BUON ANNO AL CASELLO!!
Un augurio a tutti gli amici dal Casellante, in attesa di un 2019 ricco di contenuti e di spunti di riflessione.
BUON NATALE 2018, AL CASELLO!
Con le immagini di una Genova che sta voltando pagina e cambiando volto, il Casellante augura a tutti i viaggiatori un felice Natale, ricordando che si tratta di una festività "santa".
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Al casello,
Il dono della Fede,
Per Genova e per la Liguria
MA QUANTE VOLTE ANDIAMO AL SUPERMERCATO, OGNI SABATO?
Non so se strapperà un sorriso oppure
farà da grattugia agli zebedei, ma questa volta al “Casello”
transita una storiella – breve – tesa a dimostrare la mancanza di
fantasia di chi - con una scusa, epperciò in modo vile – cerca di
sottrarsi alle proprie responsabilità, per quanto piccole, e di
quanto siano scadenti e penose certe arrampicate sugli specchi, e
ancora di quanto il furbetto convinto di avere trovato la giusta
motivazione trovi senza neanche troppo sbattimento chi lo sgama
facilmente.
Che si dimostra magnanimo due volte:
perchè lo lascia fare, e perchè non lo sputtana.
Da lungo tempo sosteniamo le battaglie
e le raccolte del Banco Alimentare. Anche quest'anno, perciò, ci
siamo schierati l'ultimo sabato di novembre all'ingresso di un
supermercato del Levante per un turno da volontari alla “Colletta
Alimentare”.
La scena è sempre quella: all'ingresso
i volontari distribuiscono un sacchetto giallo e un volantino che
descrive l'iniziativa e spiega quali generi acquistare, se si intende
partecipare: legumi, scatolette, pomodori, olio, pasta, riso,
biscotti, alimenti per bambini... All'uscita si paga la propria
spesa, e si lascia qualcosa agli altri volontari che sistemano in
scatole, dividendo il materiale per genere. Il tutto finalizzato a
servire le centinaia, migliaia di organizzazioni che si appoggiano
alla Fondazione Banco Alimentare procurando pasti caldi ai più
bisognosi di assistenza: anziani, malati, senza dimora, bambini. E
sulla trasparenza della questione, al Casello, siamo ragionevolmente
tranquilli.
La cosa buffa è scoprire quale buon
motivo ha la gente per non contribuire. Sarebbe giusto e persino
accettabile sottrarsi dicendo: “Preferisco di no. Non credo a
queste cose”, oppure: “Non ho denaro a sufficienza”. O anche,
soltanto: “Non mi piacciono le questue, di qualsiasi natura”.
Invece, a parte la seconda delle
motivazioni elencate (qualcuno che dice: “Quasi quasi divento
vostro cliente”), nessuno ha il coraggio di dire la verità, e
credendosi originale fa scoprire al mondo quanta gente fa più volte
la spesa nella stessa giornata.
“Ho già fatto stamattina a quello su
all'angolo” (là aveva sicuramente detto: “Farò più tardi, giù
nel rettilineo”).
“Ho già partecipato a quello in
fondo alla discesa” (uno dei pochi della zona in cui i volontari
non coprono i turni).
“Guardi, oggi è la terza volta che
vengo al supermercato” (Belin, ne hai tempo da perdere!).
“Son dovuta tornare perchè ho
dimenticato l'olio” (Ma sei scema?? Manco avessi dimenticato
l'acceleratore di particelle!).
“Sono di corsa, non riesco”
(Magari, correndo, inciampi in una scatoletta simbolica).
“No, grazie” (Non ti stavamo
facendo un favore, e non volevamo darti una pasticca).
“Lasci perdere, non è giornata”
(Invece sì, è oggi, se ne fa una all'anno).
“Ho girato più supermercati oggi
che...” (E chi sei, l'Agenzia delle Entrate o il fornitore dei
sacchetti riciclabili?).
Più verso sera arriva quello che:
“Meno male che siete ancora aperti, sennò...” (E allora sgancia
una scatoletta!).
A latere ci sono quelli che sarebbero
anche generosi, ma considerano la “non deperibilità” una
questione di punti di vista. “Se il casco di banane viaggia per
settimane dall'Africa Centrale fino ai banchi del supermercato, per
giunta completando la maturazione” - pensano - “sicuramente un
paio di serate in più male non gli farà”. Peccato che i NAS vedano la
questione in un'ottica sottilmente diversa.
