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UN QUARTO COMPLEANNO...

 ...non forse così importante per la famiglia, ma molto significativo: oggi sono settantacinque anni della splendida "Ragazza del 1946", l'U.C. Sampdoria, la maglia dai coloripiù belli del mondo (come è riconosciuta a livello mondiale).

Auguri, blucerchiati!

UNA NUOVA RUBRICA SU LIGURIA SPORT: FUORICLASSE.

I primi tre articoli in indirizzo URL:

https://www.liguriasport.com/2020/10/21/fabio-quagliarella-il-giuseppe-verdi-blucerchiato/

https://www.liguriasport.com/2020/10/23/cento-anni-fa-il-tamburino-e-40-anni-fa-se-ne-andava-serafini/

https://www.liguriasport.com/2020/11/18/dalla-sfida-tricolore-pietrangeli-panatta-a-jannik-sinner/

BUON NATALE BLUCERCHIATO AL CASELLO!!!



Non può mancare un augurio di buon Natale e di felice 2020 a tutti gli amici del "Casello"... e il Casellante lo fa esponendo uno dei (rari) momenti di gioia autentica, almeno sul fronte calcistico!
Arrivederci nel 2020, al "Casello"!

CIAO, PRESIDENTE GIAN LUIGI!

Ci sono persone che, nella nostra vita, ci appaiono come piccoli ologrammi silenziosi e discreti, che sembrano non voler mai essere di turbamento ma non per questo non lasciano segni indelebili lungo il proprio percorso.
Ecco, Gian Luigi Corti non apparteneva a questa genia. Era un personaggio estremamente rumoroso, presente, inarrestabile, come quei liquidi che invano si cerca di fronteggiare con paratie e accorgimenti vari per evitarne l'invasione. Un lago artificiale dalla volumetria ben superiore alla diga che avrebbe provato a contenerlo. Impossibile non accorgersi di lui, delle sue idee, dei suoi progetti.
E' stato un maestro, un trascinatore, un precursore, un profeta, un guerriero, fino agli ultimi giorni: veloce di azione e ancor più di pensiero, intravvedeva cattedrali dove altri contavano a malapena mucchi di pietre informi. Ha fatto tanto, tantissimo, per il giornalismo ligure, capace di creare rete ben prima e ben oltre internet, punto di contatto tra mondi che, altrimenti, mai si sarebbero parlati. E ha fatto tantissimo per lo sport italiano e genovese, in particolare per la pallavolo, tenendo a battesimo i vittoriosi esordi internazionali di quel movimento che da oltre quarant'anni è all'avanguardia nel mondo.
Il Casellante piange oggi la scomparsa di Gian Luigi Corti, al quale deve moltissimo, e più di ogni altra cosa l'aver contribuito alla realizzazione di un sogno – essere giornalista sportivo, esecitare la professione per la quale ci si sente vocati anche quando la settimana lavorativa racconta storie diverse, frequentare quelle stanze così sognate da ragazzo – con le sue intuizioni, la sua generosità, la sua umanità, il suo cercare soluzioni dove altri vedevano problemi e trasformare la routine in avvincenti sfide.
Senza retorica, per chi volesse approfondire la figura complessa e significativa di Gian Luigi, si rimanda al bell'articolo letto oggi sull'edizione online del “Secolo XIX”, che per un periodo fu anche la sua casa:
https://www.ilsecoloxix.it/sport/2019/09/05/news/lutto-nel-giornalismo-ligure-e-mancato-gianluigi-corti-1.37417138
Per il resto, Il Casellante si stringe a Maria Carla, Paola e Michele in un caldo abbraccio. Non può servire – le parole non bastano e non contengono – ma il solco tracciato da colui che resterà per sempre il “Presidente” non si cancellerà.

