UN FALSO MITO, UN NEMICO SUBDOLO E VERO: LA MERITOCRAZIA.

Tutte le parole che portano la desinenza "-crazia" si accompagnano ad un rischio che pochi sono in grado di riconoscere: essere mitizzate, assolutizzate e trasformate quindi in valori, quando in realtà sono mezzi o, meglio ancora, metodi organizzativi.
È un discorso complesso, e sicuramente troveremo spazio e tempo per parlarne in futuro.
Oggi, al "Casello", ci vogliamo concentrare su una di queste parole, che sta diventando una sorta di mantra nel pubblico e nel privato, fino ad assurgere allo status di feticcio, sempre invocata come panacea di tutti i mali mentre, al contrario, si dimostra spesso un pericoloso strumento di indirizzo, controllo, inclusione e soprattutto esclusione sociale e individuale.
Questo parola è "meritocrazia".
È un concetto introdotto, con accezione negativa, dal sociologo inglese Young, sul finire degli anni cinquanta. E già questo avrebbe dovuto far comprendere molte cose.
Poi, come spesso capita per quanto di peggio offra ciò che proviene da cuiture del tutto estranee alla nostra tradizione, la meritocrazia è stata adottata, riconfigurata e promossa in prima linea da quella sorta di "senso comune" di manzoniana memoria, per il quale un concetto non è vero perché dimostrato, ma perché - rimbalzando da una portineria ad un salone da parrucchiere, fino a qualche interminabile riunione, meglio se a distanza - considerato vero da sempre più ampi cerchi concentrici di popolazione, per lo più di scarsa cultura e ancor meno buon senso. E, sia ben chiaro, a prescindere dal titolo di studio, che spesso - anzi - costituisce un'aggravante. E a prescindere persino dalla possibilità di effettivo accesso ai ruoli che si ambirebbe a ricoprire, giacché la meritocrazia è questione di élite. Anzi, è uno strumento in mano alle elite che ne hanno contaminato innumerevoli ambiti sociali partendo dal mondo degli affari, in concreto tra i meno meritocratici in assoluto, superato forse solo dalla politica, il cui principale criterio di allocazione degli spazi risulta essere - come sottolinea spesso Paolo, uno dei grandi amici del Casello (lui si riconoscerà) - quello della coda (chi è in lista d'attesa da più tempo).
Il governo di chi "merita" è un'utopia, ma se non lo fosse sarebbe la più crudele delle bugie. Perché non c'è nessuna oggettività nel concetto di merito, e quindi la meritocrazia sarebbe semplicemente il regime di chi risponde al meglio a criteri imposti da una regia più alta e remota.
In rete sono reperibili molti saggi sulle storture indotte dall'assunzione acritica della meritocrazia come chiave per il miglior funzionamento di organizzazioni, istituzioni, scuole, aziende. Basta riflettere su quanta incidenza abbiano il caso e le circostanze favorevoli, che il tifoso della meritocrazia tende, con malizia o con superficialità, ad ignorare. Ma senza tornare ad Aristotele o a Sant'Agostino e alla sua intelligente demolizione dell'eresia pelagiana sono sufficienti alcune riflessioni sparse.
Intanto, la prima cosa che salta agli occhi è che il cosiddetto "merito" non è una categoria oggettiva, in altre parole definendosi - eterogenesi dei fini - come il contrario di quanto vorrebbe rappresentare. La valutazione del merito parte dal presupposto che il "meritante" sia in linea con ciò che ci si attende da lui, che compia solo ed esclusivamente - possibilmente in modo acritico - quanto gli viene richiesto, con la prospettiva di essere premiato o non riprovato; e non che sia una persona capace, abile o talentuosa (attenzione, amici che state seguendo questo spunto, a questi aggettivi: sono la tesi di fondo, nonché tenaci avversari del "merito").
