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CAPRINO DI CAPRA

A volte si rimane perplessi davanti a certe epifanie del legislatore italiano, in molti settori. A volte si rimane ancora più perplessi per quanto le bizzarrie non scuotano in nessun modo l’opinione pubblica.
Prendo un esempio banale ma concreto: il formaggio “caprino”.
Credo che - per come viene presentato, e ragionando in astratto - a nessuno venga in mente che questo tipo di formaggio, a pasta molle e cremosa e generalmente di forma cilindrica, possa essere fatto con latte che non sia di capra. A nessuno, ma è una mia supposizione, verrebbe in mente di chiamare “pecorino” un formaggio che non sia fatto con latte di pecora, e sono molte le eccellenze italiane che si riconoscono in questa denominazione, in tante regioni.
Resto quindi interdetto quando mi capita di vedere esposto un formaggio che reca con sé l’etichetta che si vede in fotografia. Di primo acchito mi sembra una precisazione inutile, una ridondanza sciocca, quasi come “entro e non oltre” che tanti inseriscono nei loro bandi e comunicati come a voler aggiungere qualcosa di ulteriore (non è vero: se è entro, non può essere oltre).
Poi mi documento e scopro… scopro che inizialmente era proprio così, cioè come dovrebbe essere: il “caprino” era un formaggio fatto con latte di capra. Poi la prassi industriale ha portato ad aggiungere prima e a sostituire completamente poi il latte di capra con quello vaccino, snaturando il prodotto, e oggi – per la legislazione italiana – se il caprino NON è di capra non è necessario aggiungere altro, mentre se è di capra questa caratteristica va specificamente aggiunta.
Per capirci, è come se “italiano” potesse essere chiunque, ma solo se lo si fosse davvero sarebbe necessario aggiungere “italiano d’Italia”.

Obiezione possibile: anche la mozzarella nasce “di bufala”, ma poi viene prodotta industrialmente con latte vaccino. Respinta: nel nome “mozzarella” non c’è nessun richiamo alle bufale. Bufale che invece ci vengono somministrate (per legge, of course) nella produzione di formaggi cosiddetti “caprini”...
Nessuno ci fa caso, ovviamente. Ci sono problemi ben più seri. Però chiudo con due considerazioni, una dietetica e l’altra economica.
La prima è che il formaggio caprino è noto per essere in sostanza più magro del formaggio vaccino e molto più magro di quello di pecora, fino alla leggenda metropolitana secondo cui sarebbe addirittura privo di colesterolo (è falso, purtroppo). L’ingannevole sua provenienza non è quindi solo una questione di etichetta.
La seconda: ci preoccupiamo tantissimo di quanto il “made in Italy” venga clonato e taroccato in giro per il mondo, specie in estremo Oriente, e di quanto danno tutto ciò crei alla nostra bilancia dei pagamenti agroalimentare. E se iniziassimo a dare il buon esempio?

LIGURIA ENOICA

Non è un refuso, giacchè di eroico la nostra regione oggi può vantare ben poco. Tra rimborsi dorati, mancate vigilanze su alluvioni e catastrofi, sbagliata o assente regimentazione dei corsi d’acqua, i nostri esponenti di spicco si manifestano certo più per il negativo che per l’esempio.
Tutto sommato, se la cava meglio l’ambito sportivo: due squadre in serie A, due in B e una in C non accadeva da secoli. La pallanuoto va sempre alla grande, e anche altrove c’è spazio per il talento (Fabio Fognini, Silvia Salis, Alessandro Petaccchi, tanto per citarne alcuni).
Quando invece si parla di Liguria “enoica”, usando un aggettivo caro al maestro Luigi Veronelli, ci riferiamo alle tante capacità che in regione esistono e si stanno affermando nel campo del vino.
Se è vero, infatti, che questa è una delle strade più battute e ricercate negli ultimi anni per lasciare il segno nel buono e nel bello, è altrettanto giusto che anche la nostra terra dica la sua. E lo fa con coraggio, da sempre: basti pensare alle terrazze delle Cinque Terre, dove coltivare è già la cosa più semplice, se si considera cosa si è dovuto strappare all’orrido con riporti di terra fatti a mano, muretti a secco, accessi impervi.
Ora lo si fa, e sempre più, anche con cognizione: da Sarzana a Ventimiglia non solo la Liguria dimostra ricchezza di vitigni e soluzioni, ma anche perizia di uvaggi e di lavoro, sulla terra e in cantina.
Non è una moda: il fatto è che piace proprio, e chi lavora bene trova sorrisi in enoteca e in…banca!
Non mi dilungo: avremo tempi e modi per dire di Vermentino, Pigato, Rossese, Ormeasco, Bianchetta, Buzzetto, Lumassina, e altri ancora.
Un consiglio: provate un ligure. Troverete tutto ciò che state cercando in un vino.

