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AL CASELLO...

 ...arriverà prima o poi un quarto romanzo. E questa volta sarà un giallo: il Casellante cercherà di non farvi dormire...

LA RIUNIONE: CARI AMICI VICINI E LONTANI...

Uno degli effetti peggiori di questo momentaccio storico è la sensazione di inutilità che ti acchiappa alla gola, costretti come siamo a pochi e ripetitivi movimenti – lavoro, negozio di alimentari, una botta di vita in farmacia – e senza la possibilità di dare effettivamente una mano, considerando divieti ma anche effettive abilità.
Mi sono chiesto: cosa posso fare di utile per gli altri, in questa assurda stagione della nostra vita, attingendo alle (poche) cose che so fare? So scrivere, so parlare, so animare, so fare formazione e intrattenimento... Siccome il distanziamento sociale obbligatorio rende indispensabili modalità di incontro del tutto diverse, nella consapevolezza di quanto sia più che mai necessario "trovarsi", anche senza contatto fisico, e dal momento che lo fa la scuola, con la didattica a distanza; lo fa il mondo del lavoro, con le formule più diverse volte a far sì che l'operatività scorra anche "da remoto"; lo sperimenta qualsiasi realtà organizzata - dalla famiglia alla parrocchia - che cerchi dare continuità alle proprie relazioni; e poiché ho una lunga esperienza – associativa, politica, lavorativa – nell'organizzazione e nella gestione professionale di eventi e nella partecipazione a incontri e conferenze di qualsiasi natura, ho messo insieme un po' di riflessioni sulla “riunione”: cos’è, come si fa, come non si fa…

ENTRIAMO IN ARGOMENTO. 
Nel mondo del Non-profit si sente spesso dire che le associazioni muoiono di noia, ed è vero: viene meno lo spirito associativo, ci si dimentica dell’afflato che ha unito gli associati, si ripetono all’infinito i medesimi comportamenti e si riduce a meccanica ciò che ai primordi era mosso da passione. Nelle aziende e negli organismi pubblici il fenomeno si avverte meno solo perché la finalità è diversa, ma non lo sono i meccanismi partecipativi, che perdono mordente anche in funzione della capacità di coinvolgimento di chi “detta i tempi”.
In natura esistono tanti tipi di riunione: organizzativa, tecnica, informativa, assembleare, e si potrebbe andare avanti ancora per un bel po'. Limitiamoci a considerare due possibili specie: quella monocentrica – un “centro”, che può essere un capo o una figura specialistica che ha da illustrare qualcosa – e quella policentrica – una “comunità” di pari, con un coordinatore. Le indicazioni che seguono, in linea di massima, si adattano ad entrambe le tipologie.
Anzitutto, una riunione deve essere importante. Deve “contare qualcosa”. Deve avere un senso, non essere un appuntamento ricorrente, anche laddove – per assurdo – lo sia davvero, perché previsto da qualche regola. Non ci si deve “vedere” (o “sentire”) per forza, perché è un momento fisso e storico, perché “si è sempre fatto così”, perché è routine, o perché è importante “guardarsi in faccia”, anche a distanza, o perchè nella crapa del responsabile esiste la fregola di vedere i collaboratori attorno ad un tavolo. Va ricordato che chi organizza una riunione e convoca altre persone si assume la responsabilità di farle muovere o connettere, disponendo di tempi e risorse propri ed altrui. Anche qualora sia previsto – tanto per fare un esempio – che ci si veda/senta ogni martedì mattina, se capitasse di non avere argomenti da discutere, nulla vieta di saltare la riunione e di sospenderla per un giro.
Se l'incontro è importante, non può avere un menu prefissato, o essere recitato a soggetto, improvvisando la trama. Deve avere uno o più obiettivi, che per essere considerati davvero tali devono possedere alcune caratteristiche imprescindibili, tra le quali spiccano la concretezza e la misurabilità.

PREPARARSI E PREPARARE.

Da quanto sopra emerge la necessità di prepararsi adeguatamente. Vale per tutti i partecipanti, ma soprattutto per chi organizza. Teniamo conto che, di fatto, la riunione inizia al momento della convocazione, la quale deve essere quindi ben curata. Il “no alla sciatteria” – un ritornello di queste note formative – parte da un certo rispetto della forma fin dal momento dell’ideazione.
Cos’è quindi la convocazione? E’ quella comunicazione che, fatta pervenire con un congruo anticipo – l’ideale è non meno di una settimana, con un paio di rinfreschi di memoria - e con modalità “serie” - no alla telefonata e ancor meno al messaggio sul telefonino -, permette a tutti di sapere che ci si vedrà o ci si sentirà il giorno X (magari utilizzando una formula del tipo: “Ricordiamo l'appuntamento di mercoledì mattina...”, in caso di impegni ricorrenti e stabili), per parlare di… Di? Calma, prima i tempi! Anzitutto va indicato un orario di inizio e uno di fine, che devono essere rispettati. No assoluto alle riunioni ad oltranza, purtroppo assai diffuse in alcuni ambiti (in particolare nel sociale e nel politico). Sono la miglior pubblicità …per l’assenza della volta successiva!

TENIAMO IN ORDINE. DEL GIORNO.