Sì innesca quindi un meccanismo perverso, in base al quale solo alcuni comportamenti possono "meritare", e dalla parte del "meritante" sorge una specie di diritto al riconoscimento del merito, vissuto come una forma di giustizia retributiva e come iniquità quando ciò non accade, mentre il "non meritante" vive la doppia frustrazione da un lato di sentirsi escluso e, in qualche modo, spesso vilipeso, e dall'altro di non vedere riconosciute le proprie qualità, perché considerate inutili alla causa.
Il talento è un dono, non un merito. Se invece si iniziano a considerare il talento e le capacità come un merito, selezionandone soltanto alcuni di più immediato ed utilitaristico impiego, va da sé che l'incapacità o la presenza di abilità non considerate funzionali diventano automaticamente demeriti, e - in buona sostanza - colpe. Ecco quindi la meritocrazia assurgere allo status di legittimazione etica della diseguaglianza. Una diseguaglianza, va aggiunto, legata all'accesso al potere, non alle qualità dei singoli. Perché va comunque detto che è diseguaglianza sia trattare in modo differente situazioni tra loro uguali, sia trattare in modo uguale situazioni differenti (il peccato mortale di ogni generalizzazione e di qualsiasi forma di massificazione).
Non è un fenomeno nuovo, anche se oggi vive una fase di forte espansione. In un periodo storico dove appare evidente la volontà di far sentire scomode le persone sulle sedie che occupano, il talento è pericoloso perché sa fare cose diverse rispetto al cliché dominante. Se non si trova il modo di utilizzarlo nell'alveo del prestabilito - quanta ottusità materialista in questa immagine! - va semmai ostacolato, limitandolo o minimizzandolo.
Esiste poi un numero crescente di studi che dimostrano come il credere nella meritocrazia non sia soltanto fallace, ma renda gli individui più gretti, egoisti, autocratici, poco inclini all'autocritica e impermeabili alla verifica costruttiva del proprio operato.
In realtà gli antidoti contro l'usurpata egemonia del merito esistono, e sono di due specie. La prima è costituita dal talento, dalla capacità, dalla conoscenza, dall'abilità, e guarda il merito dall'alto. Non si tratta di una caratteristica unitaria, perché tantissimi sono per l'appunto i talenti, le capacità, le conoscenze, le abilità. La cosiddetta "meritocrazia" vive crogiuolandosi nel proprio potere autoreferenziale - qualcuno dice icasticamente "autocongratulante" - di promuovere alcune - poche - capacità e di ignorarne (quando non stroncarne) molte altre. Ma è sufficiente riflettere su quanti talenti oggi non vengono utilizzati, anche quando sarebbero utilissimi: la mitezza, la riflessività, oppure la capacità di comporre i conflitti, o la dialettica, solo per citarne alcuni.
Appare evidente, quindi, che la "qualitocrazia" costituirebbe una ben più efficace svolta sociale e organizzativa.
La seconda specie guarda alla meritocrazia dal basso, e diventa talvolta un grido di dolore, quasi sempre inascoltato: è la gratuità. Chi non merita - e abbiamo capito cosa significa davvero "meritare" - rimane indietro. Non dispone di mezzi, di accesso, di visibilità, di opportunità, e per giunta è spesso vittima di pregiudizio e preconcetto. Alla valutazione sulla mancanza di merito si associa sovente quella sulla mancanza di qualità, una sorta di riprovazione morale per non aver meritato, mischiando nello stesso calderone due ingredienti che, invece, appartengono a categorie quasi opposte.
La gratuità è la vera, grande nemica della meritocrazia, che la combatte e la evita. Nei meritocrati più intelligenti (e perfidi), negandole gli spazi; nei replicanti più ottusi, immaginando sempre chissà quale dietrologia porti con sé la proposta disinteressata e diversa.
Gratuità e talento sono parenti stretti, perché il talento è dono. Il merito è, al contrario, l'illusione di avercela fatta da soli, il reclamare una retribuzione per la propria volontà di assecondare.
Pensare che il merito
- e non le qualità (tecniche ma soprattutto umane) - possa risolvere i problemi del nostro tempo è come affidare alla Banda Bassotti le proprie finanze. Sappiamo già come andrà a finire.