I PICCOLI ROSSI

I giacimenti enologici italiani – vere miniere d’oro rosso, bianco, rosato – sono millanta che tutta notte canta, e qui corre l’obbligo di citare Gigi Veronelli nella forma e nella sostanza, dacchè fu lui il vero cantore di questa ricchezza tutta nostra e anzi da qui partì per conquistare – con Indro Montanelli, Gianni Brera, Giovannino Guareschi più di tutti - le vette della letteratura italiana del Novecento (leggetelo, anche se non siete appassionati della materia: ne vale la pena, c’è da imparare e da divertirsi).
Circoscrivendo a quanto di più vicino e ricco, il Piemonte, una delle scoperte più interessanti è l’esistenza di piccole varietà di uve e vini che originano delizie capaci di non farsi stritolare dai giganti dell’enologia quali le Barbere, i Dolcetti, i Nebbioli.
Limitandoci al rosso, già qualche tempo fa decantammo le qualità del Ruchè, antico vitigno delle colline a Nord Est di Asti, salvato dall’estinzione grazie alla solerte opera del parroco di Castagnole Monferrato.
Ma non da meno sono altri vini poco noti e non per questo meno eccezionali, nel senso più pieno del termine: “eccezione” rispetto alla norma – norma di straordinaria e favolosa anormalità – rappresentata dai grandi vitigni di fama planetaria. Parliamo qui infatti del Pelaverga, sublime rosso che raggiunge il suo splendore nel territorio di Verduno, nel cuore della Langa, e anche del Ramiè, eccellenza della montagna pinerolese.
Il primo, vitigno antico e solitario che esprime un nettare dal sentore speziato e dal colore carminio melange, che gioca da giovane al pari di tanti più anziani, e che meriterà per la sua storia e la sua gloria una pagina intera; il secondo, invece, che parte da uvaggi più eterogenei e dai nomi evocativi come Avana e Averengo, non senza quel Neretto (Neiret), che nelle Langhe qualcuno riconduce al Syrah, spesso presente fin dai tempi di Carlo Cutica nei filari del Dolcetto.
E tutto questo per tacere dei tanti uvaggi locali che forniscono nuove dimensioni, soprattutto territoriali, a vini universalmente noti e localmente adottati e adattati: Gabiano, Cantavenna, Spanna…
Ci torneremo: i vini d’Italia – non solo del pur vasto e florido Piemonte – meritano parole e ancor più… bicchieri.

IL CHIANTI DEL TERZO MILLENNIO? LAMOLE!