Poi, l’ordine del giorno. Pochi punti, ma chiari, e accompagnati dal materiale preparatorio. Si può trattare di presentazioni o documenti, ma è importante che siano diffusi in precedenza – ne guadagneranno la partecipazione, la qualità dei contributi, i tempi – e che su di essi verta il dibattito. E’ valido anche chiedere ai futuri partecipanti se abbiano punti da inserire all’ordine del giorno. Vivamente sconsigliata invece la voce “varie ed eventuali”, resa tristemente celebre dalle assemblee condominiali: è la negazione di quanto detto finora (improvvisazione, inconoscibilità, indeterminatezza dei tempi), e rischia di vanificare il lavoro svolto.
Sull’ordine del giorno è giusto essere preparati. Anzitutto deve esserlo chi convoca la riunione, e non è così scontato, ma ovviamente vale per tutti. “No alla sciatteria”, in questo caso, riguarda la superficialità dell’approccio agli argomenti.

IN PERFETTO ORARIO.

Esistono criteri precisi che individuano gli orari ideali per una riunione. Tuttavia, spesso la collocazione nella giornata dipende da fattori non governabili. Se i partecipanti arrivano da destinazioni diverse, convocare una riunione in prima mattinata può pregiudicare la presenza di tutti fin dall’inizio; un’associazione di volontariato non può permettersi una riunione in orario lavorativo; un’azienda, al contrario, deve cercare in ogni modo di rimanervi dentro; e via dicendo. Inoltre, a meno che non sia previsto un buffet, è quanto mai inopportuno tenere riunioni in ora di pranzo, e se è prevista una durata complessiva superiore ad un’ora, l’organizzatore in gamba prevedrà una pausa di un quarto d’ora per un caffè ed un salto in bagno. In definitiva, se si punta alla qualità della partecipazione, è essenziale che i presenti stiano il più possibile “comodi”, anche se – ne parlo di sfuggita nel mio più recente romanzo – in certe dinamiche organizzative malate si vuole al contrario far stare “scomodi” i partecipanti, cosa che personalmente trovo aberrante.

UN FILM DI ANIMAZIONE.

Per rendere gli argomenti più interessanti, “vivibili” e partecipati, l’organizzazione può definire alcune modalità di lavoro che fungano da “variazione sul tema”. Tra queste l’assegnazione di compiti o di relazioni all’interno della riunione – ad esempio, delegare un soggetto o un gruppo all’esposizione (preparata!!) di uno specifico argomento – e, soprattutto, un’animazione adeguata, sia quando si parla o si spiega, sia per quanto concerne il materiale accompagnatorio (presentazioni, documenti).
Sull’animazione ci sarebbe molto da aggiungere, ma ci torneremo in una prossima puntata. Per riassumere in due parole: parlare “in” pubblico, parlare “al” pubblico, animare, gestire una platea, è una dote naturale, un’arte. E’ qualcosa di innato. Non si insegna e non si impara. E’ come la musica, la scrittura o il disegno: se non sei capace, con l’applicazione puoi migliorare, ma non diventi un artista. Tutto questo per dire che, nella generalità dei casi, chi gestisce una riunione non necessariamente ne ha le capacità. Lo fa per ruolo o per grado, ma la riuscita in sé è spesso mediocre, forse funzionale, ma talvolta addirittura controproducente. Anche per questo chi organizza una riunione dovrebbe avere l’umiltà di riservarsi solo qualche piccolo spazio di sintesi – introduzione, conclusioni - e lasciare campo a chi sa meglio veicolare i concetti. Ma è raro: di solito chi “guida” è vittima di meccanismo di autoreferenzialità e punta sulla gerarchia (“sono capace perché sono il capo”), un po’ come se il comandante dei vigili urbani ritenesse, per il ruolo che ricopre, di essere bravissimo ad insegnare il codice della strada. E poi forse gli piace anche ascoltarsi mentre fa prendere aria alla dentatura tenendo lunghissime e pedanti concioni.

TUTTO, MA CON MODERAZIONE.

Facciamo caso ad un'altra stortura tipica delle riunioni, specie quelle che abbiamo definito "monocentriche". Sarebbe sempre buona norma che chi ha contenuti da “riversare” su una platea di partecipanti, essendo una delle parti in causa – io espongo, a volte addirittura ordino, voi ascoltate per poi eseguire – demandasse ad un terzo la moderazione o la presidenza della riunione. E’ quanto avviene solitamente in certi contesti: assemblee (organismi politici e ammnistrativi, associazioni, condomini, aziende a partecipazione diffusa…), dibattiti, convegni, simposi, e altri. E’ quanto, al contrario, non avviene mai in altri. Un uomo solo al comando che se la canta e se la suona: organizza, convoca, parla per tempi lunghissimi, modera… Una modalità da mandare velocemente al macero, se si potesse. Ma tanti, troppi capi – capi, talvolta capetti, ogni tanto addirittura kapò, non leader – temono di perdere potere e ascendente, vittime degli schemi imposti dal sistema o delle proprie insicurezze ed impreparazioni, e così tendono a perpetuare quello che è uno degli errori più comuni, senza rendersi conto che potere, ascendente, stima e considerazione scivolano via, inesorabilmente, proprio in questo modo.