E per finire, i bizzarri. Quelli ai
quali porgi il sacchetto giallo, ti ringraziano, ci mettono dentro la
loro roba e se ne vanno, evitando di acquistarne uno alla cassa.
Oppure quelli che ti fanno spiegare come funziona, ti tengono lì
inchodato per cinque minuti e poi ti dicono: “Bene, complimenti!”,
e se ne vanno senza darti niente.
C'è spazio per tutti. E l'umanità è
varia. Un solo consiglio per il prossimo anno: lo sappiamo che ci
siete già stati, al supermercato, anche quando entrate per primi
alle otto del sabato mattina, perchè – come è giusto – al
sabato ci si vive al supermercato. Fuori da questo, dentro a
quell'altro. Beati voi, che ne avete il tempo e le risorse. Quindi,
se la colletta non vi interessa e il Banco Alimentare svolge una
missione che non condividete, ditelo così, semplicemente.
GIOVANNINO GUARESCHI, UN FUORICLASSE AL CASELLO.
Quando,
con regolarità impressionante, Rete Quattro inizia a trasmettere la
serie dei cinque film originali della saga del “Mondo Piccolo”,
Don Camillo e Peppone tanto per capirci, significa che è Natale, o
che si vuole andare sul sicuro. Oppure, come quest'anno, che è in
corso un anniversario importante. Cinquant'anni dalla morte – e
centodieci dalla nascita – di questo autentico fuoriclasse della
letteratura che è stato Giovannino Guareschi.
Tanti
lo conoscono soltanto di nome, oppure come sceneggiatore dei suddetti
film, che il recensore televisivo definisce “qualunquisti”,
addolcendo quello che vorrebbe essere un limite – e non lo è,
evviva il qualunquismo, se è il buon senso che fa incontrare idee
anche molto diverse – con zuccherini tipo “... però si ride di
gusto”,
Una
penna graffiante, immaginifica, capace di suggestionare cuore ed
anima, e di parlare alle menti. Sinestetico nel suo descrivere,
sembra farsi vessillifero – da scrittore – del proverbio “Anche
l’occhio vuole la sua parte”. Ironico, mai banale, capace di
essere cronista e narratore, dove il primo sta al turista come il
secondo al viaggiatore.
E
subito, dal cuore prima ancora che dal cervello, sale spontanea una
domanda: ma qui al Casello siamo gli unici a ritenerlo il più grande
autore italiano del ventesimo secolo?
Sì,
perché la critica, le antologie scolastiche, professori e
cattedratici, tromboni assortiti di un’Italia che non li ascolta e
va dove la porta il cuore, non parlano di Guareschi come di un
autore, come di letteratura, come di arte, ma ne trattano alla
stregua di una macchietta, di un guitto, di un caratterista della
penna. Ricordo il mio libro di antologia del ginnasio: lodi
sperticate di autori illeggibili, stucchevoli nel loro italiano
pedante, noiosi nelle loro storie tristi e intrise di ideologia, e un
breve accenno su questo autentico fuoriclasse, considerato un ingenuo
superficiale. Eppure, io sapevo (e so) leggere. A me, di
quell’antologia, rimasero impresse solo le pagine da lui scritte.
Insomma, la critica letteraria – la quale, come si sa, non utilizza
parametri oggettivi e misurabili scientificamente, ma per lo più
cavalca l’onda dell’ideologia di moda, che poi in Italia è
sempre quella – ha sempre spacciato quello che le pareva come arte,
negandone la dignità a chi non passava per i canali giusti.
Ricordo
un episodio paradossale: a metà degli anni ottanta il cronista del
“Giornale” di Montanelli Beppe Gualazzini – grande difensore
della memoria del nostro campionissimo – dovette affrontare
addirittura una pubblica tenzone con un critico di sinistra.
Argomento? Guareschi. Vera arte, letteratura, oppure no? Non so se mi
spiego: c’era anche chi aveva la faccia ed il tempo da perdere da
dedicare alla negazione pubblica della dignità artistica del
Giovanninno!
In
compenso, erano sicuramente arte, secondo il trombonismo imperante,
alcuni libri che fui costretto a digerire ai tempi del liceo. Sfido
chiunque, CHIUNQUE, a dimostrarmi – ma con argomenti seri, veri,
concreti – che Elio Vittorini (“Conversazione in Sicilia”) o
Giorgio Bassani (“L’airone”), tanto per citare due di quelli
che più di altri mi procurarono profonde e mai del tutto rimarginate
incrinature ai testicoli, erano arte da contrapporre alla “non-arte”
superficiale e ingenua di Guareschi. Possedevano l’italiano meglio
di Guareschi? Questa è buona… Erano più piacevoli da leggere?