L’offerta enologica nazionale è talmente ricca e qualitativa da lasciare sbalordito chi si affacci per la prima volta, e con la dovuta curiosità, al pianeta del vino italiano. Non c’è oggi regione, ma direi territorio - giacchè tanti ne possediamo, noi, universo dei mille campanili – che non sfoggi un campione da tutti riconosciuto come “quello buono”.
Ricordo, saranno passati quasi quarant’anni, durante una trasmissione televisiva (forse un arrivo del Giro d’Italia) un signore vestito di scuro, con gilet e cappello, passare di bicchiere in bicchiere con una bottiglia misteriosa e dire ad ognuno: “Malvasia!”, come a spiegare, a dare senso e significato, a voler intendere: Malvasia, mica bau bau micio micio.
Oggi lo sfumare delle distanze rende familiari nomi astrusi solo vent’anni fa: Aglianico, Taurasi, Primitivo, Negramaro, Cannonau… i nuovi campioni che portano nuovo lustro ai nobili di sempre: i Piemontesi, i Toscani, i Triveneti…
Tra questi ultimi, la strada del nuovo – ma non il nuovo per il nuovo: semplicemente il nuovo per l’attuale, per l’aggiornato – porta a rendere più ricca, più compiuta, più autentica, più tradizionale la fatica quotidiana di dare compiutezza al proprio prodotto. Ci colpisce, e non è mai stato un caso, quanto fatto a Lamole e che sempre apprezziamo durante le incursioni a Terroir Vini, la principale rassegna enologica ligure, che si tiene da anni verso la metà di giugno.
Lamole di Lamole, per quanto ci riguarda, rappresenta una felice sintesi tra lo spirito giovanile, l’afflato imprenditoriale e il rispetto delle radici. Convinti – qui al “Casello”, un po’ reazionari (e ce lo diciamo anche da soli) – che niente è più attuale di ciò che si conosce e nulla è più innovativo di ciò che parte dalla Patria (che per Luigi Veronelli è “ciò che si conosce e si capisce”), gustiamo i vini di Lamole di Lamole consapevoli che quanto è accompagnato dalle parole sagge ed intelligenti di Andrea Daldin, che incontriamo ormai da diversi anni a Genova, a Terroir Vini - come le didascalie sotto le illustrazioni – è proprio così, e lo si legge/ascolta/vede/ percepisce/respira/gusta nel bicchiere.
Non vogliamo qui parlare di austerità, corpo, stoffa, tannini, acidità, persistenza: pensiamo il meglio e la sua combinazione con i nostri gusti è un fidanzamento principesco. Come con l’olio (che – si chiede Andrea – se fatto bene dovrebbe costare così tanto che quello che si trova al supermercato come può mai essere anche solo “olio”?), con il vino di Lamole di Lamole – terra del giaggiolo, e quindi del fresco e intraprendente fiore chiantigiano – la piacevolezza sta anzitutto nell’esserci e nel tornare. Nell'accoglienza, nell’amore per il proprio lavoro pe per la terra. Sono già buoni motivi. Anzi, i migliori.

MAI SENTITO PARLARE DEL RUCHE'?



Chi cammina le vigne, come amava dire Luigi Veronelli, e chi frequenta le cantine, ben sa che “i francesi con uve d’argento fanno vini d’oro, mentre gli italiani con uve d’oro fanno vini d’argento”. O, almeno, un tempo si soleva dire così.
Gli uvaggi internazionali tanto cari ai cugini d’oltralpe, pur eccezionali e portati alle più alte vette da secoli di epopea vinificatoria, sono però anche un po’ sempre quelli. E a noi, che amiamo cambiare anche solo per il gusto di sperimentare, un vago sentimento di noia talvolta ci prende.
Sui colli di casa nostra, al contrario, non c’è in sostanza terra che non presenti una sua propria varietà di uva. E se tante di loro si ripetono multiformi negli esiti qua e là per la penisola – basta pensare al Sangiovese che si esprime in un modo in Romagna e in tutt’altro e opposto in Toscana, e poi è capace di scendere lungo l’Adriatico fino alla Puglia – alcune sono invece lì, e solo lì.
Come certe bacche piemontesi.
Mai sentito parlare del Ruchè? Male, malissimo! Come tante altre varietà piemontesi, l’uva ruchè era in rischio di estinzione, stritolata dai giganti dell’astesano, Barbera su tutti.
Ma, come spesso accade nella storia del vino, fu l’iniziativa del parroco di Castagnole Monferrato a preservare questo vitigno, a rilanciarlo e a farne, oggi, un oggetto di culto per chi se intende.
Non è un vino facile, il Ruchè, oggi DOCG: non deve meditare per anni, ma si esprime compiuto e robusto fin da giovane. Al naso è primavera, anzi: maggio, con le rose che allargano il petalo fin nel colore, che ha sfumature anche fucsia e indaco. Il sorso è invece sferzante, carico, perdurante, e si riassume quasi dolce nel colpo d’ala finale.
Un rosso di corpo, e infatti va di gradazione elevata o proprio non va, e però gentile e quasi sfumato. Le cantine del luogo, a cominciare da quella sociale di Castagnole, ne porgono e ne tramandano delicatezza e forza ad un tempo.
Il Casellante ancora :mai sentito parlare del Ruchè?

TORNA TERROIR VINO - A GENOVA IL 17 GIUGNO, MAGAZZINI DEL COTONE.