SE UN PENNY TU MI DAI, E UN PENNY IO TI DO...

Quali sono i comportamenti “virtuosi” per chi conduce una riunione? Di alcuni abbiamo già parlato: la preparazione, la chiarezza negli obiettivi, la brillantezza nell’esposizione. Proviamo a vederne qualcun altro.
Anzitutto, la capacità di saper promuovere il dibattito. E’ figlia di due delle prerogative più importanti (e non sempre presenti), ossia della capacità di ascolto e del sapersi mettere in discussione. Chi non ha paura del confronto – e qui va colta l’enorme differenza esistente tra autorità e autorevolezza – ascolta qualsiasi idea, anche la più balzana. Al limite cerca di coglierne gli spunti utili, ma sicuramente non la stronca, né tanto meno la sbeffeggia. Atteggiamenti sbagliati che spengono il dibattito e mortificano la partecipazione attiva. Al contrario, la figura centrale di una riunione deve essere preparata a rispondere ad ogni possibile domanda. Non farlo ha un forte retrogusto di impreparazione, nel merito (non so nulla di più di quanto racconto) o nel metodo (non intendo dare alcuno spazio agli interlocutori, e l’unica cosa che deve passare è il mio messaggio).
Allo stesso modo devono essere accolte le obiezioni e le opinioni dissenzienti, il che non significa - come tanti pensano – farle proprie e annacquare la proposta, ma cercare di arricchirla con punti di vista diversi, senza farsi condizionare dal retropensiero che si tratti di alibi. E’ un principio valido in assoluto: nello scautismo si suole dire che se tu mi dai un penny e io ti do un penny, ognuno resterà con un penny; ma se io ti do un’idea e tu mi dai un’idea, ce ne andremo entrambi con due idee.
Un altro aspetto fondamentale riguarda il coinvolgimento dei partecipanti. Di tutti i partecipanti, nessuno escluso. Chiunque deve poter avvertire l’utilità di quanto si sta dibattendo, e deve sentirsi parte attiva non solo nella fase “a valle”, quella che potremmo definire “realizzativa”: avremmo esecutori, non protagonisti. Ogni partecipante, al contrario, deve poter percepire – e qui sta molto alla capacità dell’organizzatore – la possibilità di influire sui progetti, sui programmi, sui processi. Sulle cui differenze magari ritorniamo un’altra volta. Se si sente odore (sgradevole) di risultato predeterminato, il tempo impiegato sarà stato sostanzialmente inutile – si sa già dove si vuole arrivare – quando non dannoso.

ESEMPIO E RISPETTO.

Per quanto possa apparire scontato, è poi opportuno ribadire come il “titolare” della riunione debba essere una figura credibile nei confronti dei suoi aventi causa, nel senso che può pretendere assenso e consenso solo su comportamenti che gli sono propri. In altre parole, deve essere un esempio specchiato di ciò che propugna, pena l'assoluta inefficacia delle tesi sostenute: il primo a partire, l'ultimo a ritornare.
Un fattore di successo è dato dal rispetto nei confronti degli intervenuti, che si manifesta nell'apprezzamento rivolto verso i presenti, ringraziandoli per la partecipazione e per l'apporto. Da evitare come la peste la gogna nei confronti di uno o più singoli: né insulti, né esecrazione, né sminuimento. E' roba da persone piccole, che per emergere hanno necessità di abbassare qualcun altro. Così come vanno lasciati fuori gli eventuali conflitti irrisolti tra i singoli, specie se coinvolgono l'organizzatore: l'elettricità sarà facilmente avvertibile e produrrà un tracollo del clima.

STLISTICAMENTE PERFETTI.

L'atteggiamento, in generale, deve essere costruttivo e collaborativo. Toni sciolti e possibilmente brillanti, mai banali, con ricorso allo spirito – la qualità del messaggio ne risulta amplificata e sarà più facile da ricordare – e alla citazione. Da censurare espressioni del tipo: “Come voi mi insegnate...”, o “Come potete ben capire...”: presuppongono la sostanziale ignoranza dell’ascoltatore!
Il “no alla sciatteria”, in questo caso, si concretizza nel linguaggio da utilizzare. Preferibilmente colto più che modaiolo, bene che abbia riferimenti letterari, musicali, cinematografici. Meglio se ogni tanto “profuma” di latino e, più in generale, di classico, e ancora di più se non “puzza” di quei fastidiosissimi, vuoti e grotteschi anglismi di cui si nutrono certi provincialissimi e sbrigativi replicanti, vestali di riti insulsi di cui si sentono divulgatori.

CONCLUDENDO, CONCLUDENDO...

