffa italianizzazione di un termine anglo.
Detto per inciso, di “riservazione” viene fatto invece un uso continuo e fastidioso nella terminologia alberghiera e turistica adottata nella Svizzera Italiana, dove la lingua di Dante dovrebbe essere utilizzata come e quanto da noi. Ma lì, al limite, hanno la scusa delle molte lingue ufficiali, per cui la contaminazione può essere dettata dall’esigenza di farsi capire da francofoni, svizzeri tedeschi e retoromanci.
Già che ci siamo, facciamo le pulci agli annunci diffusi nelle stazioni. A Genova, la voce femminile dell’altoparlante pronuncia – ci avrete fatto caso – la località di Voltri con una “o” sonora, quella di “poco”, che nulla ha a che fare con la “o” cupa, quella di “molto”, che dovrebbe essere usata. Incomprensibile, poi, la scelta di sostituire la parola “anziché” con “invece”. Il treno xy arriverà sul binario 1 invece che sul binario 2” suona molto più popolaresco e grossolano rispetto al precedente e più colto “anziché”. Come se si fosse scelto di retrocedersi di un’ottava. Forse per essere più intonati con la qualità del servizio…
Divieto di strafalcione
Premetto che mi considero un estimatore della nostra lingua, che trovo straordinaria per ricchezza e musicalità, il ragionamento da cui parto si basa su due assunti fondamentali:
1. l’italiano è in crisi, come molte altre lingue europee, e rischia di ridursi – nell’era della globalizzazione – a qualcosa di poco più importante di un dialetto regionale;
2. l’italiano, come molte altre lingue, rischia un profondo imbastardimento ed imbarbarimento per l’assunzione acritica, o la traslazione “tutto compreso” in neoitaliano, di anglismi che non hanno una traduzione esatta nella nostra lingua;
3. infine, l’italiano parlato e scritto sui principali mezzi di comunicazione è sempre meno bello da sentirsi o da leggersi. Errori di ortografia e sintassi, accenti sbagliati, per non parlare del congiuntivo che praticamente è stato abolito. In considerazione del fatto che l’impatto di questi mezzi è enorme, anche dal punto di vista educativo, la lingua ne risente.
Mi si potrà obiettare che l’italiano è una lingua viva, e come tale sempre soggetta ad un processo di contaminazione con le lingue con le quali viene a contatto. Ok, sono d’accordo.
Ma se qualcuno si sente nel potere di scrivere a qualcun altro: “Ti risponderò a.s.a.p. (= as soon as possible), invece che “il prima possibile”, oppure invita gli altri a:”Mandami una e-mail, pls (=please), invece che “per piacere”, allora scattano i meccanismi di autodifesa.
Se un noto uomo politico, già ministro, famoso per gli strafalcioni e le frasi sconclusionate, si giustifica dicendo che “l’importante è che la gente capisca”, e anzi si fa vanto di quest’atteggiamento perché – a suo dire – più vicino al popolo, io invece dico che al contrario è fondamentale che chi riveste un ruolo pubblico per primo sia consapevole del suo ruolo educativo e di difesa delle nostre tradizioni. E l’atteggiamento di questo signore, ex di molte cose, è proprio da cassare - non uso il verbo a caso - senza remissione.
Segnalatemi qui i vostri strafalcioni preferiti: ne rideremo insieme.