Torna il 17 giugno a Genova “Terroir Vino”, la maggiore rassegna che Genova dedica al vino “d’arte”.
Negli anni – fin da quando la manifestazione prendeva il nome di “Tigullio Vini” – sono stati davvero tanti gli espositori che hanno fatto conoscere le proprie eccellenti produzioni ad un pubblico competente ed appassionato.
Senza voler fare torto a nessuno, ricordiamo le grandi sorprese dei vini siciliani – ad esempio l’Etna Rosso Contessa Benanti, 95% Nerello Mascalese, 5% Nerello Cappuccio – o il fantastico “Pignol” di Bressan, un vino difficile da trattare e bisognoso di cure, attenzioni e levigature del tempo, ma poi fantastico per come si apre al cuore prima ancora che al palato.
E da non dimenticare i fantastici e rapanti vini dell’Irpinia, capitanati dagli amici dell’azienda Il Cancelliere, che a Montemarano creano tra gli altri Aglianico e Taurasi da brividi.
Notevoli le rappresentanze di produttori liguri, così come i vicini di casa piemontesi e le atre grandi tradizioni regionali italiane, dalla Toscana al Veneto.
Insomma, un appuntamento… DOC! Ne parleremo ancora…

DUE FUORICLASSE DELL'ITALIA UNITA, A TAVOLA E IN CANTINA.



Da un po’ di tempo al Casellante balena in testa un’immagine: l’Italia è unita dalla bellezza. Non è un’astrazione: la bellezza è in tutte le cose di cui abbiamo già parlato (lingua, arte, cultura), ed in tante altre di cui ancora dobbiamo parlare.
L’Italia è unita dalla bellezza e dai tanti artefici di essa. I fuoriclasse, appunto. Tanti, in ogni campo. Ed oggi il nostro omaggio va a due personaggi dei quali pochi sanno, e pochi si ricordano: Pellegrino Artusi e Luigi Veronelli. Perché l’Italia, unita nella bellezza, lo è ancora di più a tavola.
Già, mangiare e bere. E farlo bene. Non è forse arte, e piacere, e trasformare in gioia e volontà una necessità di vita?
Fu così che pochi anni dopo l’unificazione amministrativa Pellegrino Artusi, romagnolo di Forlimpopoli, ebbe un’intuizione geniale: acclarata la grande e varia qualità delle proposte gastronomiche del neonato Paese (ma della bimillenaria Nazione), perché non condurre a sistema questo arcipelago di varietà e di ricchezza alimentare che ogni località sa proporre?
Nacque così “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”, la vera e propria Bibbia della grande cucina italiana, destinata a diventare in pochi decenni (di ristampa in ristampa, rimase in libreria per circa un secolo) il punto di riferimento dell’arte culinaria mondiale, soppiantando senza remissione – fa ridere chi sostiene il contrario – la ben meno articolata, ricca e divertente cucina francese.
L’opera di Pellegrino Artusi, che meriterebbe statue in ogni dove lungo la penisola, ebbe come conseguenza quella di smuovere ancora di più la coscienza gastronomica nazionale: furono decine e decine le casalinghe italiane che raccolsero fin da subito l’invito del genio romagnolo, inviandogli ricette, suggerimenti, variazioni sul tema, e contribuendo all’edificazione di un’enciclopedia nazionale del mangiare bene alla quale tutti siamo debitori.
Consolidatosi il patrimonio culinario, nel dopoguerra – tra le tante ricostruzioni – un altro grande personaggio iniziò una battaglia inizialmente solitaria per portare il bere al livello del mangiare, con un’attenzione particolare a quest’ultimo, perché – era la tesi – le due cose non possono che stare assieme. Quest’uomo era Luigi Veronelli.
Penna tra le più straordinarie viste nell’ultimo secolo, lingua graffiante e cultura eclettica, il grande critico lombardo coniò neologismi e metafore capaci di entrare nel quotidiano: fu il primo a parlare di “giacimenti enoici” parlando dell’Italia, ed è a lui che si deve l’esplosione mondiale del vino di casa nostra, da bevanda d’osteria a capolavoro all’avanguardia.
Insistendo sulla qualità e sulla specificità (nell’epoca in cui una sorta di socialismo reale declinato nell’enologia pretendeva si arrivasse ad unico “vino nazionale”, rosso e bianco: roba da far scoppiare una rivoluzione), ebbe e conseguì meriti enormi: quello di “costringere” i vignaioli a lavorare bene, tanto per iniziare, e poi quello di rendere esigenti i consumatori, e ancora quello di marcare le diversità e far diventare a colori un film in bianco e nero, facendo capire a tutti che ogni località del nostro paese sa esprimere tipicità e qualità, se sviluppata in modo adeguato.
Grandi vini del Sud si affiancarono progressivamente alle grandi Doc del Nord e del Centro, antichi vitigni furono riscoperti, altri riportati ai vertici, altri ancora – lavorati con coscienza – si trasformarono da rospi a principi. Il tutto con forti legami con la cucina locale, e dopo un pellegrinaggio di cantina in cantina per capire, scoprire, commentare, spronare. A lui si debbono anche interventi legislativi importanti nel settore, sebbene non tutte le sue intuizioni siano state recepite. A lui si deve anche il boom dell’enologia e dell’applicazione con la quale tanti adepti oggi si dedicano con passione e dovizia al vino, inteso come – lo diceva proprio Veronelli – “canto della Terra verso il Cielo”, così come a lui si deve una delle più belle definizioni di “patria”, che facciamo nostra in questo centocinquantesimo: “ciò che si conosce e si capisce”. Che parla il tuo linguaggio. Che ha la tua stessa storia. Come l’enogastronomia italiana.