Infine, la conclusione. Premesso che nei consessi più strutturati è prevista una figura istituzionale di segretario/verbalizzatore, è buona norma che qualcuno si prenda la briga di farlo anche nelle riunioni più informali, uno straccio di verbale. La sua utilità è talmente evidente che non si dovrebbe nemmeno citarla, ma vale la pena ricordare che è utile, se non indispensabile, per controllare a fine riunione se tutti sono a bordo; è utile, se non indispensabile, per fare l'appello degli argomenti all'ordine del giorno e vedere se è sfuggito qualche pezzetto; è utile, se non indispensabile, per assegnare eventuali compiti successivi; è utile, se non indispensabile, per verificare il lavoro svolto; è utile, se non indispensabile per non tornare ripetutamente su decisioni già prese (un difetto frequente, ad esempio, nel mondo associativo); è utile, se non indispensabile, per misurare l'efficacia dell'evento in sé. Il verbale va poi inviato ai partecipanti e deve essere conservato in modo intelligente e consultabile, ai fini di quanto detto sopra.
Ottima cosa, poi, predisporre una verifica sulla riunione, che sia riservata e anonima, e che verta non tanto sui contenuti, quanto sulle modalità (logistica, orgnaizzazione, congruità della convocazione, rispetto dei tempi, efficacia della comunicazione, eccetera). Solo organizzatori pavidi o refrattari alla critica passano tranquillamente sopra a questi ultimi aspetti, nella consapevolezza che – capaci o no, efficaci o no – non hanno la minima intenzione di cambiare una virgola del proprio stile comunicativo o di potere, perchè si piacciono così, o pensano che non esista un'altra strada.
Un limite: ma anche di questo avremo modo di parlare un'altra volta.
Buona Pasqua a tutti!

L'ASINOMETRO!

Ti hanno detto di leggere un documento in "modalità scrolling" e temi di doverlo fare alla toilette? Il tuo capo parla a malapena in dialetto ma non smette di spiegarti del nuovo "Business Model"? Allora ti aspetto venerdì 16 agosto alle 21.00 alla sala Riccio, a San Giacomo di Roburent (CN): ci divertiremo insieme giocando con i "Nuovi Mostri" della lingua italiana!

ENTRO E NON OLTRE

Nella mia storica, interminata battaglia contro il raglio di chi comunica tanto e lo fa sempre nel peggiore dei modi, un posto di rilievo se lo ritagliano locuzioni banalizzate e replicanti e soprattutto grossolanamente sbagliate.
Me ne vengono in mente molte, ma una cattura oggi la mia attenzione: “entro e non oltre”. La troviamo, di solito, al crocevia tra l’ignoranza e la supponenza. La responsabilità di farcela incontrare con tanta frequenza non è solo di chi ce la propina, che – poveretto – nella sua inettitudine all’animazione comunicativa altro non fa che replicare luoghi comuni di altri e di altrove. Semmai andrebbe criticata la scarsa attitudine a fare “qualcosa di diverso”, nel pubblico e nel privato: non si spiega, infatti, come mai il cambiamento debba essere il mantra costante dei manager più modaioli (e la resistenza al cambiamento il difetto principale dei collaboratori), quando poi i primi a comportarsi da acritici replicanti siano proprio coloro che dovrebbero trasmettere i messaggi di innovazione.
La responsabilità è anche di chi – ben più a monte – pensa che questa endiadi possa dare maggiore enfasi ad una qualsiasi scadenza. Che la ridondanza generi la necessaria pressione all’ottenimento di un qualcosa che, comunque, deve essere realizzato entro determinati confini temporali (e spaziali, essendo “entro” e “oltre” avverbi di luogo).
Qualcuno si difenderà: è un rafforzativo. Serve per sottolineare ancora di più un concetto.
E’ anzitutto il caso di ricordare che l’Accademia della Crusca boccia inesorabilmente questa locuzione (così come altre simili), proveniente da quel linguaggio della burocrazia che tutti si affrettano a condannare, a partire dagli stessi burocrati, salvo farvi ricorso senza alcun filtro. 
Poi, detto che sarei curioso di sapere come si possa fare una qualsiasi cosa "entro" ma anche "oltre", nemmeno la teoria del rafforzativo sta in piedi. Perché, volendo gridare ancora di più il concetto, renderlo minaccioso, burocraticamente severo, ottiene l'effetto opposto. Se chi vuole determinare un comportamento è costretto alla minaccia, alla pedante ripetizione, manca evidentemente di autorevolezza. Ed è, nelle gerarchie di ogni organizzazione, pubblica e privata, in abbondante compagnia.
In conclusione, a chi è di cultura classica chiedo: esistono forse sfumature linguistiche che differenziano le due locuzioni?
A chi è di cultura scientifica domando invece: può tecnicamente una qualsiasi cosa essere “entro” un confine e contemporaneamente “oltre”?
A chi sarà in grado di darmi risposte rassicuranti prometto che non mugugnerò ogni volta che qualche comunicazione (di enti pubblici, fisco, scuole, aziende) mi richiederà di adempiere ad un compito “entro e non oltre”.