L'AMBIENTALISMO COLLATERALISTA DI CASA NOSTRA

Da molto tempo il Casellante è arrivato alla conclusione che certe associazioni "ambientaliste" siano, in realtà, autentiche quinte colonne di ciò che resta della sinistra massimalista.
Apriorismi, battaglie contro il progresso, scelte incomprensibili (dov'erano questi signori quando si costruiva una delle reti autostradali più estese d'Europa, o quando si regalavano all'autotrasporto merci autentiche praterie? Ah, già... erano dei "loro"...): c'era un tizio, una macchietta, reponsabile di una delle principali associazioni del ramo (è il caso di dirlo), che a inizio duemila si era reso famoso  - e ridicolo, ma pur essendo una caricatura non faceva ridere nessuno, ed era anche piuttosto irascibile - per le sue posizioni di retroguardia su Terzo Valico, nuove linee, eccetera. E la crisi del 2008 era ancora di là da venire.
Ma, vuole un antico adagio, il lupo perde il pelo ma non il vizio. E così, eccoli a sbottare, questa volta contro il prolungamento della metropolitana di Genova. Uno se li aspetterebbe a favore, e magari in crociata contro moto, furgoni, mamme al volante nelle ore di punta. Invece no: perchè la validità del mezzo da utilizzare è anzitutto soggettiva. L'avesse proposta qualcuna delle sciagurate giunte precedenti alti sarebbero saliti i peana. Ma la conclusione dell'iter è legata alla giunta Bucci, e quindi è sbagliata la scelta.
Non ne possiamo più. Ma coviamo la segreta speranza che prima o poi l'ambiente, l'habitat naturale, faccia il suo dovere...

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UN ALLENATORE COI FIOCCHI

Devo dire la verità: quando fu annunciato l'arrivo alla Sampdoria di Marco Giampaolo, al posto di Vincenzo Montella (destinato al Milan, liberato da una clausola capestro con la Fiorentina grazie ad un colpo di mano di Ferrero, e adesso - ironia della sorte - nuovamente sulla panchina viola), beh, ero sicuramente tra gli scettici. Avevo davanti agli occhi episodi che, sommati, mi facevano pensare fosse una scelta rischiosa, a dir poco. Esoneri a raffica, fughe con certificato medico, carattere indecrittabile, e ci sarebbe da continuare.
Giorno dopo giorno, partita dopo partita, e sono ormai tre anni, questo allenatore mi ha davvero conquistato. Mi piace quando allena, quando siede in panchina, quando parla davanti ai microfoni di partite da compiersi o già agli archivi, oppure quando discetta di altro, ad esempio di cosa significhi il mestiere di allenatore al giorno d'oggi.
Poco alla volta non solo ho imparato ad apprezzarne le qualità tattiche, non solo ho imparato a cercare, in campo, i dettagli dei suoi dogmi - la difesa schierata in linee perfette, il centrocampista centrale che si fa vedere, le mezze ali che corrono ad accorciare il campo in senso longitudinale, e via continuando - ma ho imparato persino ad apprezzare i suoi limiti, a comprendere i suoi (eventuali) errori, a giustificare le imbarcate - grandi e piccole - che la sua Sampdoria continua a prendere, anche quando magari non te lo aspetteresti.
Così, prima che sia tardi e anche questo campionato debba essere destinato agli almanacchi, ci tengo a fare outing e a professarmi, qui davanti al "Casello", un Giampaoliano fatto e finito. A bearmi della sua ennesima vittoria contro i rivali cittadini tetramente bicolori, e a non dolermi più di tanto dell'infausto secondo tempo di Bologna, campo sul quale conto di vederlo vincere prima o poi, vista la poca simpatia che nutro per città, popolazione, tifoseria, squadra (e colori sociali).
A tenere banco, in queste settimane, è la possibilità che la Sampdoria cambi padrone. Non ho elementi per esprimermi nè in un senso - credo sia incontestabile che Ferrero, bravo e/o fortunato, abbia lavorato bene nel suo quinquennio, e non mi sembra giusto fare paragoni con dirigenze passate, tutte a loro modo apprezzabili - nè nell'altro. Un auspicio, però, lo butto lì: mi piacerebbe che, al ritiro di luglio, a guidare il pullman della squadra verso le Alpi sia ancora un autista abruzzese nato a Bellinzona.