CASCINA ROSSA, PROFUMI DI LANGA


La passione e la curiosità per il mondo del vino mi conducono spesso per mano, ad assaggiare senza intenti scientifici e, quindi, da dilettante (nel senso migliore e letterale del termine: colui che si diletta) etichette e provenienze che non conosco. Lo scopo, ben poco nascosto, è quello di cercare e trovare quelle perle – oggi non così rare, ma sempre preziose – che si nascondono nelle tante ostriche della grande tradizione italiana.
Racconto oggi di due vini che hanno fatto suonare le campane a festa, colpendo l’immaginazione quasi quanto il palato e regalando momenti di poesia ai cinque sensi (oh, yes! Tutti e cinque, tatto e udito inclusi).
Parlo dei due vini che ho avuto il piacere e l’onore di degustare prodotti dall’Azienda “Cascina Rossa” di Valle Talloria (CN), famiglia Veglio: Nebbiolo d’Alba e Dolcetto di Diano d’Alba “Sorì Utinot”.
Entrambi raccontano, più e meglio di tanti discorsi (e quindi soprattutto dei miei), della passione storica e familiare per il proprio lavoro e la propria terra, il rispetto del connubio fra tradizione ed innovazione, il gusto per le cose belle e fatte per durare.
Per non smentire quanto appena solennemente proclamato eviterò di addentrarmi nelle descrizioni tecniche che fanno colto e che piacciono a chi ama il “vino parlato” anche più del “vino bevuto” (n.d.C., nota del Casellante: è un problema diffuso, caro amico del Casello: pensa – ad esempio – al rapporto tra “sesso parlato” e “sesso praticato”…).
E parto dal Nebbiolo, un vino di nobile progenie e di gran stoffa, austero ma rotondo, quasi impegnato a smentire chi ne considera le uve come mere fornitrici di Barolo e Barbaresco.
Di colore rosso rubino intenso, ciò che più colpisce è l’armonia sviluppata in tutte le dimensioni olfattive e gustative, un equilibrio che ne fa il commensale ideale per paste fatte in casa (che so, i mitici Tajarin o gli agnolotti) e le carni grigliate.
Eccellente il Nebbiolo, eccellente anche il cru “Sorì Utinot”, Dolcetto di Diano d’Alba che sa essere al contempo gioviale e vigoroso, quasi a voler sintetizzare la dialettica in voga da qualche anno sull’essenza di questo vitigno così tipicamente piemontese da vantare addirittura dodici DOC diverse (più un paio di DOCG). C’è chi, tra le due fazioni, lo vuole fresco e beverino, come da tradizione, e teme che l’eccesso di alcolicità e il passaggio in legno ne travisino il significato tradizionale, rendendolo anonimo; e chi – al contrario – vede nell’affinamento e nella maturazione un contributo all’esaltazione di caratteristiche da sempre ben presenti ma in precedenza lasciate soltanto all’immaginazione.
“Sorì Utinot”, a parer mio, li mette d’accordo tutti. Dal colore rosso scuro con sfumature dal fucsia all'indaco, al naso evoca i prati di maggio, in una sinfonia che ricorda alcuni Dolcetto monferrini (come certi squisiti ovadesi) più che langaroli, e al gusto riempie il palato con la gioiosa fragranza dei piccoli e morbidi frutti rossi (dalla ciliegia alla mora) che sembra richiamare.
Davvero davvero davvero, amico del Casello: sorprese piacevoli. Un sorso, e le rudezze della vita ordinaria, per un lungo e caldo momento, sono fuori dal radar.