UN ALLENATORE COI FIOCCHI

Devo dire la verità: quando fu annunciato l'arrivo alla Sampdoria di Marco Giampaolo, al posto di Vincenzo Montella (destinato al Milan, liberato da una clausola capestro con la Fiorentina grazie ad un colpo di mano di Ferrero, e adesso - ironia della sorte - nuovamente sulla panchina viola), beh, ero sicuramente tra gli scettici. Avevo davanti agli occhi episodi che, sommati, mi facevano pensare fosse una scelta rischiosa, a dir poco. Esoneri a raffica, fughe con certificato medico, carattere indecrittabile, e ci sarebbe da continuare.
Giorno dopo giorno, partita dopo partita, e sono ormai tre anni, questo allenatore mi ha davvero conquistato. Mi piace quando allena, quando siede in panchina, quando parla davanti ai microfoni di partite da compiersi o già agli archivi, oppure quando discetta di altro, ad esempio di cosa significhi il mestiere di allenatore al giorno d'oggi.
Poco alla volta non solo ho imparato ad apprezzarne le qualità tattiche, non solo ho imparato a cercare, in campo, i dettagli dei suoi dogmi - la difesa schierata in linee perfette, il centrocampista centrale che si fa vedere, le mezze ali che corrono ad accorciare il campo in senso longitudinale, e via continuando - ma ho imparato persino ad apprezzare i suoi limiti, a comprendere i suoi (eventuali) errori, a giustificare le imbarcate - grandi e piccole - che la sua Sampdoria continua a prendere, anche quando magari non te lo aspetteresti.
Così, prima che sia tardi e anche questo campionato debba essere destinato agli almanacchi, ci tengo a fare outing e a professarmi, qui davanti al "Casello", un Giampaoliano fatto e finito. A bearmi della sua ennesima vittoria contro i rivali cittadini tetramente bicolori, e a non dolermi più di tanto dell'infausto secondo tempo di Bologna, campo sul quale conto di vederlo vincere prima o poi, vista la poca simpatia che nutro per città, popolazione, tifoseria, squadra (e colori sociali).
A tenere banco, in queste settimane, è la possibilità che la Sampdoria cambi padrone. Non ho elementi per esprimermi nè in un senso - credo sia incontestabile che Ferrero, bravo e/o fortunato, abbia lavorato bene nel suo quinquennio, e non mi sembra giusto fare paragoni con dirigenze passate, tutte a loro modo apprezzabili - nè nell'altro. Un auspicio, però, lo butto lì: mi piacerebbe che, al ritiro di luglio, a guidare il pullman della squadra verso le Alpi sia ancora un autista abruzzese nato a Bellinzona.

SAMPDORIA, PROGRAMMAZIONE E BUON SENSO... TATTICO.

Mentre scrivo queste note non so ancora come andrà a finire la partita che lunedì 3 aprile vedrà di fronte Inter e Sampdoria. Però due considerazioni volanti mi sento di esprimerle.
La prima riguarda entrambe le squadre. Hanno al timone due tecnici italiani ancora giovani e motivati, con idee di calcio moderne e concrete. Possono non piacere – parlo delle idee – ma in campo sono riconoscibili in modo chiaro. Si basano sul buon senso e sul materiale umano a disposizione, ottimo per tutte e due le realtà se si fa riferimento ai rispettivi obiettivi.
Credo non sia un caso che, mentre a livello talenti la serie A e il calcio italiano attraversino una fase di transizione, i nostri tecnici siano tra i più apprezzati a livello internazionale e siedano su panchine di grande prestigio. E’ molto più raro il contrario.
La seconda considerazione riguarda la Sampdoria, che ha vinto anche il secondo derby della stagione, con pieno merito. E mentre la partita d’andata era stata più equilibrata e aveva visto trionfare la sagacia tattica di mister Giampaolo, la partita di ritorno ha evidenziato un gap netto in termini tecnici. I giovani a disposizione del tecnico abruzzese sono cresciuti molto nel corso dell’anno, anche proprio grazie alla pazienza e alle virtù didattiche dell'allenatore, e se qualcuno deve ancora dimostrare di valere quanto ci si attende, altri appaiono già maturi per traguardi più impegnativi.
Sarà questa, credo, la sfida del prossimo anno, non meno di quella che attenderà la dirigenza blucerchiata in sede di mercato per non disperdere in poche settimane quanto di buono realizzato in un anno di lavoro intenso e proficuo.

DERBY DELLA LANTERNA: PERCHE' IL DORIA HA MERITATO.


