UN ANNO AL CASELLO!

E’ trascorso un anno da quando, senza troppe conoscenze né capacità, e persino con poca attenzione verso cosa come quando eccetera, il vostro Casellante è salito sul primo treno e ha raggiunto questa sua destinazione.
Un anno intenso, ricco di eventi, denso di fatti e curiosità, molti dei quali hanno avuto eco sul nostro nodo di scambio che poi ha trattato anche spesso argomenti poco risaputi e più “de noantri”.
Seimila le visite, cinquecento al mese, isole incluse, che per un’iniziativa ignorata dai media principali e finora (deliberatamente) passata sotto traccia sono davvero una cifra ragguardevole. Un traguardo importante di suo, ma anche utile per comprendere quale direzione intraprendere, in che modo proseguire.
Il secondo anno al Casello porterà altre novità: qualcosa muterà nella grafica, i contenuti verranno costantemente aggiornati, si punterà ad allargare la cerchia degli amici (e, aggiunge il Casellante, anche quella dei nemici).
Una cosa però il Casello chiede ai suoi amici: una maggiore intraprendenza nella partecipazione. Al momento della partenza in tanti avevano giurato presenza attiva, mentre invece note, commenti e contributi sono stati numericamente scarsi, soprattutto in rapporto alle visite (quelle, al contrario, sostanziose).
Sappiamo per certo che la pigrizia è il nemico da combattere e vincere. Poiché intervenire è molto semplice e non richiede né autenticazioni né registrazioni, proviamo ad eliminare questa nostra ingombrante compagna di vita.
Evviva!

PER UNA VERA LIBERTA' DI STAMPA

Tanti di voi lo sanno, sono un giornalista. Lo sono non “lo faccio”. E’ un mestiere che – al pari di pochi altri - coinvolge l’essere, non l’occuparsene. A questa professione tengo particolarmente perché è la mia, quella che voglio, quella che sono capace di fare, io, comunicatore per indole e attitudini, perfino a prescindere da dove mi possano portare le contingenze e le necessità di bottega.
Conosco quindi piuttosto bene le dinamiche che muovono questo mondo, con l’aggiunta che ho anche la fortuna di vivere due diversi contesti lavorativi talmente spaiati tra loro da consentirmi raffronti audaci ma con cognizione di causa.
E allora: se il “padrone” azienda finanziaria (o commerciale, o industriale) – con tutti i difetti che possa avere – appare infinitamente più serio (rispettoso degli impegni e delle persone, organizzato, preciso) del “padrone” editore, sul piano dell’espressione individuale la bilancia pende esattamente dall’altra parte. Il giornalista gode di licenze che il più callido impiegato nemmeno s’immagina.
Ciò premesso, sistemati – da uomo di penna – alcuni puntini sugli “i”, trovo ridicolo – massì, RIDICOLO, MAIUSCOLO – che in Italia si manifesti per la libertà di stampa, contro un presunto bavaglio che un presunto tiranno imporrebbe con la conseguente deriva dittatoriale che tenderebbe a mettere la mordacchia alle voci non allineate.
Ma scherziamo? Possibile che pochi o nessuno si rendano conto di quanto sia cretino sostenere queste teorie strampalate, tutte politiche (partitiche, partistiche, faziose), nel Paese delle seicento testate e delle milleduecento (1.200) emittenti? Chiunque – compreso il vostro Casellante – può permettersi di dire e scrivere quello che vuole, assumendosene la responsabilità. Vi pare poco? Nelle dittature (che so, cari progressisti: diciamo Cuba) succede qualcosa di anche lontanamente paragonabile?
Non è forse libertà di stampa, in uno stato che versa agli editori (che ne fanno un uso fin troppo disinvolto) mille milioni di euro all’anno, unico caso al mondo, poter vomitare veleno sulla fazione che si intende avversare, a monte e a valle del fatto che ciò che si scrive sia vero o anche solo verosimile?
Un atteggiamento cialtronesco e poco credibile, salvo per i gonzi che “l’importante è dare addosso all’usurpatore illegittimo”, e chissenefrega – in nome della democrazia – se la gente lo ha votato. Le elezioni sono dopate, estrogenate dal tiranno, quindi invalide, e il risultato anticostituzionale. Lo scrivono, poverini, però non si sentono abbastanza liberi…
La stampa è libera, altro che idiozie: sono certi suoi esponenti a non esserlo.