CHEESE! SORRIDI...

Bra è una graziosa città piemontese dall’impianto romano ma dall’impronta barocca, una delle tante, piccole capitali di cui è disseminata la Provincia Granda e, più in generale, il Piemonte.
Alle porte del Roero e a pochi passi dalla Langa, Bra è rinomata tra le altre cose per il suo eccellente formaggio DOP, nelle versioni “Duro” e “Tenero”.
Anche solo per questo l’antica “Brayda” si fregia del titolo di “Capitale del Formaggio”, che si concretizza in settembre nei tre giorni di “Cheese”, una delle manifestazioni del settore di maggior rilevanza al mondo, organizzata con crescente successo da Slow Food.
Nell’ordinato ed elegante centro cittadino si susseguono gli stand e le iniziative, con espositori provenienti da molte parti del pianeta.
I visitatori – tanti, di ogni età – possono degustare prelibatezze note e prodotti di nicchia, in un caleidoscopio di sapori che sa soddisfare esigenze e palati diversi.
Naturalmente, l’Italia domina la scena, con le sue produzioni più famose ma anche con etichette note solo in ambiti ristretti.
Non possono e non devono però essere tralasciati gli altri attori di grande rilevanza internazionale, come Svizzera, Francia, Olanda, Spagna, Irlanda, la Gran Bretagna con il famoso e prelibato Cheddar nelle diverse stagionature.
Qua e là – in fondo da queste parti si beve un mondo straordinario di vini rossi e bianchi – ecco aprirsi anche stand enologici, dove sgrassarsi il palato con un bicchiere di vino buono.
Una bella iniziativa, quindi, che ci sentiamo di promuovere, proprio come da quelle parti si promuovono le eccellenze casearie di tutto il mondo.

TIGULLIO VINI, UN'OASI DI GUSTO

Tigullio Vini è una manifestazione che, per gli amatori nostrani del buon bere, si sta affermando da diversi anni come un appuntamento importante per il mondo dell’enologia ligure, non solo e non tanto per quanto riguarda le produzioni locali, ma anche – e, forse, soprattutto – per quelle aziende che intendono proporsi al pubblico delle due riviere.
Premesso che certe sensazioni, certi piaceri, certi gusti, non si possono demandare a terzi – diceva Veronelli, il fuoriclasse d’ogni tempo dell’enologia italiana, che ogni vino ha un rapporto diverso con chi lo beve – il vostro casellante ha partecipato a questo piccolo florilegio di prelibatezze in bottiglia, raccogliendo impressioni e collezionando delizie.
Attesa l’alta qualità generale delle proposte (erano presenti case celeberrime), e nel rilanciare la sfida di designare la loro personale preferenza ai tanti amici del Casello a loro volta presenti tra i banchi della Sala del Maggior Consiglio del Palazzo Ducale di Genova, tra le molteplici squisitezze degustate vi racconto in breve del vino che mi ha colpito di più: l’Etna Rosso Serra della Contessa di Benanti (95% Nerello Mascalese – 5% Nerello Cappuccio), un vigoroso quanto armonioso vino dell’entroterra catanese che sorprende il naso per la tipicità dei profumi e non meno il palato per l’articolata tavolozza di gusti. Vino che ben si presta ad accompagnare secondi piatti importanti, capace di invecchiare senza rughe, sembra essere lì apposta a testimoniare gli enormi progressi della viticoltura siciliana degli ultimi anni. Con l’aggiunta dell’avere a base delle proprie armonie due antichi vitigni autoctoni, che beneficiano in modo evidente delle moderne tecniche di coltivazione e di vinificazione.
Ma è solo uno tra i tanti, grandi vini incontrati a Tigullio Vini, e non voglio fare torti a nessuno. Perché la cosa che più colpisce, uscendo da questi eventi, è l’amore con il quale produttori e distributori trattano il loro prodotto. Il frutto di tanta devozione va anzitutto e sol per questo rispettato; e poi, non può che essere eccellente. Agli amici del Casello la giusta chiosa.

CON IL BICCHIERE IN MANO...