Derby ne ho visti tanti, ma tanti tanti. E ogni volta è un'emozione nuova e indescrivibile, che ti fa battere il cuore e fremere, esultanza e depressione, in un cocktail micidiale per le coronarie che gli anni trascorsi sicuramente non irrobustiscono.
Lo ha vinto la Sampdoria, questo derby. Il 113. La macchina di Topolino e il numero della Polizia. Ho sentito tante opinioni: tecniche, tifose, acide e gioiose, simpatiche e strafottenti, rancorose e allegre.
Non voglio aggiungere la mia. Però, come mi ha suggerito qualcuno, se avete il tempo di capire come e perchè la Sampdoria – il mio Doria – abbia vinto con merito una partita difficile e ricca di emozioni e colpi di scena, vi rimando all'analisi tecnica che trovate su un sito che ho trovato interessantissimo. Www.ultimouomo.com
Nell'articolo “i compromessi di Giampaolo”, Dario Saltari (che non è genovese, e quindi non è partigiano) spiega con acume le chiavi tattiche che hanno impedito all'avversario – sono uno dei tanti “figli” di Paolo Mantovani, e non lo nomino – di avere la meglio.
Sono certo che anche tanti amici dell'altra sponda si troveranno d'accordo. Per una sera mi sono riconciliato con la professione di allenatore. Se fatta bene, come ogni mestiere, è un'arte.

CHI RACCONTERA' L'ITALIA AI MONDIALI?

Todi è una di quelle città che fa dell’Italia un paese unico al mondo: una piccola capitale, racchiusa entro mura medievali conservate meglio di tanti ospedali degli anni settanta, con il Duomo e i palazzi pubblici, e anche quelli dei notabili del paese a dare lustro al piccolo centro.
Una cornice unica, dove si mangia e si beve in diretta relazione con quanto si vede, per un evento di grande interesse, ossia la presentazione, a cura del gruppo umbro dell’Unione Stampa Sportiva Italiana, degli eventi mediatici che accompagneranno l’Italia calciofila nel periodo mondiale, in pericoloso – per le consorti – avvicinamento.
E così, accanto al presidente Remo Gasperini e al “regista” Giuseppe Occhioni, ecco Jacopo Volpi a raccontare cosa farà la tivù di stato e Massimo Corcione a rispondere con la ricetta di Sky. Ma anche Riccardo Cucchi, voce principe del football radiofonico d’oggi, a spiegare cosa combinerà la cara, vecchia radio, e poi i colleghi della carta stampata per chi vuole approfondire oltre i microfoni.
In platea, anche tanti studenti, ed in particolare i ragazzi del locale liceo classico: è tra loro la voce che ci racconterà i Mondiali del 2030, quelli che si è aggiudicato Marte?

IL GIRO DEL CENTENARIO

Si è concluso oggi il Giro d'Italia del centenario, un'edizione che francamente mi è parsa al di sotto delle aspettative e priva di vere vedettes.
Ha vinto il russo Menchov, al primo successo importante della sua carriera, cosa che la dice lunga sul livello della corsa rosa di quest'anno. Tanto per dire, lo scorso anno Alberto Contador aveva destato ben altra impressione.
Maluccio gli italiani, sebbene tutti nelle posizioni di immediato rincalzo: Di Luca non è riuscito a staccare il vincitore in salita, Pellizotti sembra sempre mancare del centesimo che serve per fare il milione, mentre Ivan Basso non è ancora quello di prima della squalifica (e i maligni sosterranno che le accuse avevano un loro fondamento).
Mi è parso però che gli organizzatori abbiano in qualche maniera peccato in certe scelte che alla fine si sono rivelate poco premianti. Da una parte, il percorso è apparso meno duro che in altre circostanze; dall'altra, la scelta di limitare a due e mezza le tappe alpine (e per giunta nella prima settimana di corsa) ha penalizzato gli attaccanti, in primis lo stesso Di Luca, che ha poi dovuto aggrapparsi alle pur interessanti tappe appenniniche dell'ultima settimana (con il Block Haus - già fatale a Merckx negli anni settanta, che lì prese la paga da Josè Manuel Fuente - limitato di cinque, forse determinanti chilometri). Premiati invece i passisti, che hanno potuto beneficiare della lunga e spettacolare - non foss'altro che per il percorso - cronometro delle Cinque Terre.
L'impressione, però, è che il ciclismo manchi da tempo di protagonisti all'altezza, o comunque anche solo ingombranti. Il rientrante Armstrong, al quale su queste pagine Francesco non ha lesinato critiche "etiche", non è più lui, anche solo per motivi anagrafici; Sastre - vincitore dell'ultimo Tour de France - è apparso discontinuo; Basso ancora lontano da una condizione accettabile; Di Luca troppo ancorato a tattiche piratesche; Simoni è sul viale del tramonto; Cunego un'eterna promessa mai del tutto sbocciata; Leipheimer, Pellizotti e tutti gli altri incompleti. L'unico corridore che appare al momento all'altezza di una grande corsa a tappe sembra appunto Contador, maglia gialla nel 2007 e rosa nel 2008. Il Tour ci dirà qualcosa di più.