LE PERSONE SCOMPARSE, UN DRAMMA CHE SI RIPETE

Anni di attenzione al mondo della “nera” mi hanno convinto di una cosa: se per l’ordinamento giuridico inglese, a diritto non codificato, il principio saliente è il cosiddetto “habeas corpus” (in soldoni: presentati con una prova e io ti farò giustizia), il modo migliore per farla franca – e realizzare così il delitto perfetto, luogo dell’immaginazione di tante menti perverse – passa attraverso la negazione di tale principio.
Avete mai riflettuto, amici del Casello, a quante persone scompaiono ogni anno in Italia e nel mondo? Un numero incredibile. Un fenomeno, questo, giunto solo negli ultimi vent’anni sotto gli occhi dei riflettori mediatici, segnatamente grazie alla trasmissione “Chi l’ha visto?”, esempio positivo – malgrado qualche contaminazione ideologica, specie negli ultimi anni – di televisione di servizio, che ha contribuito a far luce su molti casi drammatici e a tenere alta l’attenzione su tantissimi altri sui quali gravava altrimenti la cupa prospettiva dell’oblio.
Certo, c’è chi sparisce deliberatamente. Succede, ed in questi casi nessuno discute il diritto di chi porta la propria avversione verso il mondo che lo ha visto protagonista fino al giorno prima fino alle estreme conseguenze. Ma la stragrande maggioranza delle scomparse racchiude in sé un dramma. Della solitudine, della malattia, della disperazione, della disattenzione. Quando non dell’incontro sbagliato.
Sì, perché – chi segue questo genere di vicende lo avrà notato – quando uno scomparso non viene ritrovato nei primi tempi dopo la sparizione, è assai probabile che sia morto. Una disgrazia, un suicidio, un delitto: la statistica dice che le (rare) persone ritrovate a distanza dalla scomparsa non potranno quasi mai raccontare cosa è davvero accaduto.
E quindi, pensando a casi anche recenti: quante famiglie non hanno nemmeno la consolazione di una pietra sulla quale piangere la persona cara! E, come corollario: quanti delinquenti, con tutta probabilità, si nascondono tra noi, a volte solo sfiorati dal sospetto, a volte neppure quello.
L’associazione “Penelope” da anni si batte per il conforto e l’aiuto alle famiglie delle persone scomparse, promuovendo anche un’iniziativa legislativa che possa contribuire a far luce sui tanti, troppi misteri irrisolti (alcuni anche di risonanza mondiale, dalla scomparsa dei cattedratici Ettore Majorana e Federico Caffè a quella di Emanuela Orlandi e Mirella Gregari, fino al giudice Paolo Adinolfi). Ad esempio, in Italia non c’è una banca dati accentrata che metta in relazione i cadaveri senza volto conservati per anni negli istituti di medicina legale con le persone scomparse.
Noi, qui al Casello, se possibile una mano la diamo volentieri. La parola a voi che transitate da qui.

CHEESE! SORRIDI...

Bra è una graziosa città piemontese dall’impianto romano ma dall’impronta barocca, una delle tante, piccole capitali di cui è disseminata la Provincia Granda e, più in generale, il Piemonte.
Alle porte del Roero e a pochi passi dalla Langa, Bra è rinomata tra le altre cose per il suo eccellente formaggio DOP, nelle versioni “Duro” e “Tenero”.
Anche solo per questo l’antica “Brayda” si fregia del titolo di “Capitale del Formaggio”, che si concretizza in settembre nei tre giorni di “Cheese”, una delle manifestazioni del settore di maggior rilevanza al mondo, organizzata con crescente successo da Slow Food.
Nell’ordinato ed elegante centro cittadino si susseguono gli stand e le iniziative, con espositori provenienti da molte parti del pianeta.
I visitatori – tanti, di ogni età – possono degustare prelibatezze note e prodotti di nicchia, in un caleidoscopio di sapori che sa soddisfare esigenze e palati diversi.
Naturalmente, l’Italia domina la scena, con le sue produzioni più famose ma anche con etichette note solo in ambiti ristretti.
Non possono e non devono però essere tralasciati gli altri attori di grande rilevanza internazionale, come Svizzera, Francia, Olanda, Spagna, Irlanda, la Gran Bretagna con il famoso e prelibato Cheddar nelle diverse stagionature.
Qua e là – in fondo da queste parti si beve un mondo straordinario di vini rossi e bianchi – ecco aprirsi anche stand enologici, dove sgrassarsi il palato con un bicchiere di vino buono.
Una bella iniziativa, quindi, che ci sentiamo di promuovere, proprio come da quelle parti si promuovono le eccellenze casearie di tutto il mondo.

AMICO DEL CITTADINO???

Che i vigili possano essere utili al traffico ormai sono in pochi a crederlo. Forse parliamo di una categoria sfortunata: invisi alla gente, ingombranti quando sarebbe meglio non ci fossero e assenti quando necessari, la loro presenza agli incroci di norma sembra aggravare l’ingorgo anziché renderlo più spedito.
Da tempo gli amici di “Onde Storte”, la trasmissione cult di Radio Nostalgia che ha festeggiato qualche mese fa i trent’anni di etere, ne fanno una caricatura che esaspera i toni di un atteggiamento che ricorda quello dei “forti con i deboli, deboli con i forti”.
Un episodio recente accaduto ad un amico, finito anche sulla stampa cittadina, pare enfatizzare ancora di più questa loro poco simpatica nomea.
Questo amico, che proprio debole non è (è un ex parlamentare ed ex assessore regionale), incontra sul suo scooter una macchina dei vigili che procede a lampeggianti spenti sulla corsia degli autobus. Poco male, pensa lui, però se non hanno fretta perché non stanno nelle corsie ordinarie? Poi si affianca alla vettura, e vede che il cantunè al volante sta tranquillamente usando il telefonino. “Non è un bell’esempio!”, dice loro.
Al che, inesorabile, parte la ritorsione: “Accosti e favorisca i documenti”.
L’amico ribadisce: “Visto che non avete fretta, usate le corsie ordinarie e fermatevi a telefonare.” Ovviamente la perquisa si fa più severa, e - come sempre in questi casi - qualcosa che non va lo si riesce a trovare: 78 euro di multa per gomma posteriore usurata.
L’amico, giustamente, ha scritto al comandante dei vigili, con nomi e cognomi. Se fossimo in un paese normale, e soprattutto in una città normale, mi attenderei provvedimenti molto seri verso i due artefici di questa vessazione bella e buona. Ma non credo andrà così.
La cosa che più amareggia il cittadino è che questi signori non solo credono di avere diritto ad una sorta di impunità (e poi c’è chi fa le crociate contro il Lodo Alfano… ridicoli!), ma guadagnano di più, si avvicinano al loro budget annuo, fanno risultati, come in qualunque azienda, visto che abbiamo recentemente scoperto che i vigili prendono la cagnotta -ufficiale, ma che non si sappia in giro, e comunque pur sempre cagnotta – sulle multe affibbiate.
Mi chiedo, e vi chiedo: dov’è il servizio al cittadino?