E’ diventato assai di moda, da oltre un decennio a questa parte, l’atteggiarsi ad intenditori di vino. Proliferano i corsi, ufficiali e non, per diventare degustatori, sommelier, assaggiatori, collaudatori, bevitori, enologi, cantinieri, e chissà quante altre tipologie, più o meno riconosciute, più o meno valide.
Affronteremo altrove questo argomento: per ora mi voglio limitare ad un richiamo più generale che riguarda il rapporto che noi italiani abbiamo con il vino. Un rapporto culturale, oso dire, perché questo mi ha insegnato la lettura di quel fuoriclasse (anche di lui parlerò con maggiore dettaglio) di Luigi Veronelli, il padre assoluto dell’enologia italiana nonché del giornalismo enogastronomico.
Il rapporto è tra chi beve ed il “suo” vino. Compri del buon vino, diceva Veronelli, se lo sai riconoscere buono.
Proprio su questo concetto richiamo la tua attenzione, amico che transiti al Casello. Non “vino costoso”, o super referenziato, o tre bicchieri e cinque damigiane nella guida Pirletti: ma quello che interagisce con te, e che tu sai riconoscere buono.
Evviva, allora, i produttori a te noti, come le tante cantine sociali che prosperano nel nostro nord ovest, ed in particolare subito alle spalle dell’Appennino Ligure. Vini del territorio, fatti con l’uva conferita dal vignaiolo, che sa bene come condurre i propri filari. E produzioni che, ad onta di prezzi alla portata di tutte le tasche, si fanno ben valere anche nei tanti concorsi che annualmente si tengono ovunque per il mondo.
Non mi posso dimenticare quella sera che, dopo una suggestiva salita zaino in spalla da Manarola, nelle Cinque Terre, ci trovammo in una splendida ed umbratile cantina di Volastra, dove venne spillato per noi – fresco premio alle nostre fatiche – un bicchiere del celebre Bianco di quelle terrazze famose in tutto il mondo.
Chissà quante di queste avventure hai vissuto tu, amico del Casello: perché non le racconti, qui, nei commenti?

Baciccia, sapori di Genova

Ho imparato molto sull’enogastronomia italiana leggendo le pagine di Luigi Veronelli, un fuoriclasse del quale parlerò, prima o poi, nell’apposito spazio.
So quanto il Vate della cucina (lo dico nel senso più nobile dell’espressione) osservasse ogni minimo dettaglio dei luoghi che visitava. L’occhio vuole la sua parte, in sala da pranzo ed in qualunque altra stanza della casa.
Conosco altrettanto bene la sua profondità, la sua acutezza, il suo sguardo distaccato e professionale che sapevano scavare ben sotto la crosta delle apparenze. Sono certo che avrebbe apprezzato Baciccia, la trattoria dove consumo di frequente i miei pranzi nei giorni di lavoro ormai da molti anni.
Pochi tavoli, aperto nella sede storica di Via del Colle solo a pranzo e nei giorni feriali, poco più di due ore di fuoco tra mezzogiorno e le due e mezzo con un ricambio continuo di pause pranzo che si rincorrono e che non vogliono arrendersi alla logica del tramezzino gommato, Baciccia mette fianco a fianco – letteralmente - l’onorevole e la studentessa, l’assessore e l’avvocato, lo scrittore ed il bancario per un primo o un secondo che cambia tutti i giorni, un bicchiere di vino, un frutto di stagione e due parole di calcio o di politica.
Da provare lo stoccafisso in umido del venerdì, però – attenzione! - bisogna arrivare presto. Non ne troverete uno uguale in tutta Genova. Ma anche i dolci fatti in casa: le torte, la crema catalana, i tartufi, e le tante variazioni sul tema.
Nel breve tempo a disposizione tutto è su misura, anche il conto. Ma non chiedete il caffè: terreste i tavoli occupati troppo a lungo…

Mangia (e bevi) come parli!

Nel paese che più di ogni altro al mondo può vantare concentrazioni di bellezze di qualsiasi genere (come vengano usate fa parte di un altro capitolo…), gastronomia ed enologia meritano un’attenzione tutta particolare.
Due forme di cultura, di buon vivere, dalle quali non si può assolutamente prescindere se si intende fare un ragionamento completo su tutto l’italico mondo.
Senza troppe pretese, proveremo in queste righe a focalizzare l’attenzione – e ben vengano segnalazioni, di ogni genere – su prodotti, vini, eventi, novità, prelibatezze, che ci sembrerà giusto ed opportuno raccontare agli amici.
Chissà che nel nostro piccolo non si riesca a contribuire all’affermazione del gusto e del piacere del mangiare e bere bene, ma senza che il portafogli ne risenta più di tanto.