BUON NATALE BLUCERCHIATO AL CASELLO!!!



Non può mancare un augurio di buon Natale e di felice 2020 a tutti gli amici del "Casello"... e il Casellante lo fa esponendo uno dei (rari) momenti di gioia autentica, almeno sul fronte calcistico!
Arrivederci nel 2020, al "Casello"!

LA TRISTEZZA, IL MAIALE, L'IGNAVA

Ebbene sì: per chi ancora non se ne fosse accorto - e bisogna non avermi frequentato, letto, compreso - dirò chiaro e tondo che amo la retorica. Anzi, che non solo la amo e la pratico, ma non riesco proprio a concepire modi di comunicare poveri nei contenuti e dimessi nella forma. Di chi batte questa strada penso immediatamente male, un male selettivo e irriducibile.
Amando la retorica, e quindi le sue implicazioni, amo un modo di essere identitario, forte, espressivo e poco incline ai compromessi ideali quanto capace di dialettica forte e inclusiva. Non una marmellata di idee diverse e spesso antipodiche confuse in quello che oggi viene chiamato (a torto, grazie al cielo) "pensiero unico", ma una sintesi o un confronto tra idee marcate e non necessariamente conciliabili. "Aut... aut...", più che "Et...et...".
Non ci sarà mai spazio dalle mie parti - faccio solo alcuni esempi - per chi sostiene che è "beato il popolo che non ha bisogno di eroi" (Bertolt Brecht), o per chi postula "Un'unica grande chiesa, che parte da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa". Guarda un po': penso, testimonio e pratico il contrario.
Parto da questo ampio preambolo per raccontare un episodio che mi è accaduto ieri.
Siamo a Genova Brignole, capolinea di uno dei molti autobus diretti verso il Levante. Sto parlando di lavoro, al telefono, con mio papà Argeo.
Al momento di salire sul mezzo, un cesso d'uomo grasso, barba incolta, grazia e stile da terzamedista, butta ostentatamente a terra tre grossi pezzi di carta in cui era avvolta la focaccia che - con la classe che immagino lo contraddistingua in ogni frangente - aveva appena terminato di fagocitare.
Sempre al telefono con papà, spontanea mi monta la carogna, con le sembianze di uno sguardo torvo e repressivo.
Il primate a sua volta mi guata in tralice, e mentre sale sul bus mi chiede, con espressione di sfida: "Vuole raccoglierla lei?".
Livello di saturazione raggiunto: "No, la raccolga lei! Lei l'ha buttata, lei la raccoglie e la butta in un cestino!".
"Non ci penso neanche!" - prosegue il bifolco, andandosi smaccatamente a sedere a centro autobus. - "E comunque, - aggiunge, - non sono cazzi suoi".
"Sono cazzi miei! - Gli grido dalla piattaforma posteriore dell'autobus, dove mi ero sistemato. - "Se tutti facessero come lei, questa città sarebbe un porcile!".
Temo di aver aggiunto anche un'interiezione non proprio delicata e una botta di "brutto maiale" al quadrumane. Mio padre, nel frattempo, mi dice: "Sento che hai da fare, ci sentiamo più tardi".
L'autobus nel frattempo è partito, lasciando dietro di sé la montagna di carta cacciata per terra dal subumano, con il quale continua la schermaglia a distanza.
Sono meravigliato del fatto che sull'autobus nessuno abbia fatto una piega. Mi sarei aspettato una levata di scudi contro il sudicione, anche perché, in un'epoca di ecologismo a basso costo, l'argomento sembra far presa.
L'unica, sorprendente reazione, invece, arriva da una signora in evidente deficit di presenza a se stessa. Ha vicino un bambino sui sette/otto anni, e sta parlando al telefono.
"Eh, cosa vuoi, ci sono qui due gran maleducati che parlano in modo così volgare, come se ci fossero solo loro, senza preoccuparsi minimamente che ci siano bambini ai quali far ascoltare le loro oscenità... eh, sì, devono discutere le loro questioni davanti a tutti...".
Sarebbe stato difficile, in quel preciso momento, trovare qualcosa che mi potesse far imbufalire di più. L'ignava che "né con lo Stato, né con le BR". Io e lo scimpanzé sullo stesso piano.
"Ha capito - le faccio presente - di cosa stavamo discutendo? Non siamo sullo stesso piano, io e quel... - lo indico, continua a guardarmi male ma non dice niente - quel maiale".
" A me non interessa di cosa stavate parlando. So solo che siete due maleducati, e che prima di dare certi esempi ai bambini dovreste badare alle parole che usate!".
"Ah! - Continuo io. - Ho capito che non ha capito. Mette sullo stesso piano un animale che butta un lenzuolo di carta per terra e chi glielo fa notare".
Prova a spiegarmi, seccata, che le attribuisco cose che non ha mai detto, ma ormai ho smesso di ascoltarla, e non ricordo nemmeno se il "Brutta bagascia" che mi sgorga dal cuore l'ho detto davvero o l'ho soltanto pensato.
Il finale triste - triste come me: triste solitario y final, per dirla con Osvaldo Soriano - è vedere gli altri passeggeri, muti. Codardi, rassegnati, più probabilmente "nonglienefregauncazzo". Non vorrei essere Greta Thunberg, è una battaglia persa.

P.S.: ormai, a detta della peppia che mi ha fatto la morale perché ho detto "cazzi miei" davanti al figlio, avevo perso la dignità. Così, quando il tanghero, uscito dall'autobus all'altezza di San Martino (non ricordavo ci fosse anche una clinica veterinaria), mi ha fatto il segno delle corna, non ho avuto scrupoli nel rispondergli in Eurovisione con quello delle mani a V sul cavallo dei pantaloni.