CAPRINO DI CAPRA

A volte si rimane perplessi davanti a certe epifanie del legislatore italiano, in molti settori. A volte si rimane ancora più perplessi per quanto le bizzarrie non scuotano in nessun modo l’opinione pubblica.
Prendo un esempio banale ma concreto: il formaggio “caprino”.
Credo che - per come viene presentato, e ragionando in astratto - a nessuno venga in mente che questo tipo di formaggio, a pasta molle e cremosa e generalmente di forma cilindrica, possa essere fatto con latte che non sia di capra. A nessuno, ma è una mia supposizione, verrebbe in mente di chiamare “pecorino” un formaggio che non sia fatto con latte di pecora, e sono molte le eccellenze italiane che si riconoscono in questa denominazione, in tante regioni.
Resto quindi interdetto quando mi capita di vedere esposto un formaggio che reca con sé l’etichetta che si vede in fotografia. Di primo acchito mi sembra una precisazione inutile, una ridondanza sciocca, quasi come “entro e non oltre” che tanti inseriscono nei loro bandi e comunicati come a voler aggiungere qualcosa di ulteriore (non è vero: se è entro, non può essere oltre).
Poi mi documento e scopro… scopro che inizialmente era proprio così, cioè come dovrebbe essere: il “caprino” era un formaggio fatto con latte di capra. Poi la prassi industriale ha portato ad aggiungere prima e a sostituire completamente poi il latte di capra con quello vaccino, snaturando il prodotto, e oggi – per la legislazione italiana – se il caprino NON è di capra non è necessario aggiungere altro, mentre se è di capra questa caratteristica va specificamente aggiunta.
Per capirci, è come se “italiano” potesse essere chiunque, ma solo se lo si fosse davvero sarebbe necessario aggiungere “italiano d’Italia”.

Obiezione possibile: anche la mozzarella nasce “di bufala”, ma poi viene prodotta industrialmente con latte vaccino. Respinta: nel nome “mozzarella” non c’è nessun richiamo alle bufale. Bufale che invece ci vengono somministrate (per legge, of course) nella produzione di formaggi cosiddetti “caprini”...
Nessuno ci fa caso, ovviamente. Ci sono problemi ben più seri. Però chiudo con due considerazioni, una dietetica e l’altra economica.
La prima è che il formaggio caprino è noto per essere in sostanza più magro del formaggio vaccino e molto più magro di quello di pecora, fino alla leggenda metropolitana secondo cui sarebbe addirittura privo di colesterolo (è falso, purtroppo). L’ingannevole sua provenienza non è quindi solo una questione di etichetta.
La seconda: ci preoccupiamo tantissimo di quanto il “made in Italy” venga clonato e taroccato in giro per il mondo, specie in estremo Oriente, e di quanto danno tutto ciò crei alla nostra bilancia dei pagamenti agroalimentare. E se iniziassimo a dare il buon esempio?

MODALITA' SCROLLING

Le riunioni condotte dai vertici delle grandi aziende a pro della forza lavoro (in particolare di vendita) attirano, e molto, l’attenzione del Casellante. Specie da quando vi è la (discutibile) abitudine di frequentarle, e soprattutto da quando la preparazione è in mano a piccoli alchimisti incapaci di formulare un qualsiasi ragionamento senza usare uno strano dialetto che mischia ridicole espressioni di matrice anglosassone ad un italiano a metà tra il televisivo ed il burocratico.

Abbiamo scoperto di recente, ad esempio, che l’attività bancaria più tipica – dare credito a famiglie e aziende, anche se siete liberi di non crederlo – oggi, chi se ne capisce, la chiama “Lending”, da “to lend”, prestare. Le banche stanno tornando a fare “Lending”, o devono tornare a farlo. Continua a sfuggirci il perché non lo facessero più, forse per mancanza del “Funding”, cioè della liquidità, ma soprattutto perché debbano, in Italia, fare “Lending” con il “Funding” e non prestare soldi.

D’altra parte, diceva qualcuno, i documenti predisposti al computer vanno esaminati in modalità scrolling. Proprio così. Scrolling. Non si tratta di quell’attività tipicamente maschile che viene eseguita post minzione, ma dello scorrimento – agevolato dai moderni mouse ottici o rotellati – che permette di guardare lo schermo facendo risalire le varie pagine dal basso verso l’alto.

Tutto questo per consentire un lavoro sempre più “paperless” ed in “real time”, al limite attivando il “fine tuning” per mettere meglio a fuoco i vari dettagli. Non c’è da ridere, cari amici del Casello: i concetti sono proprio questi. Messi alla berlina proprio perché esisterebbero molti rimedi italiani per definire anche meglio questi concetti, ma l’impoverimento culturale ed il provincialismo asinino di chi ricopre ruoli di responsabilità e dovrebbe essere di esempio – è questa la cosa più grave – sembra andare nella direzione opposta, ed è anche contagioso.

Dopo aver ascoltato che oggi il metro di Sevres per le prestazioni professionali è il “Full Time Equivalent” (FTE), e che i centesimi hanno definitivamente abdicato, scalzati dai “Basis Points”, e che lo “Scoring” porta ad attribuire il “Rating”, non ci spaventa più profilare la clientela (che in italiano corretto significherebbe farne in sostanza delle strisce, ossia dei profilati), né supportarla (il cui verbo - supportare – da noi non esiste).

In fondo, anche noi ci macchiamo di quel comportamento non conforme che oggi, alle riunioni, non è più un semplice inadempimento: è diventato una vera e propria “Delinquency”. Caspita, mica è solo non rispettare le regole della finanza. Ma purtroppo nemmeno quelle della lingua che fu – e non è più – di Dante, Manzoni, Montanelli, Guareschi, Brera, Veronelli.