ARMSTRONG: UN MOSTRO DEL CICLISMO?

Da Francesco, il nostro più assiduo notista, un sasso in piccionaia sulla carriera di Lance Armstrong, il corridore texano vincitore di sette Tour de France: un fuoriclasse o un furbastro?
Non mi sono mai stati simpatici gli americani, per mille ragioni: storiche, politiche, militari, cinematografiche, culturali, alimentari e sportive.
Proprio nell’ambito dello sport, ho trovato l’“americano tipo”, quello che è antipatico per forza.
Il suo nome è Lance Armstrong, un ragazzone texano, ciclista professionista dalla storia, personale e agonistica, infinita.
Ciclista di buon livello, ad un certo punto della sua vita si ammala di tumore, fa commuovere il mondo intero per la sua tenacia nel voler sconfiggere il cancro e risalire in bici.
Lance, che oggi ha 38 anni, ha però subito destato più d’un sospetto: torna in sella e diventa una “macchina” da guerra…anzi una bici a motore!
Molti colleghi lo accusano di assumere sostanze dopanti, mascherate dai farmaci che è obbligato a prendere per proseguire la terapia di prevenzione anticancro.
Vince Tour de France a ripetizione, 7 per la precisione…ma non riesce a vincere due rivali.
Il primo fu Marco Pantani: niente da fare, in salita il Pirata di Cesenatico aveva una marcia in più.
Nel 2000, al Tour va in scena la tappa più dura:il terribile Mont Ventoux.
Pantani era fuori classifica e al primo accenno di vera salita, via la bandana e su, sui pedali a “menare il ritmo”; l’odioso texano, circondato da compagni di squadra, cede dopo poche pedalate.
Armstrong, favorito dal lavoro dei suoi gregari, recupera il Pirata quasi all’arrivo ma, in volata, vince l’italiano.
Ai giornalisti “Turbo” Lance dichiarò: “l’ho fatto vincere, per non sprecare energie”; Pantani, che non ricevette alcun regalo, andò su tutte le furie e giurò vendetta (agonistica) all’americano; purtroppo, per le amare e tragiche vicende che conosciamo tutti, quella rivincita non fu mai disputata!
Il secondo nemico di Armstrong è Filippo Simeoni: l’italiano, vincitore 2008 del Campionato Italiano di ciclismo e detentore della maglia tricolore, non è un rivale in gara, ma un vero e proprio nemico del texano nella vita.
Il Campione Italiano, nel 2002 dichiarò d’aver comprato delle sostanze dopanti dal medico di Armstrong e, rivelò senza problemi, che lo stesso dottore gli disse che anche il texano faceva uso di sostanze dopanti.
Da quel momento Lance dichiarò una guerra spietata all’italiano, fatta di minacce in gruppo e ritorsioni sportive e non; il culmine fu una tappa del Tour del 2004, quando Simeoni andò in fuga e Armstrong mise tutta la sua squadra a “lavorare” per riprenderlo.
Raggiunto il corridore lombardo, lo minacciò dicendogli: “Tu non puoi! Comando io!”.
Da allora, ci furono mille altri screzi tra i due; alla fine del 2007 Lance si ritira, ma senza grosse sorprese decide di ritornare in sella a fine 2008; decide di partecipare a Giro d’Italia e Tour de France.
E’ di oggi la notizia che la squadra della maglia tricolore Filippo Simeoni è stata esclusa dal Giro, a pochi giorni dalla partenza, senza una motivazione precisa da parte degli Organizzatori.
Il corridore Italiano ha dichiarato:”Secondo voi, chi c’è dietro la mia esclusione? Ora basta, sono arrabbiato e deluso, restituirò la maglia tricolore”.
Ancora una volta, lo Zio Sam è venuto in Italia a comandare.