IL GANCIO TENDITORE

Il gancio tenditore a vite è quell'organo di accoppiamento – non fraintendetemi, fa già abbastanza fatica il Casellante a resistere ai doppi sensi – che in ferrovia serve a collegare un rotabile ad altri, per comporre un convoglio. 
Ne sono dotati i mezzi di trazione, le carrozze passeggeri, i carri merci, i veicoli di servizio. Più volte seppellito dai progressisti della rotaia, in realtà gode di salute eccellente, e ad eccezione di applicazioni molto specializzate – Alta Velocità, metropolitane, tram – continua ad esercitare una funzione umile ma imprescindibile sui binari di tutto il mondo.

E... niente: esiste un gancio tenditore che colleghi tra di loro i tre romanzi del Casello? “Il casello nascosto tra gli alberi”, “Troppo tardi”, “...Ti regalo una città”, sono vagoni di uno stesso treno?
Espressa così (espressa... quanti termini ferroviari...) sembra una domanda retorica. E' ovvio, l'autore è – immodestamente - lo stesso, e ogni artigiano della parola ha quel tocco che contrassegna sempre la sua bottega.
Però, in questo periodo di presentazioni – a proposito, stanno per arrivarne altre: giovedì 4 aprile a Genova, domenica 7 aprile a Trecate (Novara) -, capita spesso di riflettere su cosa ci sia davvero di comune alle tre storie. Perchè c'è sempre qualcuno che te lo chiede. E' una delle tre domande alle quali non si può sfuggire (le altre sono: “quanto c'è di te nei protagonisti?”, e “stai già pensando ad un'altra storia?”),
Il fatto è che invece chi inventa il suo mondo parallelo e lo posa sulle pagine di un libro a queste cose non pensa. Sicuramente non “prima” e nemmeno “durante”. Chi crea un mondo di parole e lo fa diventare persone e personaggi, posti, situazioni, non si rappresenta il nesso, il danno o la potenzialità data dal regalare pezzi di strada (ferrata, nel nostro caso) in comune a quella e ad altre storie, sempre che non sia uno di quegli autori seriali che puntano con baldanza su un cavallo, per quanto di razza (I Dirk Pitt di Clive Cussler, gli Hercule Poirot di Agatha Christie), oppure gli emulatori di proprie o altrui creazioni.
Può essere invece che ci si pensi “dopo”. Succede, eh? La domanda che ti arriva dal pubblico – che è lì per te, spesso sono amici, se sei lontano li vedi raramente, e quindi hanno diritto di voler sapere tutto – ti suona sempre nuova e ti fa riflettere. Ma io, ho un messaggio da portare? Voglio raccontare qualcosa di speciale nei miei libri, oltre alla storia che si materializza nel susseguirsi delle pagine? C'è qualcosa scritto al di fuori delle righe nere – quelle che contengono le parole – che magari senza volerlo chi ti legge sa cogliere, e tu non volevi forse nemmeno dirlo, ma lo hai fatto lo stesso e qualcuno è stato così bravo da trovarlo? E questo eventuale e farraginoso messaggio è in contraddizione o in continuità con sé stesso, viaggiando attraverso tre libri?
Oggi, al Casello, non abbiamo ancora deciso se esistono risposte. Non sappiamo se a percorrere i binari posati qui davanti sia una littorina isolata o un treno con locomotiva e vagoni, tenuti insieme con il gancio tenditore a vite. Ci rifletteremo insieme, e il Casellante sarà grato a chi vorrà aiutarlo a comporre o scomporre il convoglio di carta.