L'ESTATE, IL TEMPO DELLE SAGRE.

L'estate, purtroppo, scivola via davanti al Casello, con grande scorno degli amanti di questa stagione (il 73,8% della popolazione, cioè la netta maggioranza, secondo un sondaggio che il Casellante si sta inventando in questo momento), spargendo all'intorno il riverbero delle forti calure che anche in questo inizio di settembre sembrano non voler abbandonare chi lavora e chi si trastulla, ma anche tante piccole e grandi immagini che ci faranno compagnia nelle tristi e grigie serate autunnali e invernali, finchè una nuova primavera non farà capolino con le tenere gemme verdoline...eccheppalle, persino il Casellante si rende conto che questo primo articolo della nuova stagione sta venendo fuori una schifezza, banale, retorico e noioso, quindi stop, prima che sia troppo tardi.
Lascio all'invidia dei vostri amici e parenti – yahoo! - il gusto di recensire i vostri album fotografici del giro ai castelli della Loira o degli spritz a Filicudi. Qui voglio trattare rapidamente di un fenomeno che sembra giacere in un baule fino al termine della stagione scolastica per poi autogonfiarsi, né più né meno degli “airbag” o dei canotti di salvataggio in dotazione agli aerei, nel periodo che va dal dieci di giugno alla riapertura delle scuole stesse: le sagre paesane.
Di tradizione antica ma di estrazione plebea, le sagre – spesso rappresentate nella letteratura e nel cinema – hanno costituito per decenni una delle poche, vere occasioni di socializzazione. Antesignane di chiara impronta latina dei social network e dei siti di incontri, potevano riassumersi in una formula che comprendeva mangiate “en plen air”, bevute da dromedario, ballo liscio (“lissio”, per la precisione) con interpreti sempre uguali da Vipiteno a Pantelleria – la coppia di novantenni bravissimi e atleticissimi, le due donne di mezza età (ma anche tre quarti) che ballano insieme, una coppia di undicenni che scimmiotta gli adulti -, un fienile a portata di … diciamo di mano, e il tutto all'ombra della statua di un Santo o – in tempi più recenti – di un palco da comizi,
Molte di queste sagre sono arrivate ai giorni nostri, e ad esse si sono affiancate nuove e ben poco locali tradizioni. Niente da eccepire, perciò, quando in Riviera è tempo della sagra della Trofia, o in Valsecca esplode quella del salame. Qualche dubbio sulla storia e sulla tradizione viene qualora, da manifesti di colori normalmente agghiaccianti, si convochi l'universo a presenziare alla “Sagra dell'asado” o alla “Sagra della paella”, il più delle volte organizzate in località dove la meta più esotica è rappresentata da Isola del Cantone (che, se non altro – e non altro - è un'isola).
E finisco qui: abbiamo ancora una decina di giorni, e qualche sagra possiamo ancora ragionevolmente trovarla.
A proposito: da qualche parte ho letto che domenica è prevista la “Sagra della patata”. Sono curioso...

MA PARLIAMO UN PO' DI NOI...

... e dei nostri romanzi:
https://www.facebook.com/groups/librichiacchereecaffe/permalink/2548701895358746/
Grazie, Gianluca Russo!

CIAO, PRESIDENTE GIAN LUIGI!

Ci sono persone che, nella nostra vita, ci appaiono come piccoli ologrammi silenziosi e discreti, che sembrano non voler mai essere di turbamento ma non per questo non lasciano segni indelebili lungo il proprio percorso.
Ecco, Gian Luigi Corti non apparteneva a questa genia. Era un personaggio estremamente rumoroso, presente, inarrestabile, come quei liquidi che invano si cerca di fronteggiare con paratie e accorgimenti vari per evitarne l'invasione. Un lago artificiale dalla volumetria ben superiore alla diga che avrebbe provato a contenerlo. Impossibile non accorgersi di lui, delle sue idee, dei suoi progetti.
E' stato un maestro, un trascinatore, un precursore, un profeta, un guerriero, fino agli ultimi giorni: veloce di azione e ancor più di pensiero, intravvedeva cattedrali dove altri contavano a malapena mucchi di pietre informi. Ha fatto tanto, tantissimo, per il giornalismo ligure, capace di creare rete ben prima e ben oltre internet, punto di contatto tra mondi che, altrimenti, mai si sarebbero parlati. E ha fatto tantissimo per lo sport italiano e genovese, in particolare per la pallavolo, tenendo a battesimo i vittoriosi esordi internazionali di quel movimento che da oltre quarant'anni è all'avanguardia nel mondo.
Il Casellante piange oggi la scomparsa di Gian Luigi Corti, al quale deve moltissimo, e più di ogni altra cosa l'aver contribuito alla realizzazione di un sogno – essere giornalista sportivo, esecitare la professione per la quale ci si sente vocati anche quando la settimana lavorativa racconta storie diverse, frequentare quelle stanze così sognate da ragazzo – con le sue intuizioni, la sua generosità, la sua umanità, il suo cercare soluzioni dove altri vedevano problemi e trasformare la routine in avvincenti sfide.
Senza retorica, per chi volesse approfondire la figura complessa e significativa di Gian Luigi, si rimanda al bell'articolo letto oggi sull'edizione online del “Secolo XIX”, che per un periodo fu anche la sua casa:
https://www.ilsecoloxix.it/sport/2019/09/05/news/lutto-nel-giornalismo-ligure-e-mancato-gianluigi-corti-1.37417138
Per il resto, Il Casellante si stringe a Maria Carla, Paola e Michele in un caldo abbraccio. Non può servire – le parole non bastano e non contengono – ma il solco tracciato da colui che resterà per sempre il “Presidente” non si cancellerà.