LA LINGUA ITALIANA, ELEMENTO DI UNITA' NAZIONALE

L'unità di un popolo, di una Nazione, passa attraverso molti elementi: territoriali, etnici, e (forse soprattutto) di linguaggio. Non si può pertanto trattare un evento così importante come l'unità politica della nostra Patria senza fare riferimento al tratto unificante rappresentato dalla lingua, e ai suoi protagonisti.

In principio era il latino: quello classico, certamente, e poi quello ecclesiastico, che - con il contributo determinante della Chiesa (con buona pace del turpe e superstizioso laicismo e del pregiudizio anticristiano oggi dominante) – ha tra i tanti ed enormi meriti quello di aver salvaguardato la cultura e l’arte di una Nazione tale già allora dai barbari assalti.

Poi venne il “volgare”, la lingua di tutti, cioè del popolo: un ceppo unificante e tanti altri piccoli ceppi locali – i dialetti – che ad oggi contraddistinguono le peculiarità del nostro incredibile Paese.

Ne ricorderemo tre, di questi fuoriclasse, ma solo come pietre miliari della nostra lingua. Compariranno anche più avanti nel nostro excursus, protagonisti a se stanti. Sono San Francesco d’Assisi, Dante e Alessandro Manzoni.

Il grande santo fu un vero italiano “ante litteram”, e non per caso è il patrono nazionale: con il “Cantico delle Creature” fu poeta e uomo di preghiera, ma anche sintesi di quanto la lingua nascente sapeva produrre.

L’Alighieri portò il tutto ad un superiore livello, componendo un’opera della quale non è dato conoscere l’eguale neppure oggi.

Manzoni, infine, uomo d’arte ma anche patriota fervente, comprese prima e meglio degli altri quanto stiamo cercando di spiegare anche da qui: non vi è popolo senza parlata comune. Il suo romanzo – uno dei più belli di sempre, anche per la storia che racconta, e pensare che gli inglesi portano sul palmo della mano certe pallosissime vicende di Walter Scott – è in qualche modo l’epopea della Nazione che diventa finalmente stato, di cui lo scrittore milanese fu poi a lungo, e giustamente, senatore.

L’italiano, già: e pensare che lo bistrattiamo così tanto! Pensate, amici del Casello, a quanti anglismi idioti utilizziamo nella vita di tutti i giorni. Basta dare un’occhiata alla rubrica “Difendiamo l’italiano”, qui, sul nostro blog (blog, purtroppo: anglismo anche questo)…

AIUTO, ARRIVA LA POSTA ELETTRONICA!

In mancanza ed in attesa di riunioni con le quali esercitare le orecchie ed il gusto per la lingua che fu di San Francesco, Dante e Manzoni, di quando in quando mi soccorrono i messaggi di posta elettronica.
E’ piuttosto frequente, nell’utilizzatore di questo fondamentale e ormai irrinunciabile strumento di comunicazione, lo sbarellamento linguistico fatto di abbreviazioni e onomatopee: “che” scritto con la K (“ke kazzo state skrivendo?”), “non” abbreviato in “nn” (come gli insegnanti di italiano di questi somari), oppure la formula “fyi”, in coda al messaggio (che sembra - e probabilmente è - un raglio, ma vorrebbe significare “for your information”, perché il vecchio, caro “p.c.”, cioè “per conoscenza”, è troppo dialettale), e via ranzando.
Tra le ultime chicche - con la “i”: meglio precisare, visto cosa accade in certe regioni d’Italia – ecco presentarsi il “basic point”, forma asinina del già deprecabile “basis point”, adeguatamente vituperato in passato su queste pagine.
Sarei poi curioso di sapere cosa sia la “flattizzazione”, da non confondere con la flatulenza linguistica dell’estensore: perché non utilizzare un sostantivo derivato dal verbo “uniformare” (pur in sé non certo brillante), al posto di questa grottesca italianizzazione del tremine anglo “flat”, che significa “piatto, piano”?
Da non trascurare nemmeno quanti, in coda alla loro missiva, ti chiedono di fare una certa cosa “per favore”, scrivendo “pls” (cioè “please”), oppure ti ringraziano scrivendo “thks” (“thanks”). Ma vfc!
Interessante anche l’abuso della locuzione “Certi di fare cosa gradita…”, in testa o in coda a messaggi recanti per lo più pessime novità. Ci vuole una discreta dose di faccia come le terga per scrivere amenità come: “Certi di fare cosa gradita, vi inoltriamo l’elenco dei reclami della clientela trasformatisi in denunce nei vostri confronti presso la Procura della Repubblica”. Però, se non proprio in questi termini, succede anche questo…

QUALCOSA DA REFRESCIARE

Ci sono cascato ancora. Sono stato ad una riunione. Di quelle con al centro finanziamenti ed investimenti, managerialità e proattività, che esistono ancora, nonostante il brutto clima che li ha perseguitati negli ultimi mesi.
E’ vero, dovrei evitare. Lo so che maltrattano l’italiano, e poi ci resto male (il correttore di Word, ad esempio, mi sottolinea subito “proattività”, perché non esiste, ed è una parola orribile e senza senso). Però mi intriga ascoltare i relatori, ne imparo sempre di nuove. Prendo appunti sul loro idioma - “idioma”, con la “m” - più che sul resto, ma così facendo non perdo una battuta. Avessi seguito questa strada anche a scuola!
Questa volta la mia attenzione è stata catturata dai verbi. Eh sì, perché ormai siamo ben al di là dell’abuso del singolo termine anglo (a proposito: niente mi toglie dalla testa che il cicisbeo al microfono ne faccia un uso di tipo sacerdotale, della serie: “Io ho il rito e la scienza, e te la infondo, per quanto mai potrai capirmi”).
Ora siamo arrivati felicemente all’italianizzazione del verbo da utilizzare. Mi sono ormai rassegnato a sentire e leggere il verbo “supportare”, che - come ho già ricordato – in italiano non esiste. Ho però scoperto la possibilità di refresciare, da “to refresh”, cioè rinnovare, rinfrescare. “Stiamo refresciando la gamma dei servizi”, anche se troverei più pertinente refresciare il vocabolario.
Capita spesso che ci sia anche qualcosa da apgradare (da “to upgrade”, cioè portare ad un livello superiore, aggiornare con miglioramenti). “Abbiamo apgradato l’applicativo di sistema”, trillano festosi questi aspiranti Fratelli Lehmann ai quali – per contro – si daungrada il cervello di giorno in giorno.
Come ci siamo già detti, si può anche accettare l’utilizzo del termine alloglotto se aiuta a sintetizzare un concetto che altrimenti necessiterebbe di prolisse ed imprecise perifrasi: è il caso di “sport”, la cui mancanza ci obbligherebbe a parlare pressappoco di “attività per lo più fisica finalizzata generalmente alla competizione”, o chissà cos’altro.
Trovo però assurdo da un lato sostituire un termine italiano con uno d’importazione quando il risultato non cambi, o – ancor peggio – infilarsi in una circonlocuzione ridicola pur di fare uso di una di quelle formule che servono a far sentire appagato il fine dicitore. E’ il caso di “rendere compliant” (complaiant), che vorrebbe significare accordare, sintonizzare, mettere in fase. Mi piacerebbe, e molto, rendere complaiant lingua e cervello del protagonista di questa scemenza.
I verbi, sì. E poi qualche vocabolo: da “plas” (si scrive “plus”, è latino e quindi si pronuncia “plus”) alla “reason why”, cioè la ragion per cui. Con qualche effetto comico, come ad esempio l’utilizzo dell’aggettivo “basico”. In inglese “basic” vuol dire “di base”. In italiano no. Si contrappone, in chimica, ad acido. I ragionamenti fatti da qualche sbarbatello anelante la considerazione dei suoi superiori, per essere basici, sono un po’ troppo acidi.
Potrebbe essere il caso di refresciarli un po’.

SUPPORTIAMO L'ITALIANO!

Sono stato ad una riunione, la settimana scorsa. Una riunione importante, per il settore del quale mi occupo: organizzata dai vertici aziendali, ha visto per buona parte della mattinata protagonisti due giovani specialisti di estrazione finanziaria. Una delizia per le orecchie.
Scopro così, un po’ disorientato, che improvvisamente quello che molti chiedono da tempo è già realtà. I centesimi non esistono più. Ma non nel senso desiderato dai finlandesi, ad esempio, che vorrebbero l’uscita di scena delle monetine più piccole. In questo caso, parliamo della sostituzione del centesimo con il “basis-point”, ossia il “punto base”.
Si tratta, ovviamente, di un’americanata. Ma che probabilmente fa sentire gonfi e soddisfatti gli asini che ne usano e abusano. Anche matematicamente, è un’idiozia. Sotto il numero intero ci sono i decimi, i centesimi, i millesimi. Però parlare di “besispoints” fa figo. Fa “odiens”. Fa schifo.
Ma non è tutto: uno dei giovanotti ha contrapposto due metodi di calcolo definendone uno “blended” (e va beh, “Misto” evidentemente è troppo proletario), e l’altro “senior”. Senior, latino, comparativo di “senex”, cioè vecchio. Peccato, però, che lo pronunciasse “sinior”. Dimostrando così di non conoscere né il latino, colpa – dal mio punto di vista – esiziale, né l’italiano. E forse neppure l’inglese.
Divertente poi il passaggio nel quale il relatore ha più o meno espresso questo concetto: “Si tratta dell’accuratezza, quella che in gergo viene definita come Accurancy”. Caspita! E allora, in gergo chiamiamola “Accuratezza”! Perché il termine tecnico alloglotto (quasi sempre inglese) può avere senso per evitare lunghe perifrasi, ma è da idioti se è la semplice traduzione del termine italiano, tra l’altro spesso identico.
Finale scoppiettante e creativo, con neologismi a volontà: dalla “percentualità” (che vorrebbe essere la frequenza percentuale di un certo evento), all’immancabile e diffusissimo “supportare”, verbo che in italiano – come è noto, e se non lo fosse è l'occasione buona per impararlo – non esiste. Esiste il sostantivo “supporto”, ma non il corrispondente verbo, che è una becera traduzione dell’anglo “to support”. Che vuol dire “sostenere”. La buonanima di Cesare Marchi, il Maestro senza l’influsso del quale questa rubrica non sarebbe la stessa, raccontava un episodio gustoso, che la dice lunga sugli effetti involontariamente comici della contaminazione linguistica: quando il ministro degli esteri Gaetano Martino (padre dell’economista ed esponente di spicco del PDL Antonio) si recò in visita negli Stati Uniti, il giornale in lingua italiana edito a New York titolò a nove colonne pressappoco così: “Arriva il Ministro Martino: Supportiamolo!”.

Il treno in riserva?

Per lunga frequentazione e passione personale, provo un sincero affetto per le Ferrovie dello Stato. La cosa non m’impedisce di tenere un atteggiamento severo il giusto verso l’azienda, le sue scelte spesso discutibili, le sue pecche macroscopiche, frutto peraltro molto di frequente di decisioni scellerate prese altrove, e con l’intenzionale finalità di favorire qualcuno.
Trovo inescusabili, invece, alcune interpretazioni ferroviarie della lingua italiana. Chi prenota il viaggio su Internet – a me capita di frequente – ha il grande vantaggio di poter evitare le code alle biglietterie e di poter salire sul treno con l’e-mail di conferma stampata comodamente a casa o in ufficio.
In caso di pagamento da posticipare, uno dei moduli che arrivano per posta elettronica porta la dicitura “Riservazione”. Riservazione?!? Un termine che assolutamente non esiste, tanto è vero che persino il traduttore di Word (che non è un mostro di precisione) lo sottolinea in rosso.
La parola esatta è “prenotazione”, italiana e quindi bella come il sole, e devo riconoscere che quasi ovunque nel sito di Trenitalia campeggia la dicitura esatta. Stona, perciò, questo orribile “riservazione”, classico caso di goffa italianizzazione di un termine anglo.
Detto per inciso, di “riservazione” viene fatto invece un uso continuo e fastidioso nella terminologia alberghiera e turistica adottata nella Svizzera Italiana, dove la lingua di Dante dovrebbe essere utilizzata come e quanto da noi. Ma lì, al limite, hanno la scusa delle molte lingue ufficiali, per cui la contaminazione può essere dettata dall’esigenza di farsi capire da francofoni, svizzeri tedeschi e retoromanci.
Già che ci siamo, facciamo le pulci agli annunci diffusi nelle stazioni. A Genova, la voce femminile dell’altoparlante pronuncia – ci avrete fatto caso – la località di Voltri con una “o” sonora, quella di “poco”, che nulla ha a che fare con la “o” cupa, quella di “molto”, che dovrebbe essere usata. Incomprensibile, poi, la scelta di sostituire la parola “anziché” con “invece”. Il treno xy arriverà sul binario 1 invece che sul binario 2” suona molto più popolaresco e grossolano rispetto al precedente e più colto “anziché”. Come se si fosse scelto di retrocedersi di un’ottava. Forse per essere più intonati con la qualità del servizio…

Divieto di strafalcione

Difendiamo l’italiano…eh, sì, perché c’è proprio bisogno di farlo. E più giro – per lavoro o per altri motivi – e più mi rendo conto che la realtà è proprio questa.
Premetto che mi considero un estimatore della nostra lingua, che trovo straordinaria per ricchezza e musicalità, il ragionamento da cui parto si basa su due assunti fondamentali:

1. l’italiano è in crisi, come molte altre lingue europee, e rischia di ridursi – nell’era della globalizzazione – a qualcosa di poco più importante di un dialetto regionale;
2. l’italiano, come molte altre lingue, rischia un profondo imbastardimento ed imbarbarimento per l’assunzione acritica, o la traslazione “tutto compreso” in neoitaliano, di anglismi che non hanno una traduzione esatta nella nostra lingua;
3. infine, l’italiano parlato e scritto sui principali mezzi di comunicazione è sempre meno bello da sentirsi o da leggersi. Errori di ortografia e sintassi, accenti sbagliati, per non parlare del congiuntivo che praticamente è stato abolito. In considerazione del fatto che l’impatto di questi mezzi è enorme, anche dal punto di vista educativo, la lingua ne risente.

Mi si potrà obiettare che l’italiano è una lingua viva, e come tale sempre soggetta ad un processo di contaminazione con le lingue con le quali viene a contatto. Ok, sono d’accordo.
Ma se qualcuno si sente nel potere di scrivere a qualcun altro: “Ti risponderò a.s.a.p. (= as soon as possible), invece che “il prima possibile”, oppure invita gli altri a:”Mandami una e-mail, pls (=please), invece che “per piacere”, allora scattano i meccanismi di autodifesa.
Se un noto uomo politico, già ministro, famoso per gli strafalcioni e le frasi sconclusionate, si giustifica dicendo che “l’importante è che la gente capisca”, e anzi si fa vanto di quest’atteggiamento perché – a suo dire – più vicino al popolo, io invece dico che al contrario è fondamentale che chi riveste un ruolo pubblico per primo sia consapevole del suo ruolo educativo e di difesa delle nostre tradizioni. E l’atteggiamento di questo signore, ex di molte cose, è proprio da cassare - non uso il verbo a caso - senza remissione.
Segnalatemi qui i vostri strafalcioni preferiti: ne rideremo insieme.