Questa è ancora migliore… Raccontavano storie edificanti? Ma per
piacere! Hanno venduto più libri? Ahi ahi ahi, quarta risposa
sbagliata di fila…
Eppure,
andando più a fondo, due sono i motivi per i quali Guareschi a
questa gentaglia non è mai andato a genio. Il primo, ed il più
evidente, era il suo irriducibile impegno anticomunista. Fino agli
anni ottanta (ma per molti ancora oggi), secondo un teorema
tipicamente berlingueriano, essere anticomunisti significava essere
oggettivamente fascisti. Cioè, il nemico. Poco importava che tra
rosso e nero esistessero decine di sfumature. Di conseguenza, poco
importava che Guareschi avesse subito la deportazione in Germania.
Era e restava un nemico. Il nemico, a differenza dell’avversario,
non si rispetta: si combatte con ogni mezzo, anche da morto. Vedi il
titolo dell' “Unità” al momento della dipartita del nostro: “E'
morto l'autore che non è mai nato”. Così. Senza neppure una
briciola di rispetto per colui che, invece, aveva reso masticabile la
figura del comunista a chi comunista non era.
Il
secondo motivo era più sottile. Nei suoi racconti sul “Mondo
Piccolo”, Guareschi metteva a raffronto due universi: la Chiesa di
Gesù, e la “chiesa” del PCI. Almeno, questa è sempre stata la
didascalia ufficiale. Due mondi diversi e contrapposti. Ma era
davvero così? Al Casello propendiamo per il no.
Quello
che procurava un enorme fastidio a sinistra era che, mentre sul piano
umano la contesa si svolgeva tra due galantuomini di pari livello,
che se le davano di santa ragione e con risultati alterni, l’ultima
istanza, quella che fa da sfondo a tutte le vicende umane, il
tribunale ultimo ma anche l’approdo per gli appartenenti all’una
e all’altra parte era la parrocchia, ed ancora di più il suo
Crocifisso, quello con il quale Don Camillo parlava, al quali spetta
e spettava fare la sintesi finale. Così tanto aveva la meglio, che
in politica ognuno tirava dritto per la sua strada, non lesinando
colpi, ma alla fine in chiesa ci andavano tutti, comunisti compresi.
Gli uomini pareggiavano la loro partita, gli esponenti delle
rispettive chiese (com’è del resto giusto, il trascendente è
superiore al terreno), no. E questo, a chi in quegli anni
contrapponeva il comunismo alla religione oppio dei popoli, ai
seguaci di Baffone che promuoveva l’ateismo di stato, non poteva
andare giù. C’era il rischio che la purezza della dottrina
s’incrinasse, per colpa di quel pericoloso sovversivo di Guareschi.
Che il popolo, la gente comune, quella capace, con il buon senso -
che poi, se andiamo a vedere, è la versione popolare del
qualunquismo - di mediare tra cattolicesimo e qualsiasi altra idea,
compreso il comunismo, di sintetizzare sul piano della singola
vicenda umana ed individuale la Croce con la falce ed il martello, la
dimensione politica e il sentimento religioso, cercasse davvero una
soluzione che permettesse a tutti di mantenere affetti e convinzioni
senza sentirsi fuori posto. Non doveva e non poteva esserci stima ed
affetto, nella realtà, tra i Don Camillo ed i Peppone. Non c’era
conciliazione possibile con nessuna chiesa, con nessuna religione,
per chi uccideva vilmente e a sangue freddo don Umberto Pessina e
tanti altri sacerdoti, e - cosa altrettanto grave - ne nascondeva
alla doverosa giustizia gli assassini.
Ora,
per fortuna, il clima sembra leggermente diverso. Si possono
finalmente dire cose che tanti pensano da tempo ma che un’insana
rincorsa alla purezza antifascista (e anti-anticomunista) ha inibito
per oltre mezzo secolo. Oggi si può gridare dai tetti che Giovannino
Guareschi è un fuoriclasse della letteratura italiana, la stella più
luminosa del ventesimo secolo, e non è utopia chiedere che ai nostri
ragazzi venga insegnato con l’attenzione che merita.
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