COME LASCIARE IL SEGNO...

Dieci anni di bidoni rossoblucerchiati raccontati da Francesco.
1999-2009 10 anni di alti e bassi per il calcio rossoblucerchiato, forse ora davvero tornato ai livelli che tutti noi speravamo; Milito, Cassano, Pazzini e Thiago Motta, Matteo Ferrari e Palombo…giocatori sicuramente che qualche anno fa ci saremmo sognati!
Ma quanti giocatori-bidoni sono passati sotto la Lanterna?
Andiamo indietro giusto di due lustri e iniziamo a ricordare i rossoblù Marquet, Bolla, Carfora e Pelliccia…ma non dimentichiamoci di Eddy Mengo!
Di quest’ultimo giocatore, un terzino destro, i giornali genovesi dissero che fu sottratto alla Juve!
Forse non specificarono che il “furto” d’astuzia in sede di calciomercato fu perpetrato non alla “Madama ruba scudetti” ma evidentemente alla Juve Stabia…date le scarse abilità del giovane ex fermano!
Per la Samp quell’anno arrivarono Sgrò, che non esplose mai, il pacco “English” Sharpe, e il migliore amico di tutti i baristi di Nervi e Sturla…Catè Lemes Tozze!
Poi negli anni a seguire fu la volta di Macaluso e l’eterna promessa Zè Francis.
Scorrendo gli almanacchi arriviamo a Martino Traversa (ricordato per un espulsione gratuita in un derby di B vinto dal Genoa, per un fallaccio d’esasperazione su Carparelli), Bedin, Jurcic, Bolano e una piccola citazione anche per Massimo Marazzina, arrivato per esplodere a suon di gol e finito nel mirino dei tifosi della Sud.
Il Genoa, però non fu da meno: arrivarono il “metronomo” Breda, il veloce Rimondini e il panzer Sobczack; a seguire negli anni il nuovo Buffon di Tunisia, Chockri El Ouer, la pantera del deserto Mhadebi e l’oggetto misterioso Marius Sava…tutti “pacchi”!
Peccato però che anche negli anni a venire, i rossoblù si riempirono dei vari Mario Cvitanovic, Scantaburlo e Piotr Matys; toccò poi anche al “portierone” olandese Oscar Moens e al nippo-svedese Ishizaki.
La Samp, però rispose con una promessa del calcio giovanile, Biagio Pagano, ragazzo dotatissimo ma discontinuo e acerbo;poi fu la volta di un ragazzo del Sol Levante, rimasto famoso più per il coro dedicatogli alla Sud che per le sue gesta calcistiche: Yanagisawa.
Gli ultimi da citare in casa blucerchiata sono più “invenzioni” giornalistiche che geni del pallone; secondo i “maestri” della carta stampata arrivarono a Genova dei veri fenomeni: Kutuzov, Artipoli, Padelli, Zamboni, Zivanovic, Miglionico, Bonanni e Gulan…nessuno di loro ha lasciato il segno!
Nota a parte per il figlio di un nuovo “amico” della nostra Italia: Al Saadi Gheddafi, figlio del leader libico, giunto in blucerchiato più per motivi economici che calcistici.Il Genoa, nella storia recente fece vestire la sua gloriosa casacca a svariati “fenomeni” pescati qui e là per l’Italia e il mondo ma, tutti, dopo una breve esperienza lasciarono Genova; ricordiamo, con poca malinconia, Grando, l’uomo GEA Mamede, Giuntoli, Biasi, Pedro Lopez, Zeytulaiev, Lanza e Wilson.

Sport, che passione!

Commentiamo qua insieme le vicende sportive più importanti, dal campionato di calcio agli eventi principali degli sport, in forza del fatto che (per mia grande fortuna!) lo sport è anche parte integrante della mia attività professionale.