IL MISTERO DEL PASSO DYATLOV - SESSANT'ANNI DI OMBRE

E' stata sicuramente la più misteriosa e tragica spedizione scialpinistica di tutti i tempi, eppure ancora pochi sono coloro che conoscono le vicende di questi nove ragazzi russi, dapprima scomparsi e poi ritrovati morti sui monti Urali, nella parte centrale dell'allora URSS.
Era il febbraio 1959, ed un gruppo di studenti dell'Università di Ekaterinburg, alcuni già laureati (per lo più in ingegneria), altri in dirittura finale, aveva deciso di compiere un'escursione lungo una zona impervia e in larga parte inesplorata nel nord della catena degli Urali.
Percorsa la prima parte del tragitto in treno e autocarro, lasciato uno dei compagni all'ultimo avamposto abitato a causa di un'indisposizione (che gli avrebbe salvato la vita), i nove si erano avventurati sulle pendici del Monte Otorten. Avrebbero telegrafato a casa una volta compiuta la traversata, che prevedeva marce con gli sci e notti in tenda con temperature fino a - 30°.
Era l'Unione Sovietica di Kruscev, che tentava di scrollarsi di dosso la patina grigio sangue dello stalinismo con nuove aperture (la cosiddetta "distensione") e una ritrovata vitalità, che questi giovani sembravano voler interpretare.
Quel telegramma non arrivò mai. Passate alcune settimane, le famiglie esercitarono pressioni perchè le autorità iniziassero a cercare i ragazzi. Tra la fine di febbraio e l'inizio di marzo le squadre  di soccorso individuarono la tenda, vuota e - si disse nei testi ufficiali - squarciata dall'interno.
Dalla tenda partivano una serie di impronte, otto o nove paia, alcune lasciate da persone senza calzature, che però scomparivano cinquecento metri più avanti. Sotto un grande cedro, a circa un chilometro e mezzo, furono rinvenuti i primi due corpi. Lungo il pendio, qualche giorno dopo, ecco altri tre cadaveri, girati come se i ragazzi stessero tentando (nella notte, con temperature proibitive e senza alcuna visibilità) di rientrare all'accampamento. Degli altri quattro nessuna traccia, fino al disgelo: erano collocati in una specie di rifugio nella neve, sulle rive di un ruscello, morti anch'essi.
Molti di loro presentavano ferite le più diverse, alcune fatali, altre no. Ma nessuna spiegazione ebbe mai il pregio di risultare definitiva.
Di sicuro c'è solo che qualcosa, o qualcuno, li indusse a lasciare il caldo tepore del rifugio notturno per mettersi al riparo da... cosa? Forse nessuno lo saprà mai.
Si parlò di UFO, di Yeti, di manovre militari, di incidenti, di valanghe, di follia collettiva. Nessuna spiegazione, a tutt'oggi, toglie spazio a dubbi e incongruenze. La scena della tragedia venne fortemente contaminata dalle squadre di soccorso, e molti elementi utili all'indagine scomparvero con i ragazzi.
Non intendiamo qui dilungarci, anche perchè sul web esiste una lunga sfilza di teorie, anche bislacche, su come fossero potute andare effettivamente le cose.
Segnaliamo qui il sito più accreditato dove, anche a distanza di sei decenni, tanti appassionati cercano di ricostruire questa incredibile vicenda: 

https://dyatlovpass.com/  

A noi preme soprattutto perpetuare il ricordo di questi sfortunati ragazzi, che sfidarono gli elementi con un'impresa ritenuta audace e che invece si rivelò fatale. Un pensiero a loro, e alle loro